Capire prima la disubbidienza civile e poi pro-test-are

di Riccardo B.

 

Un cittadino che comprende la natura ingiusta di uno Stato non può adattarsi a vivere sotto l’autorità di questo, e dunque appare agli altri cittadini che non condividono le sue opinioni un pericolo per la società nel momento in cui lui cerca di spingere lo Stato, senza commettere alcun atto immorale, ad arrestarlo.
Mohandas Karamchand Gandhi

Ho già parlato di come, subito dopo l’occupazione del Dipartimento di Farmacologia dell’Università degli Studi di Milano del 20 aprile scorso, si sia messa in moto l’occultatrice macchina della mistificazione manovrata dai fanatici della SA (sperimentazione sugli animali) e ferocemente tesa a negare la valenza dell’azione quale atto di disubbidienza civile [» per saperne di più].

Sebbene in un primo momento un articolista di Pro-Test Italia sembrava intendere accettare la definizione dell’azione come atto di disubbidienza civile, subito dopo ribadisce la qualificazione «criminale» del gesto [1], affermando caparbiamente che «non ci sono criminali e disobbedienti civili, ci sono solo vari tipi di criminali» (Thoreau dovrebbe essere quindi considerato un “criminale disubbidiente”?), suggellando infine: «Terrorismo? Solo in parte. Io parlo più correttamente di vandalismo» [2].

Le obiezioni più comuni che sono state mosse all’azione del 20 aprile per negare il suo valore di atto di disubbidienza civile e classificarlo come crimine, puro atto di vandalismo o, più persuasivamente, azione terroristica, sono fondamentalmente tre:

1) l’azione ha violato le leggi dello Stato;
2) l’azione ha causato ingenti danni all’università;
3) l’azione ha invalidato ricerche che si occupavano di patologie umane e quindi arrecherà un danno ai pazienti affetti da queste patologie.

La prima obiezione è la più debole e dimostra una totale ignoranza sull’argomento, dal momento che un atto di disubbidienza civile nasce proprio dal rifiuto di una legge che si ritiene ingiusta e che, in quanto tale, intenzionalmente si viola proprio per metterla apertamente in discussione. Il caso più celebre è quello dell’afroamericana Rosa Parks che nel 1955 rifiutò di alzarsi e cedere il posto in autobus che occupava ad un passeggero bianco appena salito e che, per questo, venne arrestata e processata per aver contravvenuto alle ordinanze segregazioniste allora in vigore. Ma è sufficiente ricordare che lo stesso Mohandas Karamchand Gandhi, massimo teorico e praticante dell’ahimsa (o non-violenza), definì la disubbidienza civile esattamente come «la violazione civile delle leggi immorali e oppressive» di uno Stato [3].

E veniamo alla seconda obiezione. Nonostante i fanatici della SA si siano impegnati in un’isterica ed insistente qualificazione dell’occupazione come «atto vandalico» nell’intenzione di suscitare immagini di ambienti devastati e strumentazioni distrutte, gli attivisti non hanno compiuto alcun atto di tipo vandalico e nessun danno materiale. È invece corretto parlare di danni economici, dovuti sia alla liberazione degli animali, sia, a quanto riferiscono gli sperimentatori dell’università, per la compromissione delle ricerche collegate all’uso di questi animali. Ma anche questa seconda obiezione è infruttuosa: il provocare danni (anche materiali) non squalifica automaticamente il carattere di disubbidienza civile di un’azione, se i danni provocati sono non fini a se stessi e non evitabili per la riuscita dell’azione. Ed è in questo senso che vanno inquadrati i danni economici provocati durante l’azione del 20 aprile.

In una delle sue appassionate campagne di protesta Gandhi lanciò il boicottaggio dei manufatti tessili inglesi, che finì con il provocare seri danni economici al Lancashire, una contea dell’Inghilterra dove era ubicata parte dell’industria tessile britannica. In una lettera pubblicata su un giornale venne fatto notare che, per tale ragione, «la non-collaborazione in questo caso è un ricorso alla violenza piuttosto che alla ragione» [4] (ironicamente, sembra che anche Gandhi venisse accusato di essere un irrazionale estremista…). Gandhi rispose all’accusa sostenendo che:

La non-collaborazione indiana non ha lo scopo di arrecare danno al Lancashire. Il commercio del Lancashire con l’India è stato istituito e mantenuto con la forza. Esso ha mandato in rovina l’unica e fondamentale forma di artigianato [(la tessitura a mano)] che integrava le risorse di milioni di contadini indiani e li salvava dalla fame. Se l’India oggi tenta di far rinascere il suo artigianato e rifiuta di comprare qualsiasi indumento straniero, anche se a causa di ciò le industrie del Lancashire soffrono dei danni, la non-collaborazione non può essere considerata un atto di violenza in base a nessuna legge morale. [5]

La terza obiezione è la più delicata perchè è quella più emotivamente forte (e per questo la preferita dai fanatici della SA). Pro-Test Italia ha dichiarato che «le ricerche [basate sui topi liberati] riguardavano in gran parte malattie del sistema nervoso, per le quali vi è un disperato bisogno di cure, attualmente non disponibili» [6]. Sebbene sia alquanto irrealistico e infantile pensare che aver portato via qualche centinaio di topi da un laboratorio possa provocare seri danni alla pluridecennale ricerca biomedica mondiale, e sebbene l’antispecismo, al contrario di quanto credono o cercano di far credere i detrattori, non ritiene «la vita animale sacra, così sacra quanto nemmeno quella umana è» [1], occorre discutere anche questa obiezione, che può essere essenzialmente ricollegata a quella precedente nella sua ingiustificabilità.

