Addestrati per una vita da circo

di Riccardo B.

 

Solitamente i domatori affermano che gli allenamenti degli animali sono condotti con tecniche di “addestramento dolce”, basate su un rapporto di fiducia e rispetto reciproco con l’animale, in cui questo è invitato gentilmente a compiere gli esercizi con l’uso di rinforzi positivi e senza mai nessun ricorso alla violenza. D’altronde, l’addestramento degli animali avviene sempre al nascosto dagli sguardi ed è dunque difficile poter ribattere a tali affermazioni. Difficile ma non impossibile: in alcuni paesi, infatti, associazioni per gli animali sono riuscite ad ottenere materiale video e fotografico tramite infiltrazioni o in altri modi, documentando violenze e tecniche brutali di addestramento.

Pur se non è mai stato possibile documentare lo svolgimento delle sessioni di allenamento nei circhi italiani, è ragionevole presumere che gli animali ricevano un analogo trattamento. In ogni caso, conoscere la metodica di addestramento usuale, unitamente all’uso del buon senso, può aiutarci a fare luce su questo aspetto della detenzione degli animali usati nei circhi.

Le notizie di domatori aggrediti da leoni o altri grossi felini suscitano sempre l’interesse incuriosito del pubblico. Eppure, in condizioni naturali, un leone che aggredisce un essere umano sarebbe un evento per nulla sorprendente. Ciò che più dovrebbe stupirci, invece, è come sia possibile che lo stesso leone, dentro una gabbia, non si scagli furiosamente contro il domatore. Evidentemente, il comportamento del leone non è naturale. È dunque lecito sospettare che, in qualche modo, l’animale sia stato indotto a mantenere un atteggiamento remissivo.

Non tutti sanno che l’addestramento degli  animali, in effetti, deve essere necessariamente preceduto dalla doma, quella fase in cui l’animale, ancora giovanissimo, viene, appunto, domato, un eufemismo per indicare la sottomissione coatta all’uomo. È in questo modo che un individuo naturalmente portato a sviluppare un’indole aggressiva e dominante, come un leone, viene reso un soggetto innocuo e dominato. In questa fase, inoltre, viene impressa nell’animale la fondamentale paura per quegli strumenti quali la frusta e il bastone uncinato (noto come “bullhook”) che, successivamente, verranno usati nell’addestramento per controllarlo, e che il giovane animale sperimenterà con dolore sul proprio corpo più e più volte.

D’altronde, le carezze servirebbero a ben poco in questa fase: l’assoggettamento dell’animale viene ottenuto con il terrore psicologico e dure punizioni corporali ad ogni tentativo di ribellione. A tal proposito, Liana Orfei, uno dei nomi più celebri del panorama circense italiano, ha scritto in un suo libro [1]: «La iena non la domi mai perché non capisce. Puoi punirla cento volte e lei cento volte ti assale e continua ad assalirti perché non realizza che così facendo prende botte, mentre, se sta buona, nessuno le fa niente».

A questa fase segue poi l’addestramento vero e proprio, che consiste nell’imporre all’animale l’obbedienza agli ordini impartiti e l’esecuzione di comportamenti del tutto innaturali (lo “spettacolo” in effetti consiste proprio nell’esibizione di questa innaturalezza). Le posizioni e gli esercizi imposti all’animale contrastano radicalmente con la sua fisiologia e il corpo non è naturalmente in grado di riprodurli se non sotto costrizione: basti pensare all’elefante in posizione di verticale con le zampe posteriori alzate in aria o alla tigre costretta a camminare su due zampe o all’orso che si esibisce in capriole. In altri casi, invece, vengono proposti numeri che obbligano o possono comunque aver obbligato l’animale ad affrontare paure radicate e profonde, ad esempio il salto delle tigri in cerchi infuocati o l’esibizione promiscua di specie in rapporto preda-predatore.

