L’uomo, questo supremo essere raziocinante

di Riccardo B.

 

Le argomentazioni addotte dall’uomo moderno per giustificare l’assoggettamento in schiavitù degli altri animali sono molte, e tutte ben note, ma quella più suggestiva rimanda ad un persuasivo concetto di “supremazia razionale”. Secondo questa interpretazione, nel corso dell’evoluzione l’essere umano ha sviluppato in maniera prodigiosa il proprio intelletto, ciò che lo ha reso un essere speciale e superiore agli altri animali. La sua mirabile intelligenza, la sua sublime razionalità di essere pensante, ne hanno fatto di diritto il signore della Terra e padrone della Natura, legittimando il  dominio umano sul resto degli altri animali, creature prive di ragione e mosse dagli istinti più elementari.

Più o meno suona così questa ampollosa argomentazione pseudodarwiniana di radice aristotelica e intrisa di un radicale cartesianesimo, in cui gli animali sono considerati nient’altro che automi privi di logos, mentre l’uomo viene orgogliosamente esaltato quale creatura al microchip irreprensibilmente logica e razionale. Definirci come esseri estremamente razionali ci rende ai nostri occhi superiori agli altri animali, collocandoci in una posizione semidivina, scissi e lontani dal resto del regno animale, persuadendoci a non provare sensi di colpa alcuno per l’immensa tragedia dei non umani.

Si tratta in verità dell’ennesima e, in ordine di tempo, ultima variazione dell’argomento razionalità-irrazionalità che riecheggia da secoli violento nell’odio intraumano: contro i “negri”, esseri selvaggi e primitivi; contro le “femmine”, creature istintuali ed emotive; contro i “froci”, individui immondi e perversi. E, con lo stesso (malcelato) odio, viene usato anche contro coloro che richiedono maggiore giustizia per gli animali, definiti come soggetti patologicamente sensibili ed estremamente eccitabili.

Sarebbe troppo semplice per chiunque controbattere usando il noto argomento degli umani marginali, quali neonati, individui con gravi deficit cognitivi o pazienti in stato comatoso, le cui facoltà mentali sono ben al di sotto di tutti gli animali comunemente schiavizzati e tormentati dall’uomo, ma che, ciò nonostante, vengono considerati in una condizione moralmente privilegiata rispetto agli stessi animali. Ciò che mi preme di più discutere qui è invece il concetto di razionalità così comunemente avanzato da molti per difendere lo schiavismo animale.

A sostegno dell’irrazionalità degli animali non umani viene a volte riferito il fenomeno dei cosiddetti schemi fissi d’azione, ovvero quei modelli d’azione automatici, comuni in molte specie animali, che un animale mette sistematicamente in atto in risposta a determinati stimoli. Un esempio noto sono le madri tacchine, che si prendono cura del piccolo se e solo se questo si fa riconoscere con il «cip-cip».

Bisogna tuttavia osservare che questi comportamenti automatici, e apparentemente irrazionali all’occhio umano, sono il risultato di un lungo e complesso processo di evoluzione e rispondono sempre ad una precisa funzione, rivelandosi pertanto in ciò del tutto razionali. Ad esempio, riprendendo il caso dei tacchini, solo i pulcini sani e normali producono quel particolare «cip-cip», dunque il comportamento della madre che favorisce la sopravvivenza di questi non è affatto assurdo, ma risponde a quelle leggi della Natura ben più complesse di quanto possiamo riuscire a capirne. Bisogna anche precisare che tali comportamenti automatici sono definiti tali dagli studiosi, ma possono in realtà nascondere anche raffinati processi cognitivi non indagabili esternamente.

Inoltre, come ampiamente dimostrato dalle ricerche in psicologia sociale, in un gran numero di situazioni anche l’essere umano mette in moto risposte comportamentali automatiche. E benchè nella maggior parte dei casi queste risposte sono determinanti per guidarci correttamente nel mondo, a volte possono però indurci in errore: ad esempio, un gran numero di tecniche di persuasione si rivela efficace proprio sfruttando questi nostri sistemi di risposta automatici. È dunque chiaro che l’argomento degli schemi fissi d’azione non funziona.

