Conversando di diritti animali con Hitler pt. III: sugli animali

di Riccardo B.

Conversando di diritti animali con Hitler pt. I: sul vegetarianismo »»»

 

Oltre alle questioni del vegetarianismo e della caccia, di cui ho discusso nei due precedenti articoli, resta ancora da esaminare l’aspetto centrale professato dai predicatori del mito zoofilo hitleriano, ovvero il suo (presunto) fondamentale sentimento di amore per il mondo animale e in particolare per i cani, persuasivamente giustapposto dai detrattori dell’animalismo al suo fondamentale sentimento di odio per il mondo umano e in particolare per gli ebrei. Anche in questo caso la raccolta delle sue conversazioni a tavola ci offre l’occasione per indagare su questo aspetto del leader del terzo Reich.

Nell’opera, in effetti, compare qualche storiella sui cani. Tra queste, la più interessante e particolareggiata è quella di Fuchsl, il piccolo randagio suo compagno durante il servizio militare al fronte negli anni della Prima Guerra Mondiale. Nel rievocare i momenti vissuti con questo cane tra un aneddoto e l’altro, Hitler ricorda lo stretto legame che lo univa all’animale:

Ero incredibilmente affezionato alla bestia. Nessuno poteva toccarmi senza che Fuchsl diventasse immediatamente furioso. Egli non avrebbe seguito nessuno ad accezione di me. … Condividevo ogni cosa con lui. Quando veniva la sera, lui usava accovacciarsi accanto a me. … Quando ho lasciato il treno ad Harpsheim, all’improvviso mi sono accorto che il cane era sparito. … Ero disperato. [1]

Da queste parole evidentemente traspare un sincero sentimento di affetto di Hitler per questo suo compagno non umano. Tuttavia, non sembra che questo slancio emotivo sia poi molto diverso dall’affetto che molti di coloro che hanno un cane, con cui riescono ad instaurare un genuino e profondo legame empatico, provano per il proprio amico o la propria amica scodinzolante. Anche la passione con cui Hitler narra delle vicende di Fuchsl è tipica di coloro che vivono con un cane, che spesso si lanciano in avvincenti storielle sul proprio beniamino.

Ma tutto ciò, per chi non è annebbiato da sentimenti di odio per chi ama un animale, non sembra essere un motivo sufficiente per temere che queste persone (compreso il sottoscritto) si trasformino, da un giorno all’altro, in pericolosi criminali assassini. Eppure, nella loro scollegata razionalità, questo è proprio ciò che sostengono i fanatici della crudeltà animale: Hitler amava i cani, per cui provare un sentimento di affetto per un cane (o un qualsiasi altro animale) sarebbe indizio di una minacciosa perversione antiumana.

Bisognerebbe tuttavia anche capire fin dove si spingeva il presunto amore del leader tedesco per i cani. In effetti, in un passo, egli afferma senza mezzi termini: «Io amo gli animali, e in particolare i cani». Ma subito dopo, come per non essere frainteso, precisa:

Ma non mi piacciono molto i boxer, per esempio. Se dovessi prendermi un nuovo cane, non potrebbe essere che un cane da pastore [tedesco], preferibilmente una femmina. Mi sentirei un traditore se mi affezionassi ad un cane di una qualsiasi altra razza. Che animali straordinari sono: vivaci, leali, coraggiosi e belli! [2]

Sembra dunque che questo tanto celebrato amore per i cani del dittatore tedesco fosse un amore ben attento a fare distinzioni tra una razza e l’altra. Più che di amore, si dovrebbe parlare di una passione, così come lo è la filatelia per colui che vi si dedica, che valuta ogni francobollo in base alla fattura, alla grana o al colore. Sebbene Hitler poteva indubbiamente provare affetto per un cane particolare (come nel caso di Fuchsl o della celebre Blondie, il suo cane da pastore tedesco femmina), con i cani in generale Hitler dimostra ancora una volta una concezione radicalmente specista dell’animale non umano, reificandolo e assegnandogli un valore non come individuo in sè, con una propria personalità e proprie peculiarità, ma in base alla sua categorizzazione artificiale in un gruppo razziale omogeneo e omologato.

