Conversando di diritti animali con Hitler pt. I: sul vegetarianismo

di Riccardo B.

 

Nell’insistente campagna diffamatoria contro gli attivisti per gli animali promossa dai fanatici della crudeltà animale l’intera impresa verte sulla simbolizzazione dell’animalista quale entità collettiva intrinsecamente subdola, meschina e perniciosa. Un ruolo fondamentale in questo processo spetta, in un impiego di reductio ad Hitlerum da manuale, ad un mitico parallelo tra animalismo e nazismo, estremamente funzionale nei suoi effetti persuasivi per l’assimilazione dell’animalista con il male assoluto.

Secondo questa costruzione mitologica il regime nazista, specie nelle sfere più alte del potere e a partire da Hitler, era pervaso da un profondo sentimento di amore per gli animali, tanto che vennero emanate leggi a protezione degli animali all’avanguardia e la sperimentazione sugli animali venne abolita e sostituita con la sperimentazione sugli esseri umani. Più di recente, poi, i deliri complottistici di certi fanatici della sperimentazione sugli animali hanno arricchito il parallelo nazisti-animalisti attribuendo al movimento animalista l’inverosimile uso strumentale di una propaganda mistificatoria che si ispirerebbe alle stesse metodiche persuasive messe in atto dal regime nazista.

Un esempio eccellente della disinvoltura con cui viene professata questa ortodossia è rappresentato dall’infelice Premio Hitler, riservato alle «personalità che si sono particolarmente distinte nell’animalismo» [1]: una farneticante iniziativa istituita da FederFauna, orgogliosamente sostenuta da Giulia Corsini [2] (membro del consiglio direttivo di Pro-Test Italia) e aspramente criticata sia dal presidente dell’ANPI di Bologna [3], sia da esponenti autorevoli della comunità ebraica italiana [4,5]. L’insistenza ossessiva mostrata dai detrattori dell’animalismo nell’abuso dell’associazione tra animalismo e nazismo rivela tuttavia come tale retorica nasconda in realtà meri fini persuasivi a fronte di un abissale vuoto argomentativo.

Questo mito è a tal punto suggestivo e diffuso che tuttavia permea anche ambienti culturali estranei allo schiavismo animale, venendo accettato acriticamente – con una superficialità e una pretestuosità argomentative sconcertanti – anche da autori per altri versi molto apprezzabili. Come è nella natura di ogni mito, la ripetitività dello stesso è sufficiente a renderlo dimostrato e dimostrabile, fino a lasciarlo assurgere al rango di dogma: per cui argomentare razionalmente l’esistenza di un preteso sentimento di amore per gli animali tra i nazisti si rivela, per il predicatore di turno, del tutto superfluo.

Un elemento fondante in questo apparato mitologico è rappresentato dalla figura di Hitler e dalla sua (presunta) totale aspirazione al bene degli animali, così intensa che, sempre secondo il mito, lo condusse ad abbracciare un (altrettanto presunto) radicale vegetarianismo. Secondo i celebratori di questa immagine del Fuhrer il dittatore tedesco era completamente assorbito da un sentimento di amore per gli animali – pari solo al suo sentimento di odio per gli ebrei – tanto che una mente lucida dovrebbe ragionevolmente aspettarsi che Hitler, con le sue doti di eccellente oratore qual era, in pubblico e in privato si intrattenesse spesso in lunghi sermoni in difesa degli animali, così come anche nei suoi scritti abbia versato fiumi di inchiostro sulla pietà verso gli animali.

