Elogio della rabbia

di Riccardo B.

Si è parlato più volte del tono aggressivo comune a molti animalisti. È facile imbattersi in spazi della Rete dove volano insulti e malauguri contro coloro che sfruttano, maltrattano o uccidono animali, o slanci di vivo entusiasmo per incidenti e sventure ai danni degli stessi, come cacciatori che si sparano tra di loro credendo di aver visto un passerotto poggiarsi su un rametto, macellai che finiscono in ospedale con un coltello disossatore che spunta dalla pancia o premi Nobel tormentatori di animali da laboratorio che riposano in pace amen.

Ma le nostre idee e i nostri atti, anche i più banali, non nascono mai dal nulla. Dietro ogni nostra idea, dietro ogni nostro atto, ci sono sentimenti che ci ispirano e ci muovono. Dietro questo diffuso atteggiamento aggressivo – che nella maggior parte dei casi trova comunque spazio solo sul web – è facile rintracciare all’origine un prevalente sentimento di rabbia e, in misura minore, frustrazione e delusione.

Capisco bene chi prova questi sentimenti, perché io stesso li ho provati innumerevoli volte nelle stesse situazioni, e ancora continuo a provarli, seppur più di rado. È naturale, anzi giusto, doveroso nonchè profondamente umano provare rabbia di fronte ad un’ingiustizia che rimane impunita e contro cui siamo impotenti. La frustrazione che segue a questa impotenza, e di fronte all’incomprensione degli altri intorno a noi, che non riescono a cogliere l’evidente ingiustizia nell’uccisione di un maiale scannato per finire condito di spezie, è anch’essa facilmente comprensibile. E, inevitabilmente, si finisce nella delusione, la delusione per un mondo cieco all’olocausto animale, a questa tragedia in ciclico rinnovamento.

Non è certo mia intenzione ora criticare questa rabbia o chi la prova: siamo esseri umani, ma, prima ancora, animali, e gran parte della nostra preziosa animalità andata persa è proprio quella dei sentimenti, incapaci come siamo di vivere liberamente le nostre emozioni più profonde, passando l’intera esistenza a rinnegare, rimuovere, simulare. Credo che i sentimenti, anche quelli più negativi, non vadano repressi, che tanto poi rispuntano ancor più minacciosi, ma dovrebbero essere accettati, capiti e, dunque, superati. Che poi si riesca a reprimere un’emozione così profonda e forte come la rabbia è assai inverosimile. La rabbia di un attivista è anzi sicuramente da apprezzare e pertanto non dovrebbe mai essere disdegnata: è un modo genuino e molto diretto di comunicare il proprio fermo rifiuto ad un’ingiustizia intollerabile, è un chiaro segnale di ribellione, di una decisa opposizione ad un sistema basato sulla coercizione, sulla violenza e sulla morte. Ed è la stessa rabbia che prova chi subisce abusi e vive nello sfruttamento.

Anche tra gli animali sfruttati non mancano atti di ribellione ad una vita di prigionia e abusi, quando, in quei frangenti in cui una rabbia incosciente prende il sopravvento, qualche recluso, incurante delle gravi conseguenze cui andrà incontro, decide di lanciarsi in un disperato tentativo di fuga o di attacco contro i propri tormentatori. Particolarmente esemplificativi di questa situazione sono i tori tormentati nelle arene delle corride, che furiosi nella loro cieca rabbia si scagliano violenti contro il torero nonostante le lame conficcate nella carne. I grandi felini e gli elefanti sfruttati nei circhi sono anch’essi spesso protagonisti di questo genere di episodi. Questi animali, in una furia travolgente ed esplosiva, esibiscono quella rabbia estrema e selvaggia da noi dimenticata e che, proprio per questo, così tanto ci terrorizza. Quale altra emozione altrimenti muoverebbe questo elefante, se non una pura rabbia vendicativa e ribelle?

La rabbia è anche un’emozione incredibilmente carica di energia, energia che, tuttavia, viene sottratta con voracità dalla nostra riserva vitale. È dunque per tale motivo un’emozione che andrebbe usata con cautela. Tuttavia, piuttosto che reprimere il sentimento di rabbia, forse sarebbe più saggio cercare di controllare l’offuscamento della ragione che tipicamente la rabbia produce: non è infatti la rabbia in sé, quanto l’intorpidimento della mente non più in grado di controllare un’azione irriflessa, a generare una situazione spiacevole.

