Vivisezione o sperimentazione animale?

di Riccardo B.

 

Tra i fautori e gli oppositori della SA (sperimentazione sugli animali) persiste oramai da molti anni un’accesa controversia su quale sia il termine più corretto per riferirsi alla pratica degli esperimenti sugli animali: vivisezione o sperimentazione animale?

Solitamente gli oppositori riferiscono che l’uso del termine vivisezione sia più corretto, menzionando anche alcuni dizionari ed enciclopedie che effettivamente confermano questa posizione (e stranamente ignorati dai fanatici della SA). Perfino nella rinomata Enciclopedia Britannica alla voce Vivisection si legge (segue traduzione): «operazione su un animale vivo per scopi sperimentali o terapeutici; più in generale, qualsiasi esperimento su animali vivi» [1]. Sembrerebbe quindi che il termine più corretto sia proprio vivisezione.

Tuttavia, un più imparziale intuito ci potrebbe suggerire, e l’etimo (vivus, vivo, e sectio-onis, taglio) sembra confermare, che il termine vivisezione è forse più appropriato per indicare operazioni di dissezione (taglio) praticate su animali vivi. Questa connessione intuitiva d’altronde è ben presente nel pubblico, favorendo effettivamente il collegamento auspicato tra l’espressione vivisezione e i cruenti esperimenti di dissezione su animali vivi e coscienti compiuti nei secoli passati.

Tale collegamento si rivela tuttavia un’arma a doppio taglio. Naturalmente, anche i fanatici della SA sono infatti ben consapevoli di questa associazione connotativa nel pubblico e se ne approfittano con scaltrezza per dichiarare in ogni occasione (e in evidente malafede) che la vivisezione è una pratica abbandonata da decenni e non più in uso nei laboratori moderni, liberandosi agevolmente in tal modo da ogni accusa mossa dagli animalisti contro la vivisezione e producendo una (per loro assai favorevole) confusione nel pubblico, che inevitabilmente finisce per domandarsi, con perplessità, contro cosa protestano allora gli animalisti quando parlano di vivisezione.

Personalmente, poi, ho sempre avuto l’impressione che il termine vivisezione, e in particolare vivisettore, abbiano forse un che di grottesco, di surreale, e possano compromettere la credibilità delle serie e profonde ragioni antispeciste.

Tuttavia, l’uso del termine vivisezione appare motivato in quanto si ritiene normalmente che sia emotivamente di maggiore impatto, evocando immagini di tortura, sofferenza e morte (immagini che effettivamente rispecchiano la realtà dei laboratori), mentre la locuzione sperimentazione animale risulterebbe più fredda e priva di connotazioni emotive. Ma è davvero così? Non sarà forse che noi animalisti stiamo pensando troppo con la testa (anempatizzata) dello sperimentatore? Davvero parlare di sperimentazione non suscita sensazioni emotive spiacevoli? Non proviamo forse tutti un fremito d’orrore alla rievocazione della stessa parola in connessione a quanto accaduto ai detenuti sotto il regime nazista?

Forse il vero problema non è tanto la terminologia usata, ma il pregiudizio specista che la permea, che permette l’attuarsi di due reazioni diverse e opposte di fronte alle stesse parole quando usate in riferimento a esseri umani o animali non umani.  Ma è innegabile che, in coloro dotati di senso empatico per il mondo animale, parlare di sperimentazione richiama alla mente immagini ben poco liete anche quando le vittime sono animali non umani.

Anche i fautori della SA sembrano consapevoli dell’effetto non molto favorevole che ottengono nel parlare di sperimentazione animale, infatti non infrequentemente ricorrono a una terminologia più vaga e asettica servendosi di espressioni come ricerca animale, ricerca in vivostudio sull’animale e affini, espressioni in cui viene rimossa ogni connessione al concetto di sperimentazione (e in alcuni casi anche il riferimento all’animale). Ma il più suggestivo è forse sperimentazione preclinica, atto a sottolineare il “sacrificio” dell’animale per minimizzare i rischi delle fasi cliniche. Semmai, dunque, sono proprio queste locuzioni d’occultamento che dovremmo fermamente osteggiare ed evitare.

