Conversando di diritti animali con Hitler pt. IV: sull’antropocentrismo

di Riccardo B.

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Nei tre articoli precedenti, servendomi delle sue stesse parole e al di là delle credenze mitologiche dei detrattori dell’animalismo, ho mostrato come in Hitler non vi fosse traccia alcuna di un sincero sentimento di compassione per il mondo animale. Ciò, dopotutto, non dovrebbe sorprendere se si conosce il pensiero del dittatore tedesco e si ha la volontà di andare oltre la retorica superficiale e strumentale dei fanatici dello sfruttamento animale. Hitler condivideva infatti una visione della vita radicalmente antropocentrica, tipica della cultura specista, tanto che giunse a scrivere:

Se posso accettare un comandamento divino, questo è: preserva la specie [umana]. [1] … Io sogno uno stato di cose in cui ogni uomo comprenda di dover vivere e morire per la conservazione della specie [umana]. È nostro dovere incoraggiare questa idea: lasciare che colui che si distingua nel servizio della specie [umana] sia giudicato degno del massimo rispetto. [2] … La convinzione che, obbedendo alla voce del dovere, si lavora per la conservazione della specie [umana], aiuta a prendere le decisioni più importanti. [3]

Quali siano state poi «le decisioni più importanti» a cui approdò il dittatore tedesco nel suo impegno nel preservare la specie umana (dalle contaminazioni biologiche), sono ben note a tutti dai resoconti sull’operato nazista. Hitler, tuttavia, nella sua colossale impresa sterminatrice era sinceramente convinto di operare al «servizio della specie umana» in veste di magnanimo benefattore, incarnando una logica antropocentrica estrema e ben lontana dal pensiero antispecista. In altre parole, sono proprio le ansie antropocentriche di Hitler e le sue preoccupazioni per l’umanità a condurlo all’eliminazione della massa di coloro considerati subumani, un’impresa che ai suoi occhi si presentava come un necessario sacrificio per il bene del popolo umano. In un passo che sembra ispirato dalle tesi degli odierni fautori della sperimentazione sugli animali, Hitler dichiara:

Ho imparato che la vita è una lotta crudele, che non ha altro scopo che la preservazione delle specie. … Io preferirei non vedere soffrire nessuno, non nuocere a nessuno. Ma quando mi rendo conto che la specie [umana] è in pericolo, allora nel mio caso il sentimento lascia il posto alla ragione più fredda. Divento unicamente consapevole dei sacrifici che il futuro richiede, per compensare i sacrifici che si esita a consentire oggigiorno. [4]

In questa esaltazione antropocentrica dell’ideologo nazista non sorprende che Hitler ponga all’apice della gerarchia della vita l’essere umano che, separato nella sua grandezza dal resto del popolo animale, regna sovrano, dall’alto, sulle altre creature della Terra schiacciate ai suoi piedi. Nel suo celebre Mein Kampf scrive:

Il primo passo che allontanò in modo visibile l’uomo dall’animale fu quello dell’invenzione. … L’uomo … impara ad assoggettarsi altre creature perché lo servano nella lotta per l’esistenza; apprende altre cose; e così comincia la vera attività inventiva dell’uomo. … E tutti questi trovati contribuiscono ad elevare sempre più l’uomo sopra il livello del mondo animale, e ad allontanarlo definitivamente da questo. … Tutto ciò insieme … lo rafforza e lo rinsalda nella sua posizione così da farne, per ogni riguardo, l’essere dominante su questa Terra. [5]

In questa celebrazione dell’essere umano Hitler dimostra una posizione sorprendentemente simile a quella di molti fanatici della crudeltà animale, che usano frequentemente le stesse argomentazioni per legittimare l’abuso sulle altre creature. Il dittatore tedesco, dopotutto, è molto chiaro: l’essere umano «impara ad assoggettarsi altre creature», rendendole sue schiave, affinchè «lo servano nella lotta per l’esistenza», fino a diventare «l’essere dominante su questa Terra». In un altro passo egli definisce l’uomo ancor più persuasivamente come «il signore delle altre creature» [6]: per Hitler, evidentemente, non vi è dubbio che l’uomo, in virtù della sua supremazia violenta, abbia il pieno diritto di dominare gli altri animali e di disporne liberamente per la propria esistenza.

