Animale Senz'altro

Una riflessione sul caso Caterina Simonsen

Originariamente apparso su Gallinae in Fabula [» articolo]

Sono passati alcuni giorni da quando è scoppiato il caso di Caterina Simonsen e ora, a mente fredda, vorrei proporre alcune considerazioni personali. Partendo dall’inizio. Partendo dalle prime emozioni. Credo infatti che ciò che ho provato nel mio intimo sia assimilabile a ciò che hanno provato molti altri attivisti. E, in questi casi, condividere le proprie emozioni insieme ritempra l’animo e conforta lo spirito.

La notizia, rimbalzata da un giornale all’altro fino ai TG nazionali, mi ha scosso non poco e provocato molta rabbia, insieme ad un profondo senso di frustrazione. La rabbia era di duplice natura. Da una parte vi era quella che io chiamo rabbia empatica, ovvero la rabbia che si prova per le ingiustizie commesse contro individualità diverse dalla propria. Mi riferisco, in questo caso, alla tragedia e all’immensa sofferenza dei senzienti non umani rinchiusi nei laboratori biomedici. Poichè, sebbene siano stati accortamente relegati in un angolo dalla sofferenza che un destino sfavorevole ha riservato a una ragazza malata, agli occhi dell’attivista sono sempre vivi il patimento, l’angoscia e la disperazione che gli sperimentatori riservano a milioni di animali in tutto il mondo.

Vi era poi una rabbia più soggettiva, personale. D’altronde, siamo attivisti per gli animali, ma prima ancora siamo noi stessi animali con un nostro mondo interiore. La scorrettezza, il sotterfugio, l’inganno, sono difficili da accettare e fanno male. Questa oscena montatura organizzata dai fanatici della segregazione, sperimentazione coatta e sistematica uccisione degli animali nei laboratori di ricerca – o sperimentazione animale – è stata, in questo, oltre ogni misura inaccettabile. E il sentimento di rabbia è emerso come la reazione più naturale e spontanea. Infine, è giunta  inevitabile la conseguente frustrazione, di fronte all’immensa portata mediatica che ha avuto la vicenda (stravolta e ingigantita a dismisura) e alla pervasiva diffamazione che ha colpito l’intero movimento per la liberazione animale nonchè la mia persona in quanto attivista.

Tuttavia, provare queste emozioni, benchè negative, ha un importante significato. Esse infatti rappresentano una testimonianza inconfondibile di forti principi radicati nel nostro intimo. Ci mostrano apertamente che abbiamo delle idee in cui crediamo con tutto il nostro essere e per cui fremiamo quando vengono oltraggiate. Che abbiamo sinceramente a cuore (e nel cuore) la sorte degli altri animali. La rabbia e la frustrazione iniziali inoltre, una volta smaltite, generano nuova energia, nuove idee e nuovi progetti, e rinvigoriscono l’attivista con una rinnovata e più tenace determinazione. Il fermento e la pioggia di articoli di risposta di questi giorni nel panorama animalista sono solo il primo segno di questo flusso vigoroso.

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Dirottare l’aggressività

 

«Dovresti farti tagliare i capelli», disse il Cappellaio. Era un po’ che guardava Alice con grande curiosità, e questa fu la prima volta che aprì bocca. «E tu dovresti imparare a non fare osservazioni», disse Alice un po’ severamente, «è molto maleducato».
Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie, di Lewis Carroll

Ho già parlato del sentimento di rabbia empatica manifestato da molti animalisti contro coloro che sfruttano, maltrattano o uccidono animali (cacciatori, sperimentatori, allevatori, ecc.). Ma un atteggiamento aggressivo e ugualmente diffuso nella comunità animalista si riflette anche nella comunicazione con il pubblico generale (individualmente e collettivamente) e viene attuato in una modalità comunicativa contrassegnata da un sentimento di disprezzo, spesso apertamente ostentato, verso il non-animalista, e definita da critiche, insulti e osservazioni sarcastiche.

In questo contesto il non-animalista viene qualificato come un individuo insensibile, egoista, empio, e definito con alcuni appellativi caratteristici, come carnivoro, mangiatore di cadaveri, assassino. L’altro viene biasimato solo in quanto mangia carne, va in giro con borsette in pelle o porta i pargoli al circo, nonostante lo stesso possa essere sotto ogni altro aspetto una persona assai apprezzabile. Dal singolo individuo il disprezzo dell’animalista “aggressivo” spesso passa facilmente ad estendersi alla comunità umana, concludendosi in alcuni casi in un sentimento di speranza per una estinzione totale dell’intero genere umano.

Lungi da me erigermi a saggio e dar lezioni agli altri, che la mia taglia non è certo quella di un Buddha. Neppure voglio condannare coloro che ritengono giusto esprimersi in modi aggressivi: ognuno è padrone di sé e responsabile delle proprie azioni. Credo però sia utile parlare un po’ di questo atteggiamento e capire se debba e possa essere superato in vista di un comportamento più efficace per la liberazione animale.