Anche in questo caso, infatti, lo scopo dell’azione non era quello di provocare sofferenze ai malati in attesa di cure (ammesso che davvero le ricerche in corso potessero portare ad un effettivo miglioramento dello stato di salute dei pazienti, il che è stato ben lungi dall’essere dimostrato seriamente), bensì quello di mettere in discussione l’uso deliberato della vita di un essere senziente non umano da parte della comunità degli sperimentatori. Se non si è compreso questo punto fondamentale vuol dire semplicemente che non si è capito il senso dell’azione, e chi intenda criticarla semplicemente non sa di cosa sta parlando.

Nello stessa lettera sopra citata, il caparbio autore cita l’ipotesi in cui i lattai dovessero scioperare per motivi giusti e legittimi ma, privando in tal modo i bambini del latte, «anche se non usassero violenza a nessuno, il loro metodo sarebbe ugualmente un metodo violento: essi otterrebbero la vittoria, attraverso la non-collaborazione, sui cadaveri dei bambini» [4]. Gandhi replicò:

Supponiamo che i lattai siano pagati inadeguatamente dai loro datori di lavoro, e che dunque siano ridotti alla fame; se essi hanno tentato ogni altro mezzo a loro disposizione per ottenere migliori salari, il loro rifiuto di guidare i carri del latte, anche se tale azione provoca la morte dei bambini, è giustificato. La non-collaborazione non è violenta quando il rifiuto dell’imposizione è un diritto e un dovere, anche se tale condotta può provocare delle sofferenze a qualcuno. [7]

Chiaramente la situazione discussa da Gandhi è completamente differente da quella di cui ci stiamo occupando, ma spero risulti chiaro il principio di base comune in entrambe che, parafrasando le parole di Gandhi, può essere così riassunto:

Una protesta non è violenta quando la sua messa in atto è un diritto e un dovere, anche se tale condotta può provocare delle sofferenze a qualcuno.

Per coloro che hanno parlato con tanta disinvoltura dell’azione del 20 aprile come di un atto violento e degli attivisti come di persone violente, può essere utile fare riferimento alle parole di Giuliano Pontara, illustre studioso italiano del pensiero di Gandhi. Sebbene il concetto di violenza sia molto soggettivo e molto flessibile, Pontara ritiene che il concetto di violenza più adeguato nella concezione gandhiana possa essere quello di violenza intesa come «intenzionale e coatta uccisione o inflizione di sofferenze ad una o più persone (e più in generale a uno o più esseri senzienti)» [8]. E aggiunge:

La prima condizione essenziale di una lotta basata sulla non-violenza consiste nell’astenersi sia dall’uso della violenza sia dalla minaccia di essa. Ciò significa che il gruppo in questione dovrà astenersi da ogni forma organizzata di lotta deliberatamente volta a distruggere l’avversario o ad infliggergli, direttamente o indirettamente, delle sofferenze. [9]

Ad una mente lucida non sarà difficile riconoscere come l’azione del 20 aprile possa facilmente essere configurata in questo quadro. Piuttosto risulta evidente che gli attivisti semmai erano impegnati a sottrarre esseri senzienti dall’inflizione deliberata di violenza, ovvero dall’«intenzionale e coatta uccisione o inflizione di sofferenze».

Il fatto che gli attivisti abbiano provocato danni economici e anche volendo ammettere che abbiano compromesso importanti ricerche scientifiche (qualcuno ha persino osservato che hanno “scassinato” la porta di ingresso al laboratorio) non è sufficiente per qualificare l’azione come un’azione di violenza. Come osservò Gandhi, «nessuna attività e nessuna occupazione è possibile senza un certo grado, per quanto limitato, di violenza. Ciò che dobbiamo fare è limitare questa violenza quanto più è possibile» [10].

