Dirottare l’aggressività

di Riccardo B.

 

«Dovresti farti tagliare i capelli», disse il Cappellaio. Era un po’ che guardava Alice con grande curiosità, e questa fu la prima volta che aprì bocca. «E tu dovresti imparare a non fare osservazioni», disse Alice un po’ severamente, «è molto maleducato».
Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie, di Lewis Carroll

Ho già parlato del sentimento di rabbia empatica manifestato da molti animalisti contro coloro che sfruttano, maltrattano o uccidono animali (cacciatori, sperimentatori, allevatori, ecc.). Ma un atteggiamento aggressivo e ugualmente diffuso nella comunità animalista si riflette anche nella comunicazione con il pubblico generale (individualmente e collettivamente) e viene attuato in una modalità comunicativa contrassegnata da un sentimento di disprezzo, spesso apertamente ostentato, verso il non-animalista, e definita da critiche, insulti e osservazioni sarcastiche.

In questo contesto il non-animalista viene qualificato come un individuo insensibile, egoista, empio, e definito con alcuni appellativi caratteristici, come carnivoro, mangiatore di cadaveri, assassino. L’altro viene biasimato solo in quanto mangia carne, va in giro con borsette in pelle o porta i pargoli al circo, nonostante lo stesso possa essere sotto ogni altro aspetto una persona assai apprezzabile. Dal singolo individuo il disprezzo dell’animalista “aggressivo” spesso passa facilmente ad estendersi alla comunità umana, concludendosi in alcuni casi in un sentimento di speranza per una estinzione totale dell’intero genere umano.

Lungi da me erigermi a saggio e dar lezioni agli altri, che la mia taglia non è certo quella di un Buddha. Neppure voglio condannare coloro che ritengono giusto esprimersi in modi aggressivi: ognuno è padrone di sé e responsabile delle proprie azioni. Credo però sia utile parlare un po’ di questo atteggiamento e capire se debba e possa essere superato in vista di un comportamento più efficace per la liberazione animale.

All’origine di queste manifestazioni di aggressività c’è sicuramente rabbia, quella stessa rabbia empatica di dissenso verso le ingiustizie di cui ho già parlato. Ma, in questo caso, decisamente predominante è il ruolo di un atteggiamento conflittuale, che ha all’origine un sentimento di ostilità verso il non-animalista.

Capisco bene chi vive questo sentimento di ostilità, poiché anch’io l’ho ben conosciuto più e più volte. Sarei un ipocrita ora a professarmi come del tutto estraneo oggi a tale sentimento. Tuttavia, posso dire di viverlo molto più di rado e con una intensità di poco conto rispetto al passato. Poiché comunque non vivo in stato contemplativo sopra una pianta e anch’io vengo influenzato dalle circostanze e dai sentimenti: combinazioni poco liete di stati d’animo sovreccitati e personaggi particolarmente odiosi lasciano facilmente risvegliare l’impulsivo signor Hyde che freme in ognuno di noi. Ma si tratta pur sempre di eventi isolati, pulsioni scosse e poi riposte. Una situazione ben diversa da un sentimento di ostilità pervasivo e costante o fortemente dominante. Non perchè io sia un illuminato. Semplicemente, rispetto al passato, come spesso capita a tutti, ho cambiato modo di vedere le cose.

Ora non sono qui ad ingiungere di reprimere il proprio sentimento di ostilità, né di simulare un’affettata cordialità – poiché l’ostilità latente verrebbe comunque comunicata a livelli più profondi e inevitabilmente percepita dall’altro. Vorrei invece solo suggerire di dirottare la propria ostilità verso una (forse) più giusta direzione.