All’origine di queste manifestazioni di aggressività c’è sicuramente rabbia, quella stessa rabbia empatica di dissenso verso le ingiustizie di cui ho già parlato. Ma, in questo caso, decisamente predominante è il ruolo di un atteggiamento conflittuale, che ha all’origine un sentimento di ostilità verso il non-animalista.

Capisco bene chi vive questo sentimento di ostilità, poiché anch’io l’ho ben conosciuto più e più volte. Sarei un ipocrita ora a professarmi come del tutto estraneo oggi a tale sentimento. Tuttavia, posso dire di viverlo molto più di rado e con una intensità di poco conto rispetto al passato. Poiché comunque non vivo in stato contemplativo sopra una pianta e anch’io vengo influenzato dalle circostanze e dai sentimenti: combinazioni poco liete di stati d’animo sovreccitati e personaggi particolarmente odiosi lasciano facilmente risvegliare l’impulsivo signor Hyde che freme in ognuno di noi. Ma si tratta pur sempre di eventi isolati, pulsioni scosse e poi riposte. Una situazione ben diversa da un sentimento di ostilità pervasivo e costante o fortemente dominante. Non perchè io sia un illuminato. Semplicemente, rispetto al passato, come spesso capita a tutti, ho cambiato modo di vedere le cose.

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Siamo difensori degli animali, non difensori della scienza

 

Se   contestiamo   un   vivisettore   dimostrando   che   il   suo   esperimento   è   stato inutile, allora sottintendiamo che, se fosse stato utile, sarebbe giustificato. Orbene, io non sono di questo avviso.
George Bernard Shaw (cit. in: Hans Ruesch, Imperatrice Nuda)

Tra la comunità animalista sono molto diffuse le accuse di antiscientificità alla SA (sperimentazione sugli animali). Sebbene in passato anch’io molte volte mi sia lanciato in questo genere di discussioni, e per un certo periodo sia stato persino moderatore di un forum sulla SA, continuando con insistenza a sostenere l’accusa di antiscientificità, oggi non sostengo più questa posizione.

Voglio subito precisare che, oggi come allora, continuo a credere con la stessa convinzione nella fondatezza dell’argomento critico-scientifico e nella sua importanza per l’abolizione della SA: per molti l’accettabilità di tale pratica è infatti promossa, oltre che da più persuasive convinzioni antropocentriche, anche dalla radicata credenza di una sua effettiva indispensabilità per il cosiddetto progresso scientifico, pertanto l’uso dell’argomento critico-scientifico si rivela a mio avviso decisamente utile.

Tuttavia, credo che l’accusa di antiscientificità diventi un argomento debole quando usato da noi attivisti e si riveli estremamente controproducente per la nostra posizione e la nostra causa. L’argomento critico-scientifico può essere annoverato tra i cosiddetti argomenti indiretti, e come gli altri argomenti indiretti usati da una parte della comunità animalista presenta, a mio avviso, tre problemi principali:

1) Fa uso di un linguaggio che accetta, comunica e favorisce una ruolo dell’animale quale oggetto ad uso umano: Quando un attivista discute del problema dell’antiscientificità della SA inevitabilmente finisce per riferirsi all’animale come fosse un semplice oggetto, nello specifico uno strumento da laboratorio, e ogni considerazione sulla sua specificità di essere senziente e individuo complesso viene in tale contesto ignorata e implicitamente negata.

2) Comunica che la sola tragedia dell’individuo non umano non è di per sè motivo sufficiente per l’abolizione dello sfruttamento degli animali: Dibattere sulla validità scientifica della SA implica che se la SA fosse effettivamente valida da un punto di vista scientifico, l’abuso sull’animale diventerebbe allora legittimo. Ma come attivisti per gli animali dovremmo invece comunicare che nessun valore utilitaristico-specistico può giustificare l’abuso su un animale.

3) Sposta l’attenzione dalla tragedia degli animali a problemi di altra natura: Quando un attivista si impegna in una discussione sull’antiscientificità della SA si sposta l’attenzione dall’abuso sull’animale al suo uso scientifico in laboratorio. Tutto il discorso si concentra su logiche scientifiche, studi, dati, ecc., e inevitabilmente si finisce per perdere di vista il problema etico fondamentale della questione, ovvero l’assoluta violazione dei diritti basilari individuali alla libertà, alla serenità e alla vita che sistematicamente avviene nei laboratori.

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Un breve sguardo su FederFauna

Post del 21 novembre 2012 apparso sulla pagina facebook di Pro-Test Italia

Post del 21 novembre 2012 apparso sulla pagina facebook di Pro-Test Italia

Il primo giugno, a Milano, si è svolta una manifestazione congiuntamente organizzata da Pro-Test Italia e FederFauna [1]. La collaborazione tra questi due soggetti ha avuto inizio sin dalla nascita di Pro-Test Italia – già dopo pochi giorni dalla fondazione, il 21 novembre 2012, sulla pagina facebook della stessa apparve una locandina di propaganda che presentava anche il logo di FederFauna, v. screenshot a destra – ed è stata portata avanti con altre iniziative nel corso dei mesi successivi. Tuttavia questa manifestazione ha rappresentato l’ufficializzazione di tale sodalizio. D’altra parte FederFauna è nota già da molti anni per il suo accanimento contro gli attivisti per gli animali, e la nascita di una stretta collaborazione con Pro-Test Italia era pertanto alquanto prevedibile. Ma cos’è esattamente FederFauna?