Che tali attività imposte agli animali siano facilmente configurabili come reato di maltrattamento è evidente anche dalla stessa legge 189/2004 sul maltrattamento di animali [2], che all’articolo 544-ter. stabilisce infatti che: «Chiunque, per crudeltà o senza necessità, […] sottopone [un animale] a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche, è punito con la reclusione da tre mesi a un anno o con la multa da 3.000 a 15.000 euro». Ironicamente, però, nella stessa legge è prevista poi un’inapplicabilità per i circhi: se così non fosse, infatti, il circo non potrebbe più presentare numeri con animali. Ovvero numeri basati su una forma sistematica di maltrattamento.

Per imporre all’animale l’esecuzione di questi comportamenti estranei alla sua natura bisogna agire in profondità nell’individuo, e non è difficile intuire come ciò possa essere ottenuto solo con metodi coercitivi e violenti. I rappresentanti circensi parlano spesso di rinforzo positivo, che consisterebbe nella somministrazione di piccole porzioni di cibo quando l’animale esegue correttamente l’esercizio. Ma, come è naturale, più il premio risulta desiderabile, più l’individuo è motivato all’esecuzione corretta dell’esercizio. Per questo motivo i domatori, prima dell’inizio dell’allenamento e dello spettacolo, frequentemente impongono all’animale la deprivazione del cibo fino alla fame, così come illustrato sempre dalla signora Orfei: «[Le foche] possono essere ammaestrate solo per fame e non si possono picchiare perché la loro pelle, essendo bagnata, è delicatissima. Ma con un po’ di pesce ottieni quello che vuoi».

L’affermazione della signora Orfei ci conduce all’altra tradizionale tecnica utilizzata in combinazione con il rinforzo positivo e che, per ovvi motivi, non viene mai menzionata nelle dichiarazioni dei rappresentanti circensi, ovvero il rinforzo negativo. Come si può intuire, si tratta di uno stimolo doloroso che, specularmente al rinforzo positivo, viene somministrato quando l’animale non esegue correttamente l’esercizio, e che tenderà pertanto ad evitare impegnandosi nell’esecuzione corretta. È ancora Liana Orfei ad offrirci un chiaro esempio dell’interazione tra rinforzo positivo e rinforzo negativo: quando la tigre, racconta, scende dallo sgabello, disobbedendo, «il domatore le dà la frustatina, perché ha fatto male a scendere. Poi ricomincia la storia con la carne finché la belva si rende conto che se va su riceve dieci-dodici pezzettini di carne, se va giù la picchiano, e allora va su».

Paride Orfei, celebre domatore della famiglia Orfei, in una intervista sul Corriere della Sera rivelò: «Durante l’addestramento gli animali vengono “addomesticati” con scariche di corrente, per non parlare dei forconi e degli uncini usati per far fermare gli elefanti: sulle gambe e su altre parti molto più sensibili». E chiarisce: «I metodi crudeli vengono utilizzati dall’addestratore proprio per far capire all’animale chi comanda, cosa impossibile con un semplice “premio” a fine esercizio». Nell’intervista Paride Orfei precisa inoltre che questi metodi non vengono utilizzati solo da domatori particolarmente violenti, ma rappresentano la normalità [3].

Riassumendo, si può dunque affermare che l’intero processo di doma e addestramento consiste nella dominazione, nella paura, nella coercizione, nella privazione e nel dolore. D’altronde, tutti possiamo vedere la frusta in mano al domatore quando inizia il suo numero con i felini: la vista della frusta portata in pista e il suo violento schiocco in terra servono proprio al controllo dell’animale, a risvegliare in lui il terrore e il dolore provato durante l’allenamento, quando la stessa frusta viene usata sul suo corpo.

Benchè comunque nel panorama italiano non vi siano prove filmate che possano dimostrare l’uso di violenza sugli animali durante gli allenamenti, nel maggio del 2009 il circo italiano Alex Hamar (con l’insegna di Circo Massimo), durante la sua tournee in Grecia, fu oggetto di un filmato che, purtroppo, in Italia non ha avuto la dovuta considerazione mediatica. Nel video viene mostrato, all’esterno del tendone, un domatore che, servendosi di un bullhook, colpisce furiosamente e ripetutamente un elefante sulla testa e, sempre con lo stesso strumento, afferra e tira con violenza l’animale dietro le orecchie. L’associazione animalista greca che si è occupata del caso riferì che l’animale veniva picchiato perché sorpreso a mangiare prima dell’esibizione (come si evince anche dal filmato), in quanto ciò avrebbe compromesso il suo senso di fame indispensabile per la corretta esecuzione degli esercizi durante lo spettacolo.

