Specismo, antispecismo classico e antispecismo politico

di Riccardo B.

 

Stava uscendo dalla cella quando si levò dalla corte un urlo straziante, come di persona ferita a morte, cui seguirono altri lamenti altrettanto atroci. «Cos’è?!», chiese Guglielmo, sconcertato. «Nulla», rispose l’abate sorridendo. «In questa stagione si stanno uccidendo i maiali. Un lavoro per i porcai. Non è di questo sangue che dovrete occuparvi.»
Il nome della rosa, di Umberto Eco

Cos’è l’antispecismo? Quali sono i suoi obiettivi? Quali i suoi metodi per raggiungerli? Le risposte a queste domande non sono semplici e univoche. Tra gli attivisti per gli animali non vi è ancora concordanza su una definizione unanimemente accettabile della teoria e della prassi del movimento antispecista.

In questo articolo vorrei proporre in maniera breve ed essenziale gli aspetti centrali della questione, senza pretese di fornire una ricostruzione rigorosa e ineccepibile, considerando anche che non sarebbe forse neppure possibile viste le diverse e differenti interpretazioni che spesso vengono proposte e continuamente evolvono. Ma andiamo con ordine e cerchiamo prima di definire cosa sia lo specismo.

Cos’è lo specismo?

Il termine specismo compare per la prima volta nel 1970 in un opuscolo contro gli esperimenti sugli animali scritto dallo psicologo Richard D. Ryder. Nell’opuscolo Ryder sosteneva che il tentativo di ottenere benefici per la specie umana attraverso l’abuso di individui di altre specie è «semplicemente specismo e come tale si basa su ragioni morali egoistiche piuttosto che su ragioni razionali» [1]. Un anno più tardi, in un saggio del 1971, Ryder chiarisce ulteriormente il significato di specismo:

Nella misura in cui sia razza che specie sono termini vaghi usati nella classificazione delle creature viventi in riferimento soprattutto ai caratteri fisici, si può trovare un’analogia in questi due concetti. La discriminazione per ragioni legate alla razza, anche se fino a due secoli fa era in gran parte universalmente accettata, ormai è ampiamente condannata. Allo stesso modo, un giorno potrebbe accadere che le menti più illuminate aborriscano lo specismo così come noi oggi detestiamo il razzismo. L’irrazionalità in entrambe le forme di pregiudizio è identica. Se viene accettato come moralmente sbagliato infliggere deliberatamente sofferenza a creature umane innocenti, è conseguentemente logico considerare anche sbagliato infliggere sofferenza a individui innocenti di altre specie. [2]

Lo specismo, nella definizione originaria di Ryder, è pertanto inteso, in un’analogia con il razzismo, come una forma di pregiudizio. Ma solo nel 1975 il termine specismo conoscerà la sua spinta verso una maggiore diffusione, grazie al popolare saggio del filosofo Peter Singer Liberazione animale. Singer definisce lo specismo come «un pregiudizio o un atteggiamento di prevenzione a favore degli interessi dei membri della propria specie e contro quelli dei membri di altre specie» [3]. Anche Singer mette in evidenza l’analogia dello specismo con altre forme di oppressione umana:

I razzisti violano il principio di uguaglianza attribuendo maggior peso agli interessi dei membri della propria razza qualora sussista un conflitto tra i loro interessi e gli interessi di coloro appartenenti ad un’altra razza. I sessisti violano il principio di uguaglianza favorendo gli interessi del proprio sesso. Allo stesso modo, gli specisti permettono che gli interessi della propria specie prevalgano sugli interessi superiori dei membri di altre specie. In ciascuno di questi casi lo schema è identico. [3]

Molti anni più tardi, nel 2002, il sociologo David Nibert fa un passo più avanti, definendo lo specismo come «un’ideologia creata e diffusa per legittimare l’uccisione e lo sfruttamento degli altri animali» [4]. In tal modo la responsabilità dell’oppressione animale viene spostata dal singolo individuo alle condizioni sociali (che influenzano il singolo individuo): nella definizione di Nibert lo specismo non è limitato al concetto di un semplice pregiudizio (un atteggiamento individuale), ma è identificato come un sistema di credenze socialmente condivise che permettono e rinforzano questo stesso pregiudizio contro esseri senzienti appartenenti a specie diverse da quella umana.

