Una riflessione sul caso Caterina Simonsen

di Riccardo B.

Originariamente apparso su Gallinae in Fabula [» articolo]

Sono passati alcuni giorni da quando è scoppiato il caso di Caterina Simonsen e ora, a mente fredda, vorrei proporre alcune considerazioni personali. Partendo dall’inizio. Partendo dalle prime emozioni. Credo infatti che ciò che ho provato nel mio intimo sia assimilabile a ciò che hanno provato molti altri attivisti. E, in questi casi, condividere le proprie emozioni insieme ritempra l’animo e conforta lo spirito.

La notizia, rimbalzata da un giornale all’altro fino ai TG nazionali, mi ha scosso non poco e provocato molta rabbia, insieme ad un profondo senso di frustrazione. La rabbia era di duplice natura. Da una parte vi era quella che io chiamo rabbia empatica, ovvero la rabbia che si prova per le ingiustizie commesse contro individualità diverse dalla propria. Mi riferisco, in questo caso, alla tragedia e all’immensa sofferenza dei senzienti non umani rinchiusi nei laboratori biomedici. Poichè, sebbene siano stati accortamente relegati in un angolo dalla sofferenza che un destino sfavorevole ha riservato a una ragazza malata, agli occhi dell’attivista sono sempre vivi il patimento, l’angoscia e la disperazione che gli sperimentatori riservano a milioni di animali in tutto il mondo.

Vi era poi una rabbia più soggettiva, personale. D’altronde, siamo attivisti per gli animali, ma prima ancora siamo noi stessi animali con un nostro mondo interiore. La scorrettezza, il sotterfugio, l’inganno, sono difficili da accettare e fanno male. Questa oscena montatura organizzata dai fanatici della segregazione, sperimentazione coatta e sistematica uccisione degli animali nei laboratori di ricerca – o sperimentazione animale – è stata, in questo, oltre ogni misura inaccettabile. E il sentimento di rabbia è emerso come la reazione più naturale e spontanea. Infine, è giunta  inevitabile la conseguente frustrazione, di fronte all’immensa portata mediatica che ha avuto la vicenda (stravolta e ingigantita a dismisura) e alla pervasiva diffamazione che ha colpito l’intero movimento per la liberazione animale nonchè la mia persona in quanto attivista.

Tuttavia, provare queste emozioni, benchè negative, ha un importante significato. Esse infatti rappresentano una testimonianza inconfondibile di forti principi radicati nel nostro intimo. Ci mostrano apertamente che abbiamo delle idee in cui crediamo con tutto il nostro essere e per cui fremiamo quando vengono oltraggiate. Che abbiamo sinceramente a cuore (e nel cuore) la sorte degli altri animali. La rabbia e la frustrazione iniziali inoltre, una volta smaltite, generano nuova energia, nuove idee e nuovi progetti, e rinvigoriscono l’attivista con una rinnovata e più tenace determinazione. Il fermento e la pioggia di articoli di risposta di questi giorni nel panorama animalista sono solo il primo segno di questo flusso vigoroso.

Superato l’impatto emotivo si ha poi la possibilità di analizzare la situazione più lucidamente. Il caso, oramai, lo conosciamo tutti: Caterina Simonsen, ragazza venticinquenne affetta da malattie genetiche multiple, ha espresso il suo appoggio alla SA (sperimentazione sugli animali) su una pagina facebook e, per questo, ha ricevuto una serie di insulti, fino ad auguri di morte, da alcuni dei commentatori. Tali commentatori sono stati indicati per lo più come animalisti. Sebbene un minimo di spirito critico avrebbe dovuto lasciar sospettare fin dall’inizio che una parte degli insulti provenissero da fanatici della SA con profili fake, e sebbene, in effetti, siano state espresse delle perplessità sull’identità animalista di alcuni degli aggressori verbali [1,2], senza dubbio almeno una parte degli insulti – pur se quantificarla con esattezza non è facile – è opera di utenti che si definiscono, in qualche misura, animalisti.

Un tale comportamento, ovviamente, non può essere giustificato e va certamente condannato. Tuttavia, come è già stato fatto notare da altri, la vicenda si è svolta su una nota pagina facebook di fanatici della SA dove gli attivisti per gli animali vengono sistematicamente derisi, disprezzati e insultati [3]. Odio chiama odio. Si aggiunga anche che, per chi conosce un minimo di psicologia, la comunicazione virtuale libera i soggetti comunicanti dai normali freni inibitori dei rapporti reali, e l’insulto, anche brutale, emerge molto più liberamente.

