Una riflessione critica sulla campagna contro Green Hill

di Riccardo B.

 

A fronte del sostegno eccezionalmente unanime e trasversale del mondo animalista italiano alla campagna contro l’allevamento Green Hill, vorrei qui portare all’attenzione alcune considerazioni critiche maturate in me negli ultimi tempi.

Prima voglio però esprimere apertamente il mio sostegno sia ai manifestanti indagati per la liberazione dei cuccioli dall’allevamento [1,2], sia agli attivisti raggiunti da provvedimenti di avviso orale per l’occupazione del tetto di uno dei capanni di Green Hill e l’allucchettamento alle grate degli uffici della stessa azienda [3]: sono azioni coraggiose, guidate da un fine nobile e senza distruzioni improprie. Allo stesso modo, apprezzo la passione e la fermezza degli organizzatori delle varie campagne sorte contro Green Hill, nonché l’ardore di tutti gli attivisti che partecipano e sostengono queste campagne. Ciò nonostante, permangono in me alcune perplessità generali su questa campagna nazionale.

Uno dei primi segnali che mi rende sospettoso è proprio la popolarità che una campagna per gli animali riesce a raggiungere. Quando una società ultraspecista come quella in cui viviamo sostiene una causa a favore degli animali, emerge un’incoerenza, dunque un’ambiguità, e questo dovrebbe già generare diffidenza. Eppure le intenzioni degli attivisti del Coordinamento Fermare Green Hill sono genuinamente radicali:

La campagna Salviamo i cani di Green Hill è portata avanti da attivisti antispecisti […] con lo scopo di […] combattere questo allevamento, riattivare il fronte di lotta alla vivisezione in Italia e diffondere idee antispeciste. [4]

Tuttavia, anche se quanto scritto sul sito del coordinamento non lascia adito a dubbi sul fine ideologico, il messaggio che si è andato diffondendo è di tutt’altra natura: l’intento fondante antispecista è andato perso, inghiottito e dissoltosi in un incontrollato movimento emotivo-zoofilo. Certo non ho letto e visto tutto quel che tanto si è detto in questi mesi, ma in tutto questo fracasso mi pare di cogliere, ammessi gli ovvi frammenti d’eccezione, ben poca attenzione verso un pensiero autenticamente antispecista.

Direi piuttosto che il vasto movimento d’interesse che si è sviluppato intorno alla vicenda si muova su posizioni diametralmente opposte a quelle antispeciste: sui quotidiani e sui giornali, nei servizi televisivi, nei notiziari della TV, non si parla mai di antispecismo. Pure si tace su ciò che comporta la sperimentazione per le vittime dei laboratori. Tutta l’attenzione sembra invece essersi coagulata su «i cani di Green Hill». Tutta l’apprensione del pubblico è rivolta a questi «cucciolotti» – come li definisce l’inviato di Striscia la notizia.

Mi si obietterà che non c’è nulla di cui stupirsi in tutto ciò. Che pecco di ingenuità nel credere che oggi sia possibile portare avanti un movimento così vasto che prenda seriamente la questione animale. Questa obiezione è del tutto condivisibile. Ovviamente non mi sfugge la realtà sociale attuale e le inibizioni proprie verso un paradigma antispecista. Nondimeno capisco le enormi difficoltà nel gestire e guidare ideologicamente un movimento che ha assunto dimensioni di così vasta portata tali da rendere impossibile il controllo del messaggio mediato. Proprio per questi limiti, tuttavia, credo che era facilmente intuibile l’evolversi di un rapido decorso zoofilo della campagna.

Sarebbe stato semplice prevedere quest’esito anche considerando i motivi della rapida popolarità della campagna. La protesta verte sul tema toccante della sperimentazione sugli animali, una pratica che suscita profondo turbamento in molti, facile da appoggiare pur continuando ad ignorare le altre forme di oppressione animale. Per di più i protagonisti sono beagle, ovvero cani il cui aspetto amabile e temperamento docile rendono facile la simpatia all’occhio umano. Verosimilmente, una parallela campagna contro un allevamento di ratti destinati ai laboratori non riceverebbe la stessa accoglienza.

Mi si obietterà allora che non ha importanza che la campagna abbia assunto un orientamento zoofilo. Che l’importante è partecipare ad una protesta che mette in discussione una pratica moralmente illegittima quale è l’allevamento degli animali destinati alla sperimentazione. E che dopotutto era nel progetto degli organizzatori dar vita e sviluppare un movimento prevalentemente zoofilo con l’intento di avvicinare una moltitudine di persone alle istanze antispeciste e sollevare una discussione più ampia sulla sperimentazione sugli animali. Un intento condivisibile e certamente non trascurabile nelle potenzialità favorevoli.