Probabilmente qualcuno obietterà che questo episodio è un caso isolato e che non è possibile generalizzare accusando tutti i domatori di crudeltà. Ma va osservato che questa testimonianza è stata resa possibile solo per un caso fortuito: forse quel giorno il domatore era particolarmente nervoso e, incurante del rischio di essere visto e filmato, non si è trattenuto dal picchiare l’elefante al di fuori del tendone. Si noti anche che le violenze del domatore si ripetono in due eventi separati, quindi è probabile che si trattasse non di un trattamento occasionale dovuto ad un improvviso impeto d’ira del domatore, ma piuttosto di una abituale modalità di relazione con l’animale [4]. Inoltre, non sembra che l’uomo agisca al nascosto degli altri lavoratori circensi: nel primo caso altri tre uomini assistono, apparentemente indifferenti, ai soprusi del domatore, nel secondo caso si può invece notare un inserviente passare vicino all’uomo senza badare alla scena. Dall’osservazione del filmato sembra dunque che il trattamento violento del domatore rappresenti un comportamento usuale e accettabile anche per gli altri lavoratori dello stesso circo.

In seguito alla pubblicazione del filmato il circo Alex Hamar è stato espulso dalla Grecia e le immagini sono state usate per aumentare la pressione sul governo greco e chiedere il bando nazionale dell’uso degli animali nei circhi, approvato successivamente nel corso di quest’anno. Non sorprendentemente, il circo, tornato in Italia, ha impunemente portato avanti il suo tour nazionale, e continua tutt’ora ad usufruire dei contributi pubblici erogati dallo stato ai circhi italiani: nello stesso anno della vicenda in Grecia, ha ricevuto ben 25.000 euro. Una vicenda che rappresenta uno dei tanti paradossi zoofili del nostro paese. Chi picchia un cane viene condannato con l’arresto. Chi picchia un elefante in un circo riceve premi da lotteria.

Riccardo B.

 

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Ultima modifica: 24 gennaio 2014

Note:
1. Liana Orfei, La grande casa chiamata circo, 1977. Il fatto che le impressionanti affermazioni sul trattamento degli animali contenute nel libro vengano riferite con tanta sincerità dalla signora Liana Orfei (libro che, tra l’altro, ha vinto anche un premio letterario di narrativa per ragazzi), è solo apparentemente bizzarro. Si consideri che nel 1977, anno di pubblicazione del libro, in Italia non esisteva (o era comunque molto debole) un movimento di critica allo sfruttamento degli animali nei circhi. Oggi la situazione è invece molto diversa: a causa delle critiche per l’uso degli animali l’industria circense ha subito gravi perdite economiche, oltre ad una caduta di immagine, e i rappresentanti circensi sono molto cauti nelle loro dichiarazioni pubbliche sul trattamento degli animali.
2. Legge 20 luglio 2004 n.189 – Disposizioni concernenti il divieto di maltrattamento degli animali, nonché di impiego degli stessi in combattimenti clandestini o competizioni non autorizzate
3. Corriere della Sera, «Così si addestrano gli animali» – Paride Orfei accusa i circhi e mostra gli strumenti di tortura.
4. È anche molto probabile che chi ha filmato gli abusi abbia precedentemente assistito (subito prima o in altri momenti) ad altri episodi di violenza dello stesso domatore o ne sia stato informato da altri, e solo successivamente si sia organizzato per filmare.

Fonti consultate:
– Lav, Come è garantita l’impunità ai circhi.
– Lav, Liberiamo gli animali dai circhi.
– Lav, Indagine sui circhi in Italia.
– Enpa, Il circo: prigione per animali.

 

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