È d’altronde innegabile che anche gli altri animali siano dotati di razionalità, poichè un comportamento guidato dal caso impedirebbe la sopravvivenza dell’individuo e l’evoluzione stessa di una specie: è sufficiente osservare un qualunque individuo animale per constatare facilmente come esso non si comporti certo in maniera irrazionale, e anche se a volte l’agire degli altri animali può apparirci privo di senso, in realtà ciò è dovuto solo ad una nostra deficienza nel cogliere il complesso significato del  loro comportamento e nella capacità di indagare la loro vita mentale spesso molto raffinata. Peraltro, già duemila anni fa grandi pensatori dell’antichità quali Plutarco e Porfirio hanno argomentato a favore della razionalità animale [1].

Dovremmo piuttosto imparare a guardare agli altri animali con più umiltà, riconoscendo i nostri limiti e la nostra ignoranza ancora enorme sulle menti non umane. L’etologia cognitiva, cioè l’analisi dei processi cognitivi negli animali non umani, è una disciplina ancora giovane e che ha ancora molto da scoprire. La scienza, nel complesso, è ancora ben lontana dall’essere in grado di dare un giudizio maturo sulla mente animale: sono occorsi tre secoli e mezzo solo affinchè la scienza, a partire dagli animali-macchina di Cartesio, sia giunta a riconoscere il requisito della coscienza anche agli animali non umani [2].

Forse, allora, chi usa l’argomento della razionalità, intende solo dire che l’uomo sia dotato di un’esclusiva e sofisticata vita mentale, basata sull’elaborazione analitica, oggettiva, lineare, che ci rende in grado di esercitare un controllo razionale su noi stessi e sulla nostra realtà seguendo il pensiero riflessivo. Ma non è forse questa una visione troppo idealizzata – e, dopotutto, troppo fredda – della nostra natura umana?

Ad uno sguardo più sincero la nostra vita appare invece un susseguirsi, istante dopo istante, di sensazioni, emozioni e pulsioni. Quando ci innamoriamo, quando proviamo tristezza, rabbia, gioia e tutta l’infinita gamma di emozioni che rendono così piena e viva la nostra vita, ci troviamo nel più autentico mondo dell’irrazionalità: pur provando a fornirci delle spiegazioni razionali a tali sentimenti (il più delle volte ingannandoci), siamo ben lontani dal viverli con la fredda logica che tanto esaltiamo in noi. Pulsioni d’amore, di fratellanza, di solidarietà, da una parte, e pulsioni d’odio, di ostilità, di distruzione, dall’altra, agiscono continuamente e alternativamente nella nostra esistenza.

Le espressioni mentali che più di ogni altre distinguono l’umano intelletto, quali la creatività, l’immaginazione e l’intuito, senza le quali tra l’altro non esisterebbero le dottrine scientifiche dell’umano sapere, hanno ben poco a che fare con la logica e la razionalità, ma sono misteriose manifestazioni di quella parte più ignota e profonda del nostro essere. E non si manchi di considerare la vita mentale notturna, quando l’intera nostra essenza vaga libera e disinibita nel più sotterraneo mondo dell’irrazionale, materializzandosi nelle sue allucinazioni oniriche, così affascinanti alla nostra psiche vigile, così imperscrutabili al nostro pensiero logico e limitato, e la cui importanza è probabilmente ancora troppo sottovalutata.

Perfino le nostre idee, le nostre credenze, il nostro comportamento, sfuggono al controllo e alla comprensione della nostra psiche consapevole, originando da paure profonde, passioni irrazionali, razionalizzazioni, condizionamenti socioculturali, preconcetti assimilati, imprinting famigliari, modelli di comportamento che abbiamo interiorizzato in modo inconsapevole. D’altronde, già agli inizi del secolo scorso Sigmund Freud rivelò che molti aspetti della nostra esistenza sono guidati da quella zona oscura e pervasiva della nostra essenza che egli indicò come inconscio.