Tuttavia, a mio parere, c’è anche un aspetto che credo non vada per ciò ignorato. Se infatti da una parte c’è una febbrile esaltazione per i «cucciolotti» di Green Hill, dall’altra ci sono tutti i sempre più ignorati e dimenticati “altri” tormentati quotidianamente nei laboratori. In primis topi e ratti: nel 2009, su 830.453 soggetti usati nei laboratori italiani, ben 754.118 (il 90%) sono stati topi e ratti. Poi, a seguire, tutti gli altri: uccelli, pesci, cavie, conigli, suini… Il numero di cani usati invece supera appena i 600 soggetti [5].

Forse la campagna organizzata porterà alla chiusura di Green Hill. Forse nei prossimi mesi verrà approvata la tanto attesa legge per il divieto d’allevamento sul territorio italiano di cani, gatti e primati per scopi scientifici [6]. Tuttavia, questo non garantirebbe una riduzione effettiva del numero di questi stessi animali nella pratica sperimentale: come afferma Massenzio Fornasier, presidente della Società Italiana Veterinari Animali da Laboratorio (Sival), «se non si possono allevare animali in Italia, verranno comperati all’estero» [6]. Quand’anche l’acquisto di animali in altri paesi comportasse maggiori costi per i laboratori, la ricerca sperimentale sugli animali può contare sempre su generosi finanziamenti statali e una richiesta di nuovi stanziamenti verrebbe facilmente accolta.

Pur se venissero a mancare i fondi necessari, ciò non comporterebbe necessariamente una riduzione del numero complessivo di animali usati: se non può disporre di cani, gatti o primati, lo sperimentatore semplicemente userà soggetti di altre specie. Come spesso viene riferito in ambito critico-scientifico, la pratica sperimentale sugli animali manca infatti di criteri sistematici e rigorosi che possano vincolarne l’esecuzione di un particolare esperimento all’uso di una particolare specie animale. Pertanto, gli altri dimenticati dei laboratori, soprattutto topi e ratti, finirebbero verosimilmente per rimpiazzare cani, gatti e primati, probabilmente in numero maggiore per via del più ridotto valore commerciale che hanno sul mercato della tratta degli animali.

Non dimentichiamo inoltre che nel nostro paese i due principali allevamenti di “animali da laboratorio” sono i due colossi Charles River e Harlan, specializzati nella fornitura di topi e ratti (anche geneticamente modificati), nonchè conigli, suini e animali di altre specie. Esistono poi almeno un’altra decina di allevamenti sparsi nella nostra penisola che operano e commerciano vite nella più completa tranquillità al riparo dai riflettori solo perché non allevano cani, gatti o primati [7].

C’è infine un’ultima considerazione che mi preoccupa. Se in Italia non venissero più allevati cani, gatti e primati da destinare ai laboratori, se ciò condurrebbe finanche all’impossibilità di usare questi stessi animali nei laboratori, anche con l’eventuale supporto di una qualche futura legge, ho il timore che tutto ciò potrebbe solo rendere l’orrore dell’abuso bio-medico degli animali più accettabile e giustificabile e meno condannabile agli occhi dei più, che ritengono intollerabile la sevizia di un cane per mano di uno sperimentatore, ma che rimangono indifferenti al tormento delle migliaia di topi e ratti e degli altri animali usati nei laboratori intorno a noi. Ho il timore che gli sperimentatori porterebbero avanti del tutto indisturbati e senza troppe proteste la loro scienza di supplizi, martoriando con fredda serenità gli altri dimenticati, coloro che rimarrebbero vittime inascoltate e ignorate dalle apprensioni zoofile. Non c’è alcuna ragione per cui si possa credere che chi oggi urla per i beagle di Green Hill, un domani urli per i ratti di Charles River e Harlan.

Riccardo B.

Se hai trovato questo articolo interessante, puoi ripubblicarlo sul tuo blog o su qualsiasi altro sito. Si chiede solamente la citazione dell’autore (Riccardo B.) e un link all’articolo stesso (in quanto gli articoli possono essere soggetti a modifiche e aggiornamenti). Per maggiori informazioni vai » qui.

Ultima modifica: 21 gennaio 2014

Note: 1. Salviamo i cani di Green Hill, Decine di beagle liberati dall’inferno di Green Hill. 2. Gea Press, Green Hill – Il quattoridicesimo indagato. 3. Salviamo i cani di Green Hill, Attivismo e repressione: provvedimenti di avviso orale. 4. Salviamo i cani di Green Hill, Chi siamo noi. 5. Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, Serie generale del 5 marzo 2011, n. 53. 6. Linkiesta, Il parlamento contro l’allevamento di cavie in Italia. E la scienza protesta. 7. Lav, Rapporto Lav 2004 – La vivisezione in Italia, regione per regione.

Annunci