Dopotutto stiamo parlando di valori che hanno a che fare con la sfera morale dell’individuo, la cui centralità nella personalità umana è ben riconosciuta. Non a caso, le convinzioni antisemite di Hitler, ben note a tutti, possono essere ampiamente rintracciate sia nei suoi discorsi pubblici e privati, sia nei suoi pensieri scritti. Ma basterebbe anche pensare alla sua passione per la pittura e l’arte in generale, che spesso ostentava nelle sue conversazioni private [6]. Sarebbe dunque alquanto strano che Hitler non abbia lasciato nei suoi scritti e nei suoi discorsi testimonianze di una propria benevolenza verso gli animali. Un’analisi diretta dei pensieri del leader tedesco appare dunque, in questo senso, senz’altro istruttiva, nonchè necessaria per capire a fondo il suo rapporto con il mondo animale (per una mia trattazione più generale del mito zoofilo hitleriano e del più vasto mito zoofilo nazista si rimanda all’articolo Nazisti e animalisti).

Durante i mesi di prigionia dopo il fallito putsch di Monaco del 1923, Hitler cominciò la stesura del suo celebre Mein Kampf. Il saggio, originariamente pubblicato in due volumi separati (con il primo di taglio autobiografico), espone – come si legge nell’introduzione all’edizione italiana del 1940 [7] – i fini del movimento nazista, il suo programma, «le basi etiche, gli scopi politici, le ragioni profonde», il tutto unitamente a molte riflessioni personali del dittatore tedesco, che arriva a toccare anche temi di natura religiosa. Significativamente, però, in tutta l’opera non compare una sola riga di riflessione sugli animali [8]. Nè viene prospettato – contrariamente a quanto sostengono i detrattori dell’animalismo, secondo cui una delle più urgenti priorità del partito nazista sarebbe stata, fin dall’inizio, l’emanazione di leggi a protezione degli animali – alcun intervento legislativo a favore degli animali [8].

La fama di Hitler quale abile oratore è nota a tutti, giustificata dal gran numero di discorsi che tenne in pubblico fin da prima della sua ascesa al potere, raccolti e unificati, dopo la guerra, in quattro volumi separati [9]. Tuttavia, anche in quest’opera imponente, del volume di quasi 3.400 pagine, non vi è traccia di alcun appello di compassione verso gli animali nelle parole di Hitler: non un discorso in cui il cancelliere tedesco spenda una sola parola in difesa degli animali [8].

Più interessanti per l’aspetto che stiamo considerando si rivelano invece le conversazioni di Hitler tenute durante le occasioni conviviali nei suoi quartier generali, raccolte e pubblicate in un unico volume di oltre 700 pagine [10]. L’opera è particolarmente istruttiva, poichè non si tratta di un testo ponderato (come il Mein Kampf) o di dichiarazioni preparate (come i suoi discorsi pubblici), ma di un insieme di conversazioni spontanee (per lo più monologhi), osservazioni estemporanee, reminiscenze, ecc., in grado quindi di rivelare il pensiero di uno degli uomini più importanti della storia moderna in modo più schietto e diretto.

Innanzitutto nell’opera, una volta per tutte, Hitler stesso chiarisce l’origine del suo vegetarianismo, da molti esibito come prova inconfutabile di un profondo sentimento di amore per gli animali (in realtà, più esattamente Hitler seguiva una dieta semivegetariana, dal momento che non abbandonò mai del tutto il consumo di carni [11]).

A giustificazione della ragionevolezza di una dieta vegetariana Hitler adduce un’ampia serie di ragioni, a volte anche piuttosto pretestuose, riferendo supposizioni storiche (asserendo che nè gli antichi soldati romani nè i vichinghi seguissero diete a base di carni) [12], raffronti tra animali carnivori e vegetariani (per cui i secondi sarebbero più resistenti dei primi) [13], l’evidenza della natura vegetariana dei primati non umani [14], l’istintiva avversione del fanciullo al consumo di carni (simile a quella per l’alcool e il fumo) [15] o l’armonioso sviluppo fisico dei giovani che vivono in tribù vegetariane [16]. Sostiene anche che «i lottatori giapponesi, che sono tra gli uomini più forti del mondo, si nutrono esclusivamente di verdure», aggiungendo, in tutta serietà, che «lo stesso è vero per i facchini turchi, che possono spostare un pianoforte senza alcun aiuto» [17].