D’altra parte, il termine vivisezione, proprio in quanto circoscritto nel suo potere evocativo a operazioni di dissezione, appare decisamente limitato e fuorviante, non adatto a descrivere l’ampia gamma delle innumerevoli sevizie inflitte agli animali nei laboratori: ciò che oggi gli animali subiscono per mano degli sperimentatori va ben oltre la semplice dissezione praticata nei tetri laboratori di una volta. I moderni e asettici centri di ricerca sperimentale di oggi possono servirsi di strumentazioni tecnologiche, tecniche scientifiche e degenerazioni mentali tali da rendere praticamente possibile ogni tipo di esperimento concepibile: sviluppo di tumori artificiali, inoculazione di virus letali, somministrazione di sostanze chimico-farmacologiche di ogni genere, induzione di stati psichici alterati, manipolazioni genetiche e molto altro ancora. E il termine vivisezione è, in questo senso, assolutamente inadeguato. Molto più appropriato, invece, appare l’uso di sperimentazione animale, in grado di presentare un quadro più ampio e completo dei supplizi subiti dagli animali detenuti nei laboratori.

Per tutto quanto fin qui detto preferisco pertanto non usare mai il termine vivisezione. Tuttavia, normalmente evito anche l’uso di sperimentazione animale, servendomi invece più precisamente dell’espressione sperimentazione sugli animali: nella prima locuzione la parola animale ha infatti una mera funzione aggettivale, mentre nella seconda la presenza del complemento pone l’attenzione sui soggetti vittime della pratica sperimentale, ovvero gli animali, indicando, credo, anche un legame logico con l’idea di «esperimento perpetrato sull’animale», implicando in tal senso un riferimento ad un abuso, ad un crimine morale ai danni di un essere senziente.

Analogamente, anche non uso mai la parola vivisettore, ma evito anche ricercatore, preferendo invece usare sperimentatore su animali (o, più semplicemente, sperimentatore), in quanto tale espressione presenta un richiamo diretto al concetto di esperimento, in tal senso conservando in parte anche una valenza negativa simile a quella che si ha in vivisettore e che è invece del tutto assente in ricercatore. L’espressione sperimentatore è inoltre la più appropriata nell’uso linguistico (dal dizionario online Treccani: «Sperimentatore: Chi sperimenta; chi fa esperimenti scientifici o compie sperimentazioni»), ed è infatti usata anche in vari testi sui diritti animali, compreso il celebre Imperatrice Nuda di Hans Ruesh.

Sono oramai decenni che portiamo avanti questo infruttuoso dibattito linguistico, eppure ancora oggi la dissociazione tra le due espressioni vivisezione e sperimentazione animale permane più che mai evidente, come ci conferma anche un giro su Internet: digitando l’uno o l’altro termine in Google, infatti, si ottengono risultati completamente differenti. Non sarebbe forse ora di finirla? Piuttosto che insistere ad usare un termine ambiguo quale è vivisezione, non sarebbe forse più produttivo cercare di comunicare con il pubblico in modo chiaro e comprensibile parlando tutti la stessa lingua, parlando tutti di sperimentazione animale (o, se si preferisce, come ho sopra suggerito, sperimentazione sugli animali)? Dopotutto, sono convinto che noi animalisti disponiamo di argomenti forti e più che validi per persuadere le altre persone dell’immoralità della pratica sperimentale sugli animali e che rendono del tutto superfluo l’uso di termini dagli effetti alquanto incerti.

Riccardo B.

 

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Ultima modifica: 23 aprile 2015

Note:
1. Encyclopædia Britannica: Vivisection.

 

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