Da questo breve resoconto si può concludere che lo specismo identifichi dunque un atteggiamento individuale e un’ideologia sociale volti a favorire, sostenere e perpetuare l’oppressione umana delle altre specie animali.

Origine dello specismo

È importante osservare che lo specismo, come indicato da diversi autori, non è una componente psico-sociale connaturata nell’essere umano, ma ha natura storica e dunque una sua origine e un suo sviluppo nel corso del processo di evoluzione umana. Le originarie società di raccoglitori e cacciatori non possono infatti essere definite speciste in quanto non possedevano una concezione dell’essere umano come specie superiore alle altre specie animali, né erano dedite ad uno sfruttamento sistematico dell’animale: l’uomo delle origini si considerava parte del mondo naturale e, in quanto animale, del tutto simile agli altri animali.

Lo specismo nasce solo successivamente con le prime pratiche di assoggettamento, manipolazione e sfruttamento della Natura e degli animali (agricoltura e allevamento) sviluppatesi nella società neolitica, quindi in un periodo piuttosto recente nella storia evolutiva umana: circa diecimila anni fa, ovvero dopo milioni di anni che il percorso evolutivo dell’essere umano si era separato da quello delle altre grandi scimmie, e circa centonovantamila anni dalla comparsa dell’Homo sapiens. Dalla sua nascita nel Neolitico lo specismo si andrà strutturando in maniera sempre più definita e pervasiva nei millenni successivi, fino al completo consolidamento nella cultura umana con la nascita delle grandi religioni monoteiste, che proclamano definitivamente il dominio umano sul resto della Natura e del vivente.

Non è quindi la violenza (naturalmente presente già nelle uccisioni degli antichi cacciatori) a caratterizzare lo specismo, bensì una concezione antropocentrica dell’esistenza e un rapporto tra umano e mondo animale non umano di tipo dominante-dominato. Lo specismo, pertanto, non mostrando un carattere naturale e inquadrato in una categoria storico-culturale come fenomeno acquisito, non può essere considerato né eterno né immutabile: in quanto evento storico con una propria origine e un proprio sviluppo, lo specismo può pertanto avere anche una fine.

Oltre all’evidente analogia tra lo specismo e le altre pratiche di oppressione umane quali il razzismo o il sessismo, evidenziata sin dall’inizio da Ryder e Singer, molti autori concordano nel ritenere lo specismo anche all’origine ideologica e storica di queste stesse forme di discriminazione intraumane e parte fondante della più vasta ideologia di dominio dell’essere umano sulla Natura e sull’essere vivente.

Lo “specismo naturale”

Lo “specismo naturale”, ovvero lo specismo inteso come naturale propensione verso il simile della propria specie e rivalità verso individui di altre specie, non è oggetto di interesse dell’antispecismo. Il concetto di “specismo naturale” è inoltre molto discutibile. In genere gli osservatori sono d’accordo nell’affermare che gli animali raramente aggrediscono membri delle altre specie, tranne che per difesa oppure quando si sentono minacciati e non possono fuggire (l’istinto predatorio, concernente solo la ricerca del cibo e comune solo alle specie carnivore, è una forma di aggressione che segue schemi comportamentali diversi dall’aggressione pura). Pertanto il fenomeno dell’aggressione animale  è limitato prevalentemente all’aggressione intraspecifica.

Per quanto riguarda la nostra specie, poi, è inoltre molto probabile che presso le antiche popolazioni anche un uomo di una tribù non molto distante fosse considerato uno straniero di cui diffidare e con cui quindi non si realizzava alcun rapporto di empatia. Con l’evoluzione culturale si sono poi moltiplicati anche i vari fattori di differenziazione, quali la lingua, i costumi e il comportamento sociale, che rendevano sempre più difficile riconoscere l’altro umano come proprio simile. È dunque evidente che l’uomo manca dell’esperienza dell’identità della propria specie e percepisce lo straniero come un essere di un’altra specie: basti pensare ad esempio all’impatto dei colonizzatori europei con gli indigeni americani, considerati «bestie», «bruti», «selvaggi», e conseguentemente (e tragicamente) trattati come tali. Soltanto nel corso dell’evoluzione sociale e morale umana è aumentato il numero di esseri umani accettati come persone.