Fortunatamente, come attivisti per gli animali, ci troviamo in una situazione molto agevolata: a differenza di coloro che subiscono abusi, noi non siamo coinvolti in prima persona negli abusi. Questo ci permette di assistere allo sfruttamento animale come osservatori esterni, come spettatori, lasciandoci la possibilità di placare il turbamento della mente per cercare modi più produttivi ed efficaci di affrontare la situazione.

Se cogliendo questa opportunità ci fermiamo a riflettere, forse potremmo giungere alla conclusione che una rabbia vissuta ed espressa nell’attimo in cui ci travolge, comunicata con aggressività e con una violenza verbale fatta di insulti, minacce, infausti auspici, più di rado anche con violenza fisica, non è produttiva, non è efficace per la causa in difesa degli animali, poichè il tutto si consuma e si perde sui pixel di uno schermo o nelle vibrazioni d’aria provocate da un urlo. Forse che imprecare contro un cacciatore sciorinante le sue deliranti idee su un sito qualsiasi servirà ad evitare che il suo fucile uccida ancora? Forse che lanciare maledizioni al torero fotografato sporco di sangue bovino servirà ad evitare che la sua spada affondi in altri corpi? Forse che gongolare con messaggi di gioia per la morte della sperimentatrice servirà a risuscitare le sue vittime?

Gli unici effetti prodotti da questo modo di “comunicare”, se così vogliamo chiamarlo, sono effetti ben poco lieti. Urlare, insultare, maledire, trasmette un’immagine dell’attivista per gli animali certamente poco confortevole per il pubblico, giustificando ai suoi occhi le accuse di misantropia, esaltazione, fanaticheria ed eccessi discorrendo. Che dopotutto è esattamente l’immagine che la propaganda dei detrattori dell’animalismo intende trasmettere al pubblico, così da creare diffidenza e ostilità nei nostri confronti, erigere un muro comunicativo tra noi e la società già ampiamente condizionata dalla cultura specista, dipingendoci come individui eccentrici, bizzarri, mentalmente instabili, violenti, pericolosi.

«L’animalista impegnato si trasforma in un fondamentalista, il cui credo, pur non essendo una religione dettata da Dio, diventa altrettanto integrale e indiscutibile. […] Il loro motto potrebbe essere «con noi o contro di noi», e quindi chiunque non appoggi le loro scelte estreme diventa un obiettivo da colpire» [1]: così si esprime pubblicamente un celebratore della sperimentazione sugli animali. Ma esempi di questo genere sono diffusissimi nella propaganda dei detrattori.

Si tratta di una propaganda manipolatoria il cui obiettivo è, in breve, quello di presentarci come nemici del pubblico, una strategia ben nota anche alla propaganda nazista ai danni del popolo ebreo, i cui eccellenti risultati sono tristemente noti a tutti. Certo, noi non finiremo presi a bastonate (forse), uccisi con un colpo alla testa o gassati in una stanza chiusa a chiave. Noi no. Ma gli animali sì. Se il pubblico continuerà a percepirci come un gruppo di individui ostili, il nostro movimento farà ben poca strada: detto in altre parole, se tutti noi sogniamo la liberazione animale, dovremo rassegnarci a considerarla solo un sogno.

Dobbiamo capire che il nostro più grande alleato è il pubblico. Fintanto che il pubblico sarà soggiogato dalla cultura specista, non sarà il nostro impegno, per quanto tenace, a liberare gli animali dalle gabbie. Se davvero vogliamo vedere gli animali liberi, dobbiamo prima liberare l’uomo e la donna della società dalla propria gabbia mentale: quella gabbia che li rende ciechi al tormento di una mucca a cui viene strappato via con violenza il proprio vitellino.