Poiché in molti tra i fanatici della SA hanno contestato la qualifica di atto di disubbidienza civile all’azione del 20 aprile servendosi variamente delle obiezioni sopra presentate e confutate, credo sia utile a questo punto capire cosa definisce esattamente un atto di disubbidienza civile. Sempre secondo il pensiero di Gandhi:

La completa disobbedienza civile si esprime nella ribellione senza il ricorso alla violenza. Un vero seguace della resistenza civile si limita ad ignorare l’autorità dello Stato. Egli si pone al di fuori della legge rifiutandosi di obbedire a tutte le leggi immorali dello Stato. Nel far tutto ciò il seguace della disobbedienza civile non ricorre mai alla forza né resiste alla forza quando viene impiegata contro di lui. Egli infatti si sottomette di propria volontà all’incarcerazione o ad altri tipi di violenza che vengono usati contro di lui. [11]

L’ultimo punto (la sottomissione volontaria all’incarcerazione) è, insieme al non ricorso alla violenza, il più importante nel definire un atto di disubbidienza civile, eppure sembra sia stato anche il più ignorato dai fanatici della SA nonostante proprio l’autodenuncia degli attivisti sia stata uno degli elementi centrali dell’azione. Nei suoi scritti Gandhi sottolinea ripetutamente questo fattore chiave ogni volta che parla di disubbidienza civile. L’articolista di Pro-Test Italia, con incredibile superficialità, scrive:

Ma sì, chiamiamola disobbedienza civile, non mi importa come la chiamiamo … Hanno però omesso un dettaglio di rilievo: il fatto di essere disposti a pagare per un crimine non lo rende di per sé meno criminale … [1]

C’è invece una differenza incolmabile tra un disciplinato atto di disubbidienza civile e uno spregevole atto criminale, che a quanto pare non a tutti è evidente. Come fa notare Gandhi, «quando non si è riusciti ad ottenere ciò che si chiede con petizioni e cose del genere, l’unica strada che rimane aperta è usare la forza, oppure soffrire nella propria persona esponendosi alla punizione per la violazione della legge» [12]: è questo che significa disubbidienza civile. E continua:

È civile perché non è criminale. Il criminale viola la legge furtivamente, e cerca di evitare la punizione; del tutto differente è invece il comportamento di colui che pratica la resistenza civile. Questo obbedisce sempre alle leggi dello Stato cui appartiene, ma si verificano alcuni casi in cui egli considera alcune leggi ingiuste e l’obbedienza ad esse un disonore. Egli dunque apertamente e civilmente viola queste leggi e sopporta con pazienza la punizione che gli viene inflitta per tale violazione. [12] Io definisco tale comportamento una manifestazione di coraggio. [13]

Con questo breve scritto non ho voluto dichiarare che l’azione del 20 aprile debba essere ritenuta da chiunque e al di là di ogni dubbio giusta e legittima – anche se io la ritengo giusta e legittima, per motivi che ora sarebbe ozioso trattare qui. Come disse Gandhi, «una legge non diviene ingiusta semplicemente perché io lo affermo, tuttavia a mio parere essa è ingiusta» [13]. Ho voluto invece mettere in luce la debolezza di certe accuse mosse da una emotività irrazionale fondata su convinzioni e credenze soggettive e su antichi pregiudizi.

Per sostenere che l’azione del 20 aprile sia stata veramente un atto criminale bisognerebbe prima capirne le ragioni etiche che l’hanno mossa e, dopo aver fatto questo importante passo, occorrerebbe discutere della legittimità o meno di tali ragioni. Giudicare un’azione solo in base a pregiudizi personali non è un modo né razionale né equilibrato di valutarne la sua natura violenta o non-violenta. Se, come fieramente conclude l’articolista di Pro-Test Italia, «l’aspetto morale» si riduce banalmente al «grosso danno sociale per la ricerca e personale per i ricercatori» [2], vuol dire allora che si è ancora ben lontani dal capire e indagare la natura di un’azione di disubbidienza civile.

Riccardo B.

 

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Ultima modifica: 24 aprile 2015

Note:
1. Pro-Test Italia, Asinus Novus e la “disobbedienza civile” [http://protestitalia.wordpress.com/2013/04/26/in-risposta-ad-asinus-novus].
2. Pro-Test Italia, Asinus Novus: una seconda risposta [http://protestitalia.wordpress.com/2013/05/01/asinus-novus-una-seconda-risposta].
3. Mahatma Gandhi, Teoria e pratica della non-violenza, Einaudi Tascabili, 1996, p. 168.
4. Gandhi, Teoria e pratica della non-violenza, cit., p. 66, sintesi dell’originale.
5. Gandhi, Teoria e pratica della non-violenza, cit., p. 68, sintesi dell’originale.
6. Pro-Test Italia, Manifestazione “Animali e ricerca: insieme per la vita” [http://protestitalia.wordpress.com/2013/05/04/manifestazione-animali-e-ricerca-insieme-per-la-vita-1-giugno-via-mercanti-milano].
7. Gandhi, Teoria e pratica della non-violenza, cit., pp. 67, 69, sintesi dell’originale.
8. Gandhi, Teoria e pratica della non-violenza, cit., p. XLV.
9. Gandhi, Teoria e pratica della non-violenza, cit., pp. CIV-CV, sintesi dell’originale (il corsivo è mio).
10. Gandhi, Teoria e pratica della non-violenza, cit., p. 77, sintesi dell’originale.
11. Gandhi, Teoria e pratica della non-violenza, cit., pp. 177-178, sintesi dell’originale (il corsivo è mio).
12. Gandhi, Teoria e pratica della non-violenza, cit., p. 15, sintesi dell’originale.
13. Gandhi, Teoria e pratica della non-violenza, cit., p. 175.

 

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