Tuttavia Hitler, nella sua personale elaborazione antropocentrica, aggiunge un elemento inedito: il superuomo ariano. L’ossessione per il primato dell’intelligenza, tipico della civiltà specista odierna, è alla base degli stessi deliri visionari del dittatore tedesco nella sua lode al superbo ariano:

È una discussione oziosa quella che vuol ricercare quale razza fosse la originaria portatrice della cultura umana; cioè l’autentica fondatrice di ciò che noi chiamiamo in sintesi: umanità. … Ciò che noi vediamo oggi, in materia di cultura o d’arte o di scienza o di tecnica, è quasi esclusivamente il prodotto geniale dell’ariano. E ciò ci conduce alla conclusione ovvia che egli solo è stato il fondatore dei valori umani più alti, e rappresenta quindi il prototipo di ciò che noi designiamo con la parola uomo. Egli è il Prometeo dell’umanità, dalla cui fronte radiosa scoccò in ogni tempo la scintilla del genio, accendendo ogni volta la fiaccola che illuminò di conoscenza la notte del silenzioso mistero; e così preparò la strada all’umanità per dominare le altre creature terrene. [6]

Dunque, l’uomo, «l’essere dominante su questa Terra», deve la propria ispirazione originaria al geniale ariano, che «preparò la strada all’umanità per dominare le altre creature terrene». Hitler aggiungeva così, nelle sue allucinazioni razziste, un nuovo piano al grattacielo horkheimeriano [7], collocandovi in cima, al di sopra dei «grandi magnati dei trust», una lussuosa suite, da cui si affaccia, con sguardo solenne e acuto, il superuomo ariano, il «Prometeo dell’umanità». La variante razzista del pensiero hitleriano, tuttavia, non ne modifica le ossessioni tipicamente antropocentriche che lo ispiravano e lo esaltavano: la cantina rimane sempre quel mattatoio con «l’indescrivibile, inimmaginabile sofferenza degli animali».

Il richiamo assillante alle “leggi della Natura” è un altro elemento ricorrente nel pensiero dell’ideologo nazista e comune alla mentalità dei fanatici dello specismo, che spesso riferiscono di un primordiale ordine naturale che legittimerebbe l’essere umano degli abusi perpetrati sulle altre creature animali e dimostrerebbe l’intrinseca perversione di un sentimento di compassione per gli animali non umani, in quanto, appunto, contrario alle “leggi della Natura”. In Hitler la devozione in un’autorità naturale è tale che egli arriva ad affermare:

Conoscere le leggi della Natura è utile poichè ciò ci permette di rispettarle. Agire diversamente significherebbe sollevarsi in rivolta contro Dio. [8]

Questa fede religiosa nelle “leggi della Natura”, comune al fanatismo specista, è necessaria per consacrare, conferendogli un’aura di legittimità naturale, il diritto del più forte, su cui poggiava l’universo nazista e oggi sovente invocato, per lo più indirettamente facendo uso di argomentazioni più caute, in difesa dello sfruttamento animale. Hitler, al contrario, parla apertamente di diritto del più forte, dimostrandosi quantomeno più schietto e onesto:

Come in ogni cosa, la Natura è il miglior maestro, anche per quanto riguarda la selezione. Non si potrebbe immaginare un’altra attività meglio svolta dalla Natura di quella del decidere la supremazia di una creatura su un’altra per mezzo di una lotta costante. [9] … Così, anche tra gli uomini, alla fine di tutto si può vedere come sia sempre il più forte che trionfa. Non è forse questo il più ragionevole ordine delle cose? … Se non avessimo rispettato le leggi della Natura, imponendo la nostra volontà conforme al diritto del più forte, ci troveremmo ancora ad essere divorati dagli animali selvatici. … Il più forte impone la propria volontà: questa è la legge della Natura. [10]

In questa visione complessiva di un ordinamento naturale della vita, scisso e al di sopra della riflessione etica, Hitler, nelle sue astrazioni pseudodarwiniane, si appella ad un presunto originario «istinto di razza» [11], dimostrandosi in ciò non molto lontano da coloro che giustificano le pratiche di abuso animale invocando un improbabile primordiale “istinto di specie” secondo cui la specie umana dovrebbe agire solo nell’interesse dei membri della propria specie, anche qualora ciò comporti un abuso indiscriminato dei membri delle altre specie. Nella sua concezione riformatrice e sciovinista dello Stato, Hitler sostiene che:

II complessivo lavoro d’istruzione e d’educazione dello Stato nazionale deve trovare il suo coronamento nell’infondere, nel cuore e nel cervello della gioventù ad esso affidata, il senso e il sentimento di razza, conforme all’istinto e alla ragione. [11]

Da queste premesse si intuisce facilmente come tutto ciò che, agli occhi di Hitler, venisse giudicato non in linea con i principi della Natura – principi da egli stesso concepiti, formulati e consacrati – fosse considerato intollerabile, perverso, anzi, una pericolosa minaccia per la società umana:

In quanto l’uomo tenta di ribellarsi alla ferrea logica della Natura, egli è coinvolto nella lotta contro i fondamenti cui deve la sua stessa esistenza come uomo, perciò la sua azione contro la Natura lo porta infallantemente a rovina. [6] … L’eterna Natura si vendica spietatamente di ogni trasgressione alle sue leggi. [12]

