Conversando di diritti animali con Hitler pt. II: sulla caccia

di Riccardo B.

Conversando di diritti animali con Hitler pt. I: sul vegetarianismo »»»

 

Oltre alla questione del vegetarianismo di Hitler, di cui ho discusso nel precedente articolo, un altro aspetto interessante collegato al mito zoofilo hitleriano è quello della altrettanto celebrata avversione del dittatore tedesco per la caccia. Anche in questo caso la raccolta delle sue conversazioni a tavola ci offre la possibilità di far luce sulle opinioni dell’ideologo nazista riguardo a questa sanguinaria pratica, a partire dalla sua dichiarazione, già menzionata, in cui Hitler afferma orgoglioso:

Non sono un ammiratore del bracconiere, in particolare dal momento che sono vegetariano; ma in esso io vedo il solo elemento di romanticismo nel cosiddetto sport della caccia. [1]

Da queste parole dovremmo concludere che, se Hitler era – come gli appassionati detrattori dell’animalismo dicono sia stato – uno strenuo oppositore della caccia, si trattava allora di un oppositore piuttosto originale, dal momento che rintracciava anche un’aura di romanticismo nella truce pratica venatoria, per di più riconducendola alla figura del bracconiere. Questa dichiarazione dovrebbe già da sola essere sufficiente per far sorgere più di qualche dubbio sulla genuinità di Hitler quale fervente oppositore della caccia, sebbene, in effetti, in un’altra conversazione egli dichiari apertamente la sua avversione per questa efferata attività. Il passo è particolarmente illuminante ed è bene citarlo per intero:

Io non vedo nulla di male nella caccia alla selvaggina. Semplicemente, dico che si tratta di uno sport deprimente. Quello che mi piace di più della caccia è il bersaglio e, accanto a questo, il bracconiere. Questo almeno rischia la propria vita in questo sport. L’aborto più insignificante può dichiarare guerra a un cervo. La battaglia tra un fucile a ripetizione e un coniglio – che non ha fatto alcun progresso in tremila anni – è troppo impari. Se il signor tal dei tali dovesse correre più veloce del coniglio, allora di fronte a lui mi toglierei il cappello. [2]

Chiaramente Hitler assume qui una posizione critica verso la caccia. Tuttavia occorre fare alcune osservazioni. Egli innanzitutto si riferisce agli animali uccisi come «selvaggina», dunque inquadrandoli già in un’ottica specista e connotandoli di un valore puramente utilitaristico ai fini umani: evidentemente per Hitler l’animale inseguito e ucciso ha valore solo in quanto «selvaggina», pietanza già destinata alla tavola umana, negando pertanto ogni concettualizzazione dell’individuo animale quale essere senziente con un proprio valore. Egli inoltre considera la caccia come un semplice «sport», definizione che denota una valenza amorale della pratica venatoria e la depriva di ogni richiamo alla violenza implicita.

Le sue parole, pertanto, lungi dall’indicare un moto di compassione per gli animali, rivelano invece una stretta affinità con il lessico tradizionale dello stesso cacciatore, ciò che a sua volta rivela un’identica visione (ultraspecista) della vita non umana. A conferma di questo, Hitler afferma che ciò che lo affascina di più della caccia è il «bersaglio», reificando l’animale alla condizione di semplice obiettivo in movimento da colpire e probabilmente concentrando tutte le proprie emozioni sull’eccitazione perversa della presa della mira, del momento dello sparo, dell’azione sanguinaria portata a successo: gli stessi sentimenti dichiarati apertamente, tante volte, anche dagli stessi cacciatori.

In questo passo Hitler chiarisce inoltre l’origine della sua avversione per la pratica venatoria e della sua (apparentemente incongruente) ammirazione per il bracconiere, «il solo elemento di romanticismo della caccia». Egli infatti definisce la caccia uno «sport deprimente», presentandosi ai suoi occhi come una «battaglia troppo impari» tra l’uomo (armato di fucile a ripetizione) e l’animale cacciato, tanto che anche «l’aborto più insignificante può dichiarare guerra a un cervo». Nelle sue parole, pertanto, Hitler condanna la caccia non perchè mosso da sentimenti di rispetto per la vita animale, ma solo in quanto tale pratica svilisce ai suoi occhi valori quali il coraggio, la temerarietà, l’audacia, valori costantemente esaltati dall’ideologia militaristica e aggressiva nazista e che invece individua proprio nella figura, da lui tanto apprezzata, del bracconiere, che «almeno rischia la propria vita in questo sport». È dunque per questi motivi che egli disprezza il “vile” cacciatore e la caccia ma, allo stesso tempo, si esalta di fronte alla figura del bracconiere.

Hitler era anche al corrente del fatto che vi erano «senza dubbio alcuni bracconieri tra i sostenitori più fedeli del partito [nazista]» [3], una circostanza che tuttavia non sembrava preoccuparlo affatto: anzi, era ben consapevole che in certe regioni, «se escludessi i bracconieri dal partito, perderemmo il sostegno di interi quartieri» [4]. L’ammirazione di Hitler per il “valoroso” bracconiere era tale che riteneva che, piuttosto che essere punito con la reclusione per il reato di bracconaggio, «dovrei prenderlo io stesso e metterlo in una compagnia della SS» (il corpo di polizia speciale del partito nazista) [5].