Una visione che, dopotutto, non sembra molto diversa da quella che aveva del popolo umano nella sua distinzione tra razze superiori e razze inferiori. Si dovrebbe anzi affermare che Hitler, in ciò, si dimostrava perfettamente coerente nella sua concezione della vita umana e non umana. Non sorprende che, dopotutto, Hitler apprezzi i soggetti della razza del pastore tedesco ritenendoli animali «straordinari … vivaci, leali, coraggiosi e belli»: le stesse doti da lui tanto celebrate, non a caso, nel superuomo ariano.

Secondo Hitler, inoltre, «anche tra i cani della stessa razza ci sono differenze straordinarie. Ci sono cani stupidi e altri così intelligenti da rimanerne sbigottiti». Un’affermazione, questa, che oltre a confermare, nel suo disprezzo per quei soggetti che egli giudica «stupidi», un amore selettivo di Hitler verso i cani, testimonia anche una concezione della vita assolutamente antropocentrica: evidentemente, il criterio usato da Hitler per valutare l’intelligenza di un cane fa riferimento al mondo umano, non al mondo dei cani, regolato da altre norme e guidato da altre logiche, e dove un soggetto che agli occhi umani può apparire poco intelligente (ad esempio perchè poco propenso ad eseguire ordini a comando per via di un’indole particolarmente indipendente), può invece rivelarsi molto acuto.

Per quanto riguarda gli altri animali in generale, Hitler non sembra mostrare un atteggiamento molto benevolo come nelle fantasie degli appassionati detrattori dell’animalismo. In un passo (già accennato nel precedente articolo) Hitler dichiara:

Ho appena letto che un uomo è stato condannato a tre mesi di reclusione per aver maltrattato un animale; a quanto pare ha preso a calci una gallina che era finita nel suo giardino. Ebbene, io non approvo. [3]

Hitler giustifica quest’uomo ritenendo che, al confronto, la caccia (alla lepre) rappresenti «una crudeltà spaventosa ben peggiore», dal momento che «il cacciatore gioca a sparare per soddisfare il proprio desiderio di uccidere. L’uomo che ha preso a calci la gallina semplicemente lo ha fatto per evitare danni al suo giardino, e non aveva intenzione di ucciderla». Con queste parole Hitler rivela una perversa logica utilitaristica, secondo cui una crudeltà può essere considerata legittima se perpetrata in vista di un obiettivo (secondo il punto di vista assai poco imparziale dell’abusatore) giustificabile: una logica, dopotutto, niente affatto diversa da quella dei fanatici dello sfruttamento animale, come coloro che, ad esempio, giustificano l’inflizione di sofferenze ad un animale in un laboratorio in vista della presunta utilità scientifica.

Il fatto che poi, secondo Hitler, un uomo che prenda a calci una creatura minuta e fragile come una gallina non intendesse ucciderla, rivela anche una ben scarsa considerazione per l’animale maltrattato (che, nella migliore delle ipotesi, avrà subito almeno qualche frattura). In effetti, Hitler non sembra nutrire sentimenti molto amorevoli verso le galline:

So bene quanto possa essere irritante trovarsi una gallina nel giardino … Quando ero bambino i miei genitori avevano un piccolo giardino in Leonding. Il nostro vicino insisteva per lasciare che le sue galline ruspassero nel nostro giardino. Un giorno ho caricato un fucile da caccia e sparai senza sosta contro le galline. [3]

Va notato che Hitler racconta questa sua esperienza senza alcun rimorso o rimprovero personale, come invece ci si aspetterebbe da un grande amante degli animali quale esso viene usualmente dipinto dai visionari detrattori dell’animalismo. Egli osserva solamente che «da allora ho capito che il rimedio legale consiste nel confiscare le galline e restituirle solo dopo che i danni sono stati pagati». Se comunque Hitler nutriva scarsa simpatia per le “irritanti” galline, con i ratti i suoi sentimenti erano ancora più minacciosi:

Ho imparato ad odiare i ratti quando ero al fronte. Un uomo ferito abbandonato tra le linee sapeva che sarebbe stato mangiato vivo da queste bestie schifose. [4]

Da questa dichiarazione è alquanto improbabile ritenere che Hitler, spesso indicato dai fanatici detrattori dell’animalismo anche come fervente oppositore della sperimentazione sugli animali, si preoccupasse della sorte di queste «bestie schifose» usate (da sempre in gran numero) nei laboratori. L’odio di Hitler per i ratti risale comunque a molto prima dei suoi anni della guerra: in un altro passo egli rammenta che, quand’era ragazzo, alloggiava con un compagno di scuola in una camera che si affacciava su un cortile, e ricorda, senza alcun dispiacere, che «spesso mi esercitavo a sparare ai ratti dalla finestra» [5].