Strano a dirsi stando al suo mito di grande amante degli animali, in difesa del vegetarianismo Hitler  non esibisce alcun sentimento di compassione per gli animali, nè propone argomenti di natura etica: nelle sue parole non vi è alcun riferimento alla tragedia degli animali allevati e scannati. Riassumendo, le ragioni addotte da Hitler per la causa del vegetarianismo hanno invece a che fare solo con principi naturalistici e con gli effetti, a suo dire favorevoli, sul vigore fisico. Egli inoltre sostiene fermamente i benefici del consumo dei cibi vegetali allo stato crudo [18], dimostrando pertanto un evidente interesse di natura salutistica, affine al crudismo, alla questione dietetica.

In particolare Hitler si ritiene soddisfatto della sua dieta (semi)vegetariana perchè, riferisce:

Ogni volta che dovevo fare un discorso di grande importanza, alla fine ero sempre sudato fradicio. … Quando più tardi ho cessato di mangiare carne, fin da subito ho cominciato a sudare molto meno, e in una quindicina di giorni ho smesso di sudare quasi del tutto. La mia sete, inoltre, è diminuita considerevolmente, e un occasionale sorso d’acqua è ora più che sufficiente. La dieta vegetariana, dunque, ha alcuni evidenti vantaggi. [19]

Sembra dunque che Hitler, più che sentirsi afflitto per gli animali scannati nei macelli, come viene fantasticato dai detrattori dell’animalismo, si sentisse invece ben più seriamente preoccupato per il suo sudore. A onor del vero, comunque, una remota allusione del leader tedesco agli animali in connessione al suo (semi)vegetarianismo compare sfuggevolmente in un passo, quando afferma:

Non sono un ammiratore del bracconiere, in particolare dal momento che sono vegetariano; ma in esso io vedo il solo elemento di romanticismo nel cosiddetto sport della caccia. [20]

Egli sembra qui voler dire: «Non sono un ammiratore del bracconiere, in particolare dal momento che sono vegetariano, e dunque sono contrario all’uccisione degli animali per l’alimentazione». Tuttavia, la menzione del suo (semi)vegetarianismo in questo passo appare più come un pretesto per giustificare la sua dichiarazione di non essere «un ammiratore del bracconiere» piuttosto che una genuina manifestazione di compassione per gli animali. Subito dopo Hitler si lancia infatti in una affermazione che qualsiasi autentico vegetariano etico riterrebbe inaccettabile: chi davvero rispetta la vita animale, come potrebbe definire il bracconiere «il solo elemento di romanticismo della caccia»? Questa incongruenza, evidentemente, rivela una scarsa e ben poco credibile compassione del dittatore tedesco verso gli animali.

Riccardo B.

 