Tutto ciò non sorprende: anche l’uomo, dopotutto, è un animale. E, come i suoi simili animali, anche la sua vita è una vita guidata da impulsi e processi primordiali e per la gran parte ignoti. Ma benchè ci sia ben poco di razionale nell’umano, esso è un animale abilissimo nel razionalizzare. Ed è proprio questa sua particolare attitudine a far sì che possa giustificare, ai suoi occhi annebbiati, l’immane dramma degli animali, di cui è responsabile, vagheggiandosi nell’illusione di una superba razionalità.

Tuttavia, nessuno potrebbe negare che l’essere umano sia dotato anche di sofisticate abilità razionali che indubbiamente, perlomeno allo stesso grado, mancano agli altri animali, quali il calcolo, l’analisi, l’astrazione, la deduzione e la formazione di concetti razionali basati sulla logica. Ma queste abilità mentali, per quanto ben sviluppate, possono davvero fare la differenza tra noi e gli altri animali tanto da legittimare il massacro e la sofferenza di miliardi di esseri innocenti? In base a quale logica razionale il saper fare di conto può giustificare il trattamento spietato e violento di una creatura senziente? La capacità di un individuo non umano di sperimentare sofferenza fisica e psichica, nonchè paura, angoscia, terrore, come può essere misconosciuta dalla sua incapacità nell’argomentare la teoria della relatività?

Se non altro, si dovrebbe essere molto cauti nel presumere che una maggiore capacità razionale degli esseri umani possa giustificare il massacro e la sofferenza di miliardi di animali. Poichè, se è la razionalità il nostro metro per valutare un’azione morale, allora dovremmo adottare lo stesso criterio anche nei nostri rapporti intraumani, accettando la norma secondo cui coloro che risultino dotati di un maggiore quoziente di intelligenza QI possano deliberatamente agire con ferocia verso coloro che ottengano un minore punteggio di sviluppo intellettuale nei test predisposti. I fanatici della razionalità umana dovrebbero esultare di fronte ad un metodo di vaglio di questo genere, in cui test razionali e scientifici si sostituiscono a quel vergognoso sentimento di compassione nel guidare la nostra morale. Ma è davvero questo il mondo che vogliamo?

E allora, siamo almeno onesti con noi stessi. Non si giustifichi il tormento e l’angoscia procurati al maiale che si dibatte appeso a testa in giù, presentandogli un pallottoliere. La ragione per cui egli si trova con la giugulare lacerata ha ben poco a che fare con la nostra abilità nel risolvere un’equazione matematica. È solo la forza, il potere, la brutalità dell’oppressore verso l’oppresso, del tiranno verso il suddito, del sadico verso la vittima, a perpetuare l’infinita tragedia animale. L’atto dell’uccisione di un animale, per quanto sofisticato e ingegnoso possa essere concepito, non potrebbe mai avverarsi se non vi fosse una volontà di assoluta spietatezza a renderlo concepibile.

Se vogliamo riconoscere in noi una facoltà centrale particolarmente sviluppata rispetto altri altri animali, dobbiamo guardare oltre la razionalità in cui ci idolatriamo e, più umilmente, scoprire nella riflessione morale la nostra vera essenza umana. E riappropriandoci di quei sentimenti fanciulleschi incontaminati da influenze culturali accecanti, possiamo sentire palpitare in noi quel senso di serena empatia che ci scuote al solo pensiero di conficcare una lama nella gola di un suino.

Riccardo B.

 

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Ultima modifica: 25 gennaio 2014

Note:
1. Si veda Erica Joy Mannucci, La cena di Pitagora.
2. The Cambridge Declaration on Consciousness (testo tradotto in italiano: La Dichiarazione di Cambridge sulla Coscienza)

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