Dalla indifferenza con cui Hitler narra dei suoi atti di crudeltà su galline e ratti quand’era bambino e ragazzo, è lecito presumere che la distruzione della vita non umana rappresentasse per il giovane futuro propugnatore dello sterminio ebraico un evento alquanto comune, e che, oltre a tali episodi riferiti casualmente nelle sue testimonianze raccolte, molti altri simili popolassero il suo passato.

Il disprezzo del leader tedesco per la vita non umana e l’animalità appare evidente anche dalle sue opinioni su coloro che egli riteneva dei subumani. Hitler considerava, non a caso, il popolo ebreo «una schiera di sorci» [6], traslando sulla comunità ebraica l’odio e il disprezzo radicato in lui verso i ratti e legittimando in tal modo, ai suoi occhi, la campagna di eliminazione degli ebrei dal globo terrestre, così come le campagne di eliminazione dei ratti dai centri cittadini, presumibilmente, non destavano in lui alcuna opposizione morale.

Allo stesso modo, Hitler giudicava i suoi avversari militari russi «non esseri umani, ma animali, bestie» [7]. Pertanto, degradati allo stato di animali non umani, essi venivano concepiti nella mente del dittatore tedesco quali esseri privi di ogni dignità, da annientare e sterminare senza rimorsi morali per liberare il territorio nemico, così come, per il piccolo Hitler, appariva del tutto lecita la distruzione della vita delle galline per liberare il giardino dai fastidiosi animali.

Riccardo B.

 

Conversando di diritti animali con Hitler pt. IV: sull’antropocentrismo »»»

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Note:
1. Hitler’s Table Talk 1941-1944, conversazione n. 118: «It was crazy how fond I was of the beast. Nobody could touch me without Foxl’s instantly becoming furious. He would follow nobody but me. … I used to share everything with him. In the evening he used to lie beside me. … When I left the train at Harpsheim, I suddenly noticed that the dog had disappeared. … I was desperate».
2. Hitler’s Table Talk 1941-1944, conversazione n. 125: «I love animals, and especially dogs. But I’m not so very fond of boxers, for example. If I had to take a new dog, it could only be a sheep-dog, preferably a bitch. I would feel like a traitor if I became attached to a dog of any other breed. What extraordinary animals they are: lively, loyal, bold, courageous and handsome!».
3. Hitler’s Table Talk 1941-1944, conversazione n. 293: «I have just read that a man has been sentenced to three months’ imprisonment for having ill-treated an animal; apparently he kicked a hen which had strayed into his garden. Well, I do not approve. In my opinion shooting hares is a far greater horror of cruelty. Every sportsman who shoots an animal without killing it should, in my opinion, receive at least a like sentence. The nation must not get the idea that one type of sadist is applauded and the other put in prison. The sportsman shoots game to satisfy his lust for murder. The man who kicked the hen simply did so to guard his garden from damage, and had no murderous intention. I know how irritating it can be when a hen gets in your garden, and every time you chase it out, back it comes again! When I was a child my parents had a little garden in Leonding. Our neighbour insisted on letting her hens forage in our garden. One day I loaded a shot-gun and blazed off at them. Since then I have learnt that the legal remedy is for the hens to be confiscated and returned only after damages have been paid».
4. Hitler’s Table Talk 1941-1944, conversazione n. 56: «I learnt to hate rats when I was at the front. A wounded man forsaken between the lines knew he’d be eaten alive by these disgusting beasts».
5. Hitler’s Table Talk 1941-1944, conversazione n. 100: «I lodged with a school-companion in Griinmarkt, No. 9, in a little room overlooking the courtyard. … I often used to practise shooting rats from the window».
6. Adolf Hitler, Mein Kampf, vol. I: «Jews act in concord only when a common danger threatens them or a common prey attracts them. Where these two motives no longer exist then the most brutal egotism appears and these people who before had lived together in unity will turn into a swarm of rats that bitterly fight against each other».
7. Max Domarus, Hitler – Speeches and Proclamations 1932-1945, p. 2493: «As a base frontline, this is gigantic, especially when you confront an opponent which, I must say this here, consists not of human beings, but of animals, of beasts».

 

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