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Note:
1. FederFauna, Premio Hitler per animalisti, il 24 a Bologna la conferenza stampa di presentazione [http://www.federfauna.org/newss.php?id=7767].
2. FederFauna, Giulia Corsini: Premio Hitler – Come ridurre un periodo storico a tabù [http://www.federfauna.org/newss.php?id=8581]
3. ANPI Bologna, Comunicato stampa sul premio Adolf Hitler.
4. La Repubblica.it, Federfauna celebra il premio Hitler contro gli animalisti. Pavoncello: Va impedito.
5. Globalist: Premio Hitler, la rabbia degli ex deportati: è uno sfregio alla memoria.
6. Hitler’s Table Talk 1941-1944, conversazioni n. 80, 88, 175, 243, 311, 318, 274.
7. Adolf Hitler, La mia battaglia, Bompiani, 1940.
8. La ricerca è stata effettuata cercando i termini animale e animali.
9. Max Domarus, Hitler – Speeches and Proclamations 1932-1945.
10. Hitler’s Table Talk 1941-1944.
11. Animale Senz’altro, Nazisti e animalisti.
12. Hitler’s Table Talk 1941-1944, conversazione n. 63: «There is an interesting document, dating from the time of Caesar, which indicates that the soldiers of that time lived on a vegetarian diet. According to the same source, it was only in times of shortage that soldiers had recourse to meat. … The Vikings would not have undertaken their now legendary expeditions it they’d depended on a meat diet, for they had no method of preserving meat»; conversazione n. 198: «As far as we know, the food of the soldiers of ancient Rome consisted principally of fruit and cereals. The Roman soldier had a horror of meat, and meat, apparently, was included in the normal rations only when the difficulty of obtaining other supplies made it inevitable».
13. Hitler’s Table Talk 1941-1944, conversazione n. 117: «Amongst the animals, those who are carnivores put up performances much inferior to those of the herbivores. A lion’s in no shape to run for a quarter of an hour — the elephant can run for eight hours!»; conversazione n. 198: «As regards animals, the dog, which is carnivorous, cannot compare in performance with the horse, which is vegetarian. In the same way, the lion shows signs of fatigue after covering two or three kilometres, while the camel marches for six or seven days before even his tongue begins to hang out».
14. Hitler’s Table Talk 1941-1944, conversazione n. 117: «The monkeys, our ancestors of prehistoric times, are strictly vegetarian».
15. Hitler’s Table Talk 1941-1944, conversazione n. 117: «When you offer a child the choice of a piece of meat, an apple or a cake, it’s never the meat that he chooses. There’s an ancestral instinct there. In the same way, the child would never begin to drink or smoke if it weren’t to imitate others».
16. Hitler’s Table Talk 1941-1944, conversazione n. 198: «It is also an interesting fact that among the negroes the children of those tribes which are primarily vegetarian develop more harmoniously than those of the tribes in which it is customary for the mother to feed her infant up to the age of four or five».
17. Hitler’s Table Talk 1941-1944, conversazione n. 177: «Japanese wrestlers, who are amongst the strongest men in the world, feed exclusively on vegetables. The same’s true of the Turkish porter, who can move a piano by himself».
18. Hitler’s Table Talk 1941-1944, conversazione n. 198: «Those who adopt a vegetarian diet must remember that it is in their raw state that vegetables have their greatest nutritive value. The fly feeds on fresh leaves, the frog swallows the fly as it is, and the stork eats the living frog. Nature thus teaches us that a rational diet should be based on eating things in their raw state. Science has proved, too, that cooking destroys the vitamins, which are the most valuable part of our food. It has not yet been established beyond doubt whether cooking destroys merely certain chemical particles or whether it also destroys the essential fermentive juices».
19. Hitler’s Table Talk 1941-1944, conversazione n. 256: «Whenever I have to make a speech of great importance I am always soaking wet at the end, and I find I have lost four or six pounds in weight. And in Bavaria, where, in addition to my usual mineral water, local custom insists that I drink two or three bottles of beer, I lose as much as eight pounds. This loss of weight is not, I think, injurious to health. The only thing that always worried me was the fact that my only uniform was a blue one, and it invariably stained my underclothes! When I later gave up eating meat, I immediately began to perspire much less, and within a fortnight to perspire hardly at all. My thirst, too, decreased considerably, and an occasional sip of water was all I required. Vegetarian diet, therefore, has some obvious advantages». Hitler ribadisce questo anche nella conversazione n. 117: «At the time when I ate meat, I used to sweat a lot. I used to drink four pots of beer and six bottles of water during a meeting, and I’d succeed in losing nine pounds! When I became a vegetarian, a mouthful of water from time to time was enough».
20. Hitler’s Table Talk 1941-1944, conversazione n. 293: «I am no admirer of the poacher, particularly as I am a vegetarian; but in him I see the sole element of romance in the so-called sport of shooting».

 

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