FederFauna è, come si legge sul sito ufficiale, una «confederazione sindacale che riunisce associazioni di allevatori, commercianti e detentori a vario titolo di animali [e che] difende e promuove le attività umane tradizionali connesse agli animali» [2]. In altre parole si tratta di un vasto gruppo di soggetti legati ad attività economiche di sfruttamento degli animali: dagli allevatori di ogni genere ai domatori, e tra i cui soci vi sono anche cacciatori [3].

Non a caso il presidente onorario dell’associazione è Moira Orfei [4]. Tra i membri del comitato direttivo [5] troviamo invece personaggi come Giovanni Boccù, presidente dell’AIAV (Associazione Italiana Allevatori Visone), Walter Nones, membro del consiglio direttivo dell’ENC (Ente Nazionale Circhi), Gianni Mattiolo, titolare del “parco” Tiger Experience (denunciato in un servizio di Striscia la Notizia per le squallide condizioni di detenzione degli animali e posto sotto sequestro per alcuni mesi tra il 2011 e il 2012 [6]). Nella sezione dei siti amici, tra i vari siti di caccia, circhi, allevatori di visoni, ecc., spicca il simpatico banner del sito Hunterworld, con l’animazione di un mirino di un fucile che centra la testa di un elefante…

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Capire prima la disubbidienza civile e poi pro-test-are

 

Un cittadino che comprende la natura ingiusta di uno Stato non può adattarsi a vivere sotto l’autorità di questo, e dunque appare agli altri cittadini che non condividono le sue opinioni un pericolo per la società nel momento in cui lui cerca di spingere lo Stato, senza commettere alcun atto immorale, ad arrestarlo.
Mohandas Karamchand Gandhi

Ho già parlato di come, subito dopo l’occupazione del Dipartimento di Farmacologia dell’Università degli Studi di Milano del 20 aprile scorso, si sia messa in moto l’occultatrice macchina della mistificazione manovrata dai fanatici della SA (sperimentazione sugli animali) e ferocemente tesa a negare la valenza dell’azione quale atto di disubbidienza civile [» per saperne di più].

Sebbene in un primo momento un articolista di Pro-Test Italia sembrava intendere accettare la definizione dell’azione come atto di disubbidienza civile, subito dopo ribadisce la qualificazione «criminale» del gesto [1], affermando caparbiamente che «non ci sono criminali e disobbedienti civili, ci sono solo vari tipi di criminali» (Thoreau dovrebbe essere quindi considerato un “criminale disubbidiente”?), suggellando infine: «Terrorismo? Solo in parte. Io parlo più correttamente di vandalismo» [2].

Le obiezioni più comuni che sono state mosse all’azione del 20 aprile per negare il suo valore di atto di disubbidienza civile e classificarlo come crimine, puro atto di vandalismo o, più persuasivamente, azione terroristica, sono fondamentalmente tre:

1) l’azione ha violato le leggi dello Stato;
2) l’azione ha causato ingenti danni all’università;
3) l’azione ha invalidato ricerche che si occupavano di patologie umane e quindi arrecherà un danno ai pazienti affetti da queste patologie.

La prima obiezione è la più debole e dimostra una totale ignoranza sull’argomento, dal momento che un atto di disubbidienza civile nasce proprio dal rifiuto di una legge che si ritiene ingiusta e che, in quanto tale, intenzionalmente si viola proprio per metterla apertamente in discussione. Il caso più celebre è quello dell’afroamericana Rosa Parks che nel 1955 rifiutò di alzarsi e cedere il posto in autobus che occupava ad un passeggero bianco appena salito e che, per questo, venne arrestata e processata per aver contravvenuto alle ordinanze segregazioniste allora in vigore. Ma è sufficiente ricordare che lo stesso Mohandas Karamchand Gandhi, massimo teorico e praticante dell’ahimsa (o non-violenza), definì la disubbidienza civile esattamente come «la violazione civile delle leggi immorali e oppressive» di uno Stato [3].

E veniamo alla seconda obiezione. Nonostante i fanatici della SA si siano impegnati in un’isterica ed insistente qualificazione dell’occupazione come «atto vandalico» nell’intenzione di suscitare immagini di ambienti devastati e strumentazioni distrutte, gli attivisti non hanno compiuto alcun atto di tipo vandalico e nessun danno materiale. È invece corretto parlare di danni economici, dovuti sia alla liberazione degli animali, sia, a quanto riferiscono gli sperimentatori dell’università, per la compromissione delle ricerche collegate all’uso di questi animali. Ma anche questa seconda obiezione è infruttuosa: il provocare danni (anche materiali) non squalifica automaticamente il carattere di disubbidienza civile di un’azione, se i danni provocati sono non fini a se stessi e non evitabili per la riuscita dell’azione. Ed è in questo senso che vanno inquadrati i danni economici provocati durante l’azione del 20 aprile.

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