In questo quadro, pertanto, Hitler può facilmente legittimare e fomentare l’odio verso tutte quelle idee identificate come una negazione delle “leggi della Natura” e, in quanto tali, rappresentanti un pericolo per l’umanità intera. Così, per l’ideologo nazista, «l’uomo che misconosce le leggi [naturali] della razza … impedisce la vittoria della razza migliore, e con ciò la premessa di ogni progresso umano» [6]. Per Hitler, in particolare, è proprio la teoria marxista, da lui tanto avversata e associata, nei suoi vaneggiamenti antisemiti, al popolo ebreo, a rappresentare una minaccia universale per il suo carattere intrinsecamente contrario all’ordine naturale: ciò, pertanto, è evidentemente sufficiente a giustificare la soppressione delle idee marxiste e, con esse, l’eliminazione di chiunque vi sia associato:

La dottrina semita del marxismo rifiuta il principio aristocratico della Natura, e pone al posto dell’eterno diritto della forza e della potenza il numero, col suo morto peso. … Essa condurrebbe, se posta come fondamento dell’universo, alla fine di ogni ordine umano comprensibile alla ragione. E come il caos sarebbe l’evidente risultato dell’applicazione di una simile legge, così gli uomini di questo pianeta procederebbero di già verso il proprio tramonto. [12]

Questa conclusione, nella sua retorica allucinata e piena d’odio, si rivela sorprendentemente simile a quella dei fanatici della crudeltà animale, che vedono nel pensiero antispecista e nella compassione per gli animali l’origine di ogni male dell’uomo. In un articolo pseudoetico pubblicato sul blog del gruppo Resistenza Razionale, lo scalmanato gruppo di esaltati detrattori dell’animalismo, il visionario autore, dopo congetture e argomentazioni intrise di un giustificazionismo ultraspecista, conclude, con tono tipicamente allarmistico:

il filone antispecista … si sta insinuando, con esponenziale successo, tra le posizioni etiche correnti, rendendosi artefice di sconsiderate conseguenze che gravano sul sistema delle tendenze naturali proprie della specie umana. [13]

Quali sia la giusta soluzione che l’autore, nel suo febbrile odio per gli attivisti per gli animali – a suo dire artefici, come dichiara con disinvolto disprezzo, di una «propaganda … anti-umana» – intenderebbe adottare per evitare tali «sconsiderate conseguenze» per la specie umana, benchè non sia dichiarata, può essere facilmente immaginata quando si rammenta fin dove Hitler fu spinto nel suo odio per gli ebrei.

Riccardo B.

 

Conversando di diritti animali con Hitler pt. V: il testamento di morte »»»

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Note:
1. Hitler’s Table Talk 1941-1944, conversazione n. 74: «If I can accept a divine commandment, it’s this one: «Thou, shalt preserve the species» ».
2. Hitler’s Table Talk 1941-1944, conversazione n. 75: «I dream of a state of affairs in which every man would know that he lives and dies for the preservation of the species. It’s our duty to encourage that idea: let the man who distinguishes himself in the service of the species be thought worthy of the highest honours».
3. Hitler’s Table Talk 1941-1944, conversazione n. 72: «The conviction that, by obeying the voice of duty, one is working for the preservation of the species, helps one to take the gravest decisions».
4. Hitler’s Table Talk 1941-1944, conversazione n. 26: «Thus I learnt that life is a cruel struggle, and has no other object but the preservation of the species. … I would prefer not to see anyone suffer, not to do harm to anyone. But when I realise that the species is in danger, then in my case sentiment gives way to the coldest reason. I become uniquely aware of the sacrifices that the future will demand, to make up for the sacrifices that one hesitates to allow to-day».
5. Adolf Hitler, Mein Kampf, vol. II, cap. Personalità e concetto nazionale di Stato.
6. Adolf Hitler, Mein Kampf, vol. I, cap. Razza e popolazione.
7. Max Horkheimer, Il grattacielo, in Crepuscolo. Appunti presi in Germania (1926-1931), Einaudi, 1977.
8. Hitler’s Table Talk 1941-1944, conversazione n. 140: «That’s why I have the feeling that it’s useful to know the laws of nature — for that enables us to obey them. To act otherwise would be to rise in revolt against Heaven».
9. Hitler’s Table Talk 1941-1944, conversazione n. 180: «As in everything, nature is the best instructor, even as regards selection. One couldn’t imagine a better activity on nature’s part than that which consists in deciding the supremacy of one creature over another by means of a constant struggle».
10. Hitler’s Table Talk 1941-1944, conversazione n. 23: «Men dispossess one another, and one perceives that, at the end of it all, it is always the stronger who triumphs. Is that not the most reasonable order of things? … If we did not respect the laws of nature, imposing our will by the right of the stronger, a day would come when the wild animals would once again devour us … The stronger asserts his will, it’s the law of nature».
11. Adolf Hitler, Mein Kampf, vol. II, cap. Lo Stato.
12. Adolf Hitler, Mein Kampf, vol. I, cap. Anni di studio e di dolore a Vienna.
13. In Difesa della Sperimentazione Animale, Fides in ratione: un’etica per la sperimentazione animale [http://difesasperimentazioneanimale.wordpress.com/2013/04/30/fides-in-ratione-unetica-per-la-sperimentazione-animale].

 

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