Un particolare, questo, molto significativo nel contesto del pensiero di un dittatore che, in altri casi, non esitò a emanare direttive volte a punire con l’internamento o l’esecuzione a morte coloro che mostravano (o erano anche solo sospettati di avere) idee o comportamenti non ritenuti in linea con i suoi principi ispiratori, quali prostitute, omosessuali o dissidenti politici. C’è solo un passo in cui Hitler condanna il bracconiere: nel «caso … rubi una gallina». Ma non certo perchè la gallina, prevedibilmente, verrà uccisa e mangiata: ma solo perchè «ciò rappresenta un oltraggio contro l’austerità pubblica in tempo di guerra» [6].

Dalle sue affermazioni si evince dunque come Hitler non vedesse «nulla di male nella caccia». Egli semplicemente condanna la pratica venatoria in quanto la considera uno sport per vigliacchi, senza lasciarsi andare a nessuna considerazione di natura etica. È anche pur vero che, conversando con un ufficiale del partito da poco tornato da una partita di caccia, Hitler disapprova la sua passione per l’attività venatoria [7], facendo tuttavia sfoggio di un’ironia che sembra rivelare una posizione critica alquanto tollerante e che lascia ben poco spazio alla serietà che meriterebbe l’uccisione violenta degli animali nei boschi.

In un’altra conversazione, inoltre, Hitler definisce la caccia (alla lepre) «una crudeltà spaventosa», e il cacciatore come colui che «gioca a sparare per soddisfare il proprio desiderio di uccidere»: d’altra parte, sembra che egli esprima queste sue opinioni in maniera alquanto strumentale, dal momento che le usa per giustificare un uomo che ha preso a calci una gallina che era finita incidentalmente nel suo giardino [8], dimostrando anzi di preoccuparsi ben poco degli animali. E sebbene in un altro passo Hitler evochi le scene di uccisione del cervo e della lepre, egli si limita ad affermare di non riuscire «a vedere quale possibile piacere può essere derivato dalla caccia» [9], senza tuttavia condannarne l’estrema violenza sanguinaria.

In definitiva, considerando anche il suo vivo entusiasmo per la figura del bracconiere, la sua avversione per la caccia (caccia intesa nella sua accezione più ampia, comprendendo anche le attività definite dalle varie legislazioni come bracconaggio) non sembra essere poi così forte come sostenuto dagli allucinati predicatori del mito zoofilo hitleriano e, come per il suo rifiuto di consumare carni, non sembra avere molto a che fare con un sincero sentimento di compassione per gli animali.

Riccardo B.

 

Conversando di diritti animali con Hitler pt. III: sugli animali »»»

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Note:
1. Hitler’s Table Talk 1941-1944, conversazione n. 293: «I am no admirer of the poacher, particularly as I am a vegetarian; but in him I see the sole element of romance in the so-called sport of shooting».
2. Hitler’s Table Talk 1941-1944, conversazione n. 54: «I see no harm in shooting at game. I merely say that it’s a dreary sport. The part of shooting I like best is the target – next to that, the poacher. He at least risks his life at the sport. The feeblest abortion can declare war on a deer. The battle between a repeating rifle and a rabbit – which has made no progress for three thousand years – is too unequal. If Mr. So-and-so were to outrun the rabbit, I’d take off my hat to him».
3. Hitler’s Table Talk 1941-1944, conversazione n. 293: «Incidentally, there is no doubt that we number quite a few poachers among the most stalwart adherents of the Party».
4. Hitler’s Table Talk 1941-1944, conversazione n. 308: «In regions like the Styriaj Salzburg and the Tyrol, if I excluded poachers from the Party, we should lose the support of entire districts».
5. Hitler’s Table Talk 1941-1944, conversazione n. 293: «As it is, a poacher kills a hare and goes to prison for three months! I myself should have taken the fellow and put him into one of the guerilla companies of the SS».
6. Hitler’s Table Talk 1941-1944, conversazione n. 293: «The case of the persistent poacher who steals a hen is quite different. Here, I would say, his activities constitute an offence against public austerity in time of war».
7. Hitler’s Table Talk 1941-1944, conversazione n. 56.
8. Hitler’s Table Talk 1941-1944, conversazione n. 293: «I have just read that a man has been sentenced to three months imprisonment for having ill-treated an animal; apparently he kicked a hen which had strayed into his garden. Well, I do not approve. In my opinion shooting hares is a far greater horror of cruelty. Every sportsman who shoots an animal without killing it should, in my opinion, receive at least a like sentence. The nation must not get the idea that one type of sadist is applauded and the other put in prison. The sportsman shoots game to satisfy his lust for murder. The man who kicked the hen simply did so to guard his garden from damage, and had no murderous intention».
9. Hitler’s Table Talk 1941-1944, conversazione n. 308: «Personally, I cannot see what possible pleasure can be derived from shooting. Think of the tremendous ceremony that accompanies the slaughter of a deer! And the hare is shot, not sitting, but on the run, to make his end more spectacular».

 

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