Comunque, come ho detto, non sono qui a giustificare i vaneggiamenti degli insultatori. Che, contrariamente a quanto percepito dall’opinione pubblica, rimangono tuttavia i vaneggiamenti di un piccolo gruppo di individui, certamente non rappresentativo dell’ampio e variegato universo animalista. Questo gruppo può essere invece ben assimilato ad una ristretta minoranza interna al movimento, caratteristica di tutte le correnti ideologiche, religiose, politiche, ecc., normalmente definita come frangia estremistica e tipicamente contraddistinta da comportamenti violenti ed eccessivi. Che poi i fanatici della SA abbiano tentato (con successo) di far passare l’atteggiamento eccezionale di questi individui come un carattere comune all’intero movimento animalista, è stato alquanto subdolo – sebbene, bisogna ammetterlo, molto persuasivo.

Complessivamente il comportamento del movimento animalista è stato invero più che dignitoso, sebbene ignorato dai media. Diverse associazioni e gruppi animalisti hanno pubblicato comunicati di condanna per gli insulti dei commentatori. Lo stesso comunicato apparso qui su Gallinae in fabula il 29 dicembre ha avuto oltre un migliaio di condivisioni su Facebook [4]. Tutto ciò testimonia chiaramente che la comunità animalista si è mostrata alquanto unita nella propria posizione su questa vicenda. E indica anche un effetto collaterale di queste offensive che, nelle intenzioni dei detrattori, dovrebbero minare il movimento animalista.

L’attacco vile e scorretto, infatti, lungi dal provocare un dissesto, rappresenta invece un elemento in grado di favorire una forte coesione interna al movimento, accrescendo la solidarietà vicendevole tra gli attivisti e mettendone in luce le affinità reciproche e gli obiettivi comuni. Dopotutto, chi è nel movimento da anni, è ben abituato ad affrontare situazioni di questo genere, insieme alla calunnia, all’infamia, alla mistificazione, sistematicamente messe in atto dagli schiavisti animali. L’importante, per l’attivista determinato, è avanzare, pur se lentamente, verso un mondo più giusto per gli animali. Non abbiamo fretta. Sono migliaia di anni che gli animali non umani sono schiavizzati e tormentati senza pietà. Sappiamo bene che la strada da percorrere è lunga e piena di insidie. Occorre pertanto concentrarsi sui progressi (molti in questi ultimi anni) e non sugli smacchi subiti.

Il movimento animalista, pertanto, può uscire da questa vicenda a testa alta e senza colpe. Il problema, semmai, va individuato nel quadro socio-culturale di fondo nel quale l’intera vicenda si è svolta, caratterizzante una società condizionata da una cultura antropocentrica e radicalmente specista. Una società in cui l’immensa tragedia degli animali schiavizzati non trova ancora la giusta considerazione morale. In un simile contesto la risposta dei media data alla vicenda non è affatto sorprendente (senza considerare il tono sensazionalistico con cui la notizia è stata diffusa, necessario all’industria massmediatica per la propria sussistenza). Ovviamente, in una società a-specista, la giustificazione dei supplizi medico-scientifici degli animali non umani per voce di una ragazza malata sarebbe insostenibile. Tutto ciò ci suggerisce dunque che c’è ancora molto da lavorare su un’opinione pubblica ancora enormemente confusa, che considera per lo più la SA una pratica immorale ma che, al tempo stesso, si commuove di fronte all’intermezzo pubblicitario di una ragazza malata che lancia appelli a favore della SA.

Il tutto, inoltre, si è giocato su un comportamento oltremodo vergognoso dei fanatici della SA: un comportamento che può avere successo solo all’interno del quadro socio-culturale delineato. Ma l’operazione messa in atto da questi fanatici, una volta decontestualizzata e spogliata da giustificazioni specistiche, si mostra evidente per quel che è: una banale manipolazione propagandistica. L’intera montatura rivela tuttavia un enorme e incolmabile vuoto nelle argomentazioni dei fanatici della SA, costretti per ciò a ricorrere al raggiro metodico. Il loro apparato argomentativo, basato unicamente sullo scherno, sul disprezzo, sulla distorsione, risulta fragile e privo di consistenza. Soprattutto, con il sistematico rifiuto di un serio dibattito, mostrano apertamente la totale mancanza di una valida e necessaria giustificazione etica al tormento medico-scientifico dei senzienti non umani.

L’elemento centrale della propaganda organizzata rimane una martellante campagna d’odio contro gli attivisti per la liberazione animale, dipinti come individui ignoranti, stupidi, violenti. D’altronde la degradazione della persona dell’attivista e la sua riduzione allo stato di sub-umano sono indispensabili per svalutare insieme le sue ragioni etiche altrimenti inaggirabili: l’ignorante, lo stupido, il violento, non può avere ragione. È un individuo che va isolato. Che va temuto. Che va perseguitato. Ed è un gioco che senz’altro funziona, ben collaudato nella storia delle brutalità intraumane.