Antispecismo classico e antispecismo politico

Attualmente nel movimento antispecista prevalgono, semplificando al massimo, due approcci distinti e separati. Gli autori e gli attivisti che sostengono l’approccio classico ritengono che, specularmente al concetto di specismo come sopra definito, l’antispecismo sia definibile come quella forma di opposizione filosofica, politica (intesa come modo di agire del singolo volto a mutare una situazione sociale) e culturale all’oppressione animale. Coerentemente a questa visione, questi attivisti si pongono come obiettivo unico del movimento la fine dell’oppressione animale e sostengono che ogni attività intrapresa debba muoversi in questa direzione e agire per la realizzazione di un’evoluzione socio-culturale antispecista.

Altri autori e attivisti, sostenitori dell’antispecismo spesso denominato politico (seppur gli stessi non accettano tale designazione, in quanto la ritengono limitativa e riduttiva), in virtù del legame tra oppressione umana e oppressione animale e in alcuni casi arrivando ad includere il pensiero anarchico, teorie anticapitaliste di matrice marxista e idee di pensatori socialisti, ritengono invece che solo una lotta congiunta che necessariamente si ponga nella meta una liberazione totale degli animali, umani compresi (una liberazione intesa come liberazione da strutture sociali limitanti e/o da forme di oppressione effettiva quali il razzismo, il sessismo e lo specismo, e volta a destrutturare un meccanismo di oppressione comune), possa essere considerata la strada più promettente in grado di garantire un maggiore successo di realizzazione, mentre un’azione limitata solo su una metà e che non tenga conto dell’altra metà sarà destinata inevitabilmente al fallimento.

I sostenitori di questo approccio ritengono pertanto che il movimento antispecista dovrebbe necessariamente accogliere e riunire insieme anche le istanze e i soggetti degli altri gruppi di liberazione umana (in alcuni casi fino ad includere gruppi ecologisti radicali) e, secondo alcuni autori, impegnarsi parallelamente in una più consapevole critica della struttura politica della società. Nel Manifesto antispecista ad esempio viene affermato che «L’attivista antispecista è moralmente tenuto a impegnarsi nel quotidiano contro ogni tipo di ingiustizia e di prevaricazione nei confronti dei più deboli o svantaggiati, siano essi Umani o Animali. Le attenzioni verso gli Umani, verso l’ambiente e la Terra sono da considerarsi parte integrante della lotta per la liberazione degli Animali, e viceversa» [5]. Il filosofo Marco Maurizi ritiene invece che nel movimento, oltre alle attività in difesa degli animali, «si conduca una lotta per colpire le strutture sociali che sono le vere portatrici dello sfruttamento» [6].

Questo è, in generale e in maniera molto sintetica, il quadro complessivo della situazione attuale (perlomeno in Italia). La questione è molto più complessa e articolata, ma spero di essere se non altro riuscito a restituire in maniera semplice e chiara un’analisi comprensibile e stimolante anche per l’attivista meno edotto e suscitare in lui una più attenta riflessione personale.

Riccardo B.

 

Se hai trovato questo articolo interessante, puoi ripubblicarlo sul tuo blog o su qualsiasi altro sito. Si chiede solamente la citazione dell’autore (Riccardo B.) e un link all’articolo stesso (in quanto gli articoli possono essere soggetti a modifiche e aggiornamenti). Per maggiori informazioni vai » qui.

Ultima modifica: 30 gennaio 2014

Note:
1. Richard D. Ryder, Speciesism again: the original leaflet.
2. Richard D. Ryder, Experiments on Animals, 1971. Cit. in: Stanley Godlovitch, Roslind Godlovitch, John Harris, Animals, Men and Morals, pp. 41–82. Cit. in: Wikipedia.org, Speciesism.
3. Peter Singer, Animal Liberation. Cit. in: Wikipedia.org, Speciesism.
4. David Nibert, Animal Rights/Human Rights: Entaglements of Oppression and Liberation, Rowman & Littlefield, 2002, p. 243. Cit. in: Joan Dunayer, Definire lo specismo.
5. Manifesto antispecista, Proposte per un manifesto antispecista.
6. Marco Maurizi, Tre passi avanti e due indietro. Una riposta a Caffo.

 

Annunci