La causa di un dominante sentimento di ostilità verso gli altri credo possa essere rintracciata in una errata identificazione dell’obiettivo da combattere, che, per l’animalista “aggressivo”, viene individuato nel soggetto non-animalista. Questi, se anche non viene considerato l’esecutore materiale del crimine sull’animale, ne viene comunque ritenuto complice. In ogni caso, se l’animale è schiavizzato, maltrattato, ucciso, si ritiene che la colpa sia, in ultima analisi, del soggetto non-animalista, che, con le sue scelte, determina il destino dell’animale. Ma in questo modo, penso, si confonde l’effetto, ovvero il soggetto specista, con la causa che ne è all’origine: lo specismo.

Lo specismo è un’ideologia sociale pervasiva a tutti i livelli della società, condizionante nel modo di sentire, pensare e agire, inibente della facoltà di pensiero critico, opprimente nella libera scelta, in grado di influenzare radicalmente il comportamento dell’individuo nel favorire, sostenere e perpetuare l’oppressione umana delle altre specie animali. Il soggetto specista, pertanto, si realizza solo in quanto naturale prodotto dello specismo. In altre parole, il soggetto specista è, esso stesso, vittima dello specismo.

Con questo non voglio dire che il soggetto specista non abbia alcuna colpa nel suo comportamento. Una tale risoluzione, credo, deresponsabilizzerebbe l’individuo, legittimandone le scelte illegittime, liberandolo dalla necessità di una lucida riflessione e sciogliendolo da ogni vincolo morale. Pur se i fattori sociali hanno un forte potere nel condizionare il pensiero dell’individuo, questi non è un essere impotente privo della facoltà di reagire, una forma in creta liberamente modellabile. Tuttavia, credo che la sua capacità di libero pensiero sia enormemente limitata dall’ideologia specista e, per produrre un effetto utile, il residuale potenziale di cambiamento richiede, oltre ad un vissuto favorevole allo sviluppo di sensibilità empatica e altre capacità, anche un grande atto di volontà nel pensiero critico che non sempre risulta per tutti possibile. Ma se si accetta l’idea che il soggetto specista rappresenta almeno in gran parte l’effetto dello specismo, attaccare il primo si rivela privo di senso: il vero obiettivo da combattere è lo specismo e non il soggetto specista. Bisogna colpire l’ideologia e non il singolo individuo.

Il soggetto specista, tuttavia, pur essendo esso stesso vittima dello specismo, ne rappresenta allo stesso tempo la sua personificazione, si manifesta come l’essenza corporea dell’ideologia specista, il mezzo attraverso il quale lo specismo si attua e si concretizza. Ed è questo, credo, che trae in errore l’animalista, che finisce per vedere nel non-animalista il nemico da contrastare, deviando e riversando la propria ostilità dallo specismo al soggetto specista. Ma se si prende consapevolezza di questo abbaglio percettivo, si può agevolmente riprendere il controllo della propria ostilità e reindirizzarla verso l’originaria fonte: l’ideologia specista. E ci si renderà presto conto che il nostro miglior alleato per abbattere l’ideologia specista è proprio il soggetto specista, che in tal modo non viene più riconosciuto come un nemico, ma come un amico.

Dobbiamo capire che fintanto che gli altri intorno a noi continueranno a sostenere l’ideologia specista, vivremo in un mondo di gabbie, di urla, di sangue. Solo attraverso un mutamento del pensiero nel pubblico possiamo sperare di abbattere il muro dello specismo e iniziare finalmente a costruire un mondo libero. Un mondo senza gabbie, senza urla, senza sangue.

Dopotutto, mi pare indubbio che un atteggiamento aggressivo contro il singolo difficilmente possa rivelarsi in qualche modo fruttuoso. Quale utilità può mai avere criticarlo, insultarlo, deriderlo? Cosa possiamo ottenere dandogli dell’assassino? Che ciò serva a farlo riflettere criticamente sulle proprie scelte e su nuove prospettive di considerare gli altri animali, è assai poco probabile. Un simile atteggiamento è piuttosto funzionale nell’allontanare gli altri. Come scrive Dale Carnegie nel celebre (e consigliatissimo) classico Come trattare gli altri e farseli amici: «Novantanove volte su cento la gente non accetta critiche sul proprio modo di comportarsi, per quanto sbagliato possa essere. La critica è inutile perché pone le persone sulla difensiva e le induce immediatamente a cercare una giustificazione. È pericolosa perché ferisce l’orgoglio, fa sentire impotenti e suscita risentimento».