E per chiudere, non posso non parlare di colei che, forse involontariamente, è divenuta la protagonista di questo circo mediatico natalizio. Anche qui vorrei iniziare dalle mie emozioni. Vorrei iniziare dal video in cui, maschera d’ossigeno pressata in volto, Caterina parla della sua infelice condizione e dichiara la sua posizione in difesa della SA. Come penso molti altri, nell’impatto con le immagini ho fin da subito avvertito una forte sensazione di angoscia. È stato un sentimento di angoscia che è nato dal proiettarmi nella sua condizione e dal vivere le sue emozioni. In altre parole, ho sentito quel che (ho creduto) sentiva lei. Questo è ciò che molti di noi a volte sperimentano quando si identificano con la situazione emotiva di un altro individuo, una sensazione profonda e misteriosa nota come empatia.

Ed è stata la stessa sensazione di angoscia che più e più volte mi ha scosso assistendo a quei video che documentano la tragica realtà degli animali segregati nei laboratori biomedici: animali malati, debilitati, dal corpo deformato dai tumori, dagli sguardi terrorizzati, alla ricerca di una via di fuga che mai troveranno, in preda alla frenesia della pazzia da reclusione. E molto altro ancora. È questo quel senso di empatia che molti fanatici della SA, prigionieri di un anacronistico cartesianesimo meccanicista, deridono e ridicolizzano, assimilandolo a una patologica «visione disneyana della realtà».

Eppure, è proprio questa empatia che mi impedisce di disprezzare la vita di Caterina: la sua tragedia personale, benchè sia stata brutalmente manipolata dai fanatici della SA per i propri scopi di propaganda (con o senza l’assenso di Caterina stessa non fa molta differenza ai fini del risultato), è degna del massimo rispetto. Ciò, tuttavia, non significa che il suo dramma personale mi trattenga dall’esprimere il mio assoluto dissenso con le sue giustificazioni al supplizio medico-scientifico degli animali. Giustificazioni che, tra l’altro, come è già stato detto qui su Gallinae in fabula, sono pienamente comprensibili, data la sua infelice condizione: una condizione che facilmente disorienta il senso etico e confonde il pensiero riflessivo.

Ma Caterina, in questi giorni, ha fatto parlare di sè anche per delle affermazioni alquanto discutibili in cui auspicava il suicidio di detenuti costretti in «condizioni non umane», sostenendo che «il mondo senza di loro sarà solo un posto migliore» [2]. Qualche commentatore, alludendo all’appellativo nazi-animalisti usato da Caterina nei giorni precedenti, ha fatto notare con sarcasmo che, incidentalmente, nel programma di eliminazione del governo nazista erano inclusi anche i criminali comuni. Eppure, credo, anche in questo caso non bisognerebbe trascurare la condizione di disagio di Caterina, e come questa condizione possa ugualmente alterare senso etico e pensiero riflessivo. Forse l’affermazione era influenzata da qualche spiacevole esperienza personale del passato, poichè Caterina contrapponeva preoccupazioni prioritarie per i degenti tenuti in condizioni deplorevoli. Perlomeno, in questo caso, nessuno ha pensato di scendere nuovamente tanto in basso da strumentalizzare queste sue affermazioni per una campagna a favore dell’eliminazione dei detenuti.

Mi auguro che Caterina guarisca, che i farmaci che usa, benchè frutto di sofferenza, angoscia e morte di molti animali, possano esserle di aiuto. E che un giorno abbia anche lei, come dovrebbe spettare ad ogni creatura di questo pianeta, la possibilità di poter vivere una vita piena e libera dalla sofferenza. Allora, lontana dalla sua tragedia, dai giorni cupi e silenziosi passati nel tempo immobile di una stanza d’ospedale, avrà anche lei l’occasione per poter meglio riflettere su questioni etiche importanti che ora, presa da ben altri problemi, sente evidentemente estranee. E, forse, giungerà anche lei a (ri)scoprire quella indecifrabile e genuina sensazione di empatia verso l’altro, senza distinzione alcuna. Sia esso un topo segregato in un laboratorio di ricerca, sia esso un umano segregato in una cella di detenzione.

Riccardo B.

Ultima modifica: 29 aprile 2015

Note:
1. Il richiamo della foresta, Nazi-patacche gli aggressori verbali di Caterina?.
2. Il richiamo della foresta, Vero o falso? Caterina: che i carcerati si suicidino.
3. Gallinae in Fabula, Sulla degenerazione dei nazi-animalisti e il caso Caterina S..
4. Gallinae in Fabula, Il fine non giustifica i mezzi: una risposta a Caterina Simonsen.

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