Solo accostandoci al pubblico con un’immagine cordiale e gentile possiamo sperare di instaurare un buon dialogo e riuscire così a renderlo consapevole della profonda ingiustizia del sistema specistico in cui è inconsapevolmente invischiato. Ma fin quando continueremo ad urlare, offendere, minacciare, stiamo marciando proprio in direzione opposta. Stiamo spaventando le persone. Le stiamo allontanando da noi. Con i nostri urli, stiamo loro sussurrando in tono minaccioso alle loro orecchie parole da farli rabbrividire. E rendiamo tutto così incredibilmente semplice a chi intende dipingerci come individui pericolosi: noi, proprio noi che ci straziamo di fronte al terrore di un vitello con una pistola puntata alla testa.

Dunque, sebbene è nel nostro diritto urlare, perché chi ci considera come fanatici per la nostra rabbia urlata semplicemente ignora quanta sofferenza c’è dietro la nostra causa e ci giudica senza sapere, senza conoscere; sebbene i nostri slanci rabbiosi siano limitati per lo più a riempire alcune righe sulle pagine di un social network; e sebbene vi sia una incolmabile differenza tra violenza verbale e violenza effettiva, ciò nonostante, continuando ad urlare, le persone intorno continueranno ad additarci come folli e fanatici. In altre parole, con le nostre urla neghiamo la salvezza agli animali.

Certo, urlare la propria rabbia è una sensazione piacevolmente liberatoria. Rimane indubbiamente un importante momento di sfogo personale. Ci sentiamo anche meglio dopo aver urlato. Ma, credo, dovremmo prima domandarci se sia così necessario accondiscendere alle esigenze del nostro ego urlando un’ispirata rabbia, a fronte di ciò che questo comporta per la nostra immagine di attivisti, e dunque, in ultimo, per gli animali schiavizzati.

Ci sono altri modi per esprimere la propria rabbia e usare il potenziale di energia che essa ci offre. Forse sarebbe allora più saggio usare questa rabbia e questa energia per dedicarsi ad attività produttive, efficaci per gli animali: in grado cioè di produrre effetti sulla realtà intorno a noi, in grado di plasmare questa realtà, di influenzare e modificare il pensiero delle persone, ovvero la loro realtà, e dunque la realtà vissuta dagli animali. Un rabbia controllata e ridiretta verso idee e atti più efficaci e utili ci permette di apportare il nostro contributo per giungere a ciò a cui tutti noi aspiriamo: la libertà degli animali.

Questo stesso sito (e il piccolo contributo alla causa che con esso spero di portare) nasce – tra l’altro – anche da un sentimento di rabbia, quella rabbia che provo con chi, vivendo in una situazione privilegiata (per condizione sociale, paese di origine, etnia, genere, specie, ecc.) ignora o giustifica freddamente il disagio degli oppressi solo in quanto lui/lei non vive personalmente in quella condizione di oppressione. In passato questa rabbia ha portato anche me ad urlare, insultare, offendere, ma con il tempo, con una più matura riflessione, ho concluso che era un modo sbagliato di comportarsi, sia perchè inutile per la causa, sia perchè degradante per la mia persona, sia per altri motivi ancora.

Ma se anche dopo un’attenta e lunga riflessione non sappiamo o – più probabilmente – non vogliamo agire in modi diversi dall’urlare, dall’insultare e dall’offendere, dovremmo allora forse domandarci qual è il nostro scopo all’interno del movimento di liberazione animale, e se stiamo davvero prendendo seriamente la sofferenza degli animali.

Gli animali non hanno bisogno di urli, insulti, offese gridati a qualcuno o inviati con un click. Hanno invece bisogno di persone che costruiscano un mondo diverso. Un mondo nuovo in cui gli sia permesso di vivere la propria vita.

Riccardo B.

Se hai trovato questo articolo interessante, puoi ripubblicarlo sul tuo blog o su qualsiasi altro sito. Si chiede solamente la citazione dell’autore (Riccardo B.) e un link all’articolo stesso (in quanto gli articoli possono essere soggetti a modifiche e aggiornamenti). Per maggiori informazioni vai » qui.

Ultima modifica: 1 febbraio 2014

Note:
1. Mario Campli, Sperimentazione sugli animali: il dialogo impossibile tra ricercatori ed animalisti [http://www.sci-med.it/data/articoli/Vivisezione.html].

Annunci