Un atteggiamento aggressivo è produttivo solo in quanto produce un poco lieto conflitto del tipo “noi-loro”, funzionale unicamente alla propaganda dei detrattori dell’animalismo, costantemente impegnata a presentarci come individui fanatici, violenti, spinti da sentimenti antiumani. In altre parole: nemici del pubblico. Tale propaganda ottiene un facile effetto presso il pubblico, già diffidente verso di noi per la nostra diversità di pensiero, e può sussistere solo fintanto che troverà nelle manifestazioni di aggressività degli animalisti la necessaria convalida. È pertanto necessario superare questo conflitto noi-loro e capire che la nostra «lotta per gli animali» non va intesa come una guerriglia rivoluzionaria contro il non-animalista, ma come un moto rivoluzionario insieme al non-animalista e contro l’ideologia specista [1].

Ma un’ideologia altro non è che un «complesso di credenze, opinioni, rappresentazioni, valori che orientano un determinato gruppo sociale» [2]. Ovvero, in una parola, un complesso di pensieri. E i pensieri non possono essere cambiati con l’imposizione, con la forza, ma solo guidati dolcemente. È ancora Carnegie a sottolineare come «non si può obbligare nessuno a pensare in modo che faccia piacere a noi. […] E la gentilezza e la simpatia fanno cambiare idea alle persone più facilmente di un atteggiamento intransigente e rabbioso». Ciò ci suggerisce che un atteggiamento comunicativo più conciliante, amichevole, umile, è senza dubbio più efficace nell’abbattere l’ideologia specista e, dunque, nel costruire un mondo a-specista.

Una diversa percezione del non-animalista, inoltre, ri-conosciuto non come un nemico ma come un amico, un alleato, migliora anche il nostro rapporto con gli altri, considerati in tal modo non più esseri egoisti e senza cuore, ma per quel che in realtà sono: esseri umani come noi, con i loro pregi e i loro difetti, con le loro debolezze, le loro paure, i loro vizi, vittime di un sistema coercitivo imperante. Questa nuova percezione dell’altro migliora notevolmente anche la qualità della nostra vita, rendendoci più sereni e meno influenzabili da emozioni sfavorevoli. Ciò viene inevitabilmente percepito dagli altri e questo è già di per sé un’ottima cosa per la nostra causa: un movimento portato avanti da attivisti spinti dall’odio, dal rancore, dal disprezzo, ha scarsissime possibilità di riuscita.

Infine, ci sentiremo anche più fiduciosi verso il destino e l’umanità: poiché l’essere umano non è votato per natura alla violenza contro gli altri animali, ma, più semplicemente, è un animale facilmente influenzabile dai fattori socio-ambientali, e che, come tale, può dunque essere indotto verso comportamenti più empatici verso il mondo animale.

Riccardo B.

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Ultima modifica: 1 febbraio 2014

Note:
1. Se davvero vogliamo rintracciare dei “nemici” (in un’accezione puramente simbolica e senza voler suggerire il ricorso ad atti sconsiderati di violenza di qualsiasi tipo) presso la comunità umana, o dei rappresentanti umani dell’ideologia dello specismo, questi possono essere individuati in coloro che si impegnano attivamente, intenzionalmente e consapevolmente nella propaganda specista e nella promozione dello specismo in vari modi, producendo un’effettiva azione di influenza presso la società (pubblico, istituzioni e professionisti). Questi “nemici” sono le aziende di sfruttamento animale e i loro dirigenti e i sostenitori attivi dello sfruttamento animale (come ad esempio i membri del gruppo Resistenza Razionalista [http://difesasperimentazioneanimale.wordpress.com]).
2. Treccani.it: Ideologia.

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