This is life

di Riccardo B.

 

Questo documentario sulla carne, prodotto negli USA nel 1950 dall’American Meat Institute, benchè apparentemente banale e segnato dal tempo, è a mio parere un filmato molto interessante, in quanto rappresentativo della propaganda dell’industria della carne odierna, rivelandosi non da meno, per intenzioni, mistificazione argomentativa e spirito di persuasione, ai documentari antisemiti della propaganda nazista.

Un’atmosfera serena e confortevole, surreale nella sua artificiosità, caratterizza l’intero filmato: l’obiettivo della camera ci mostra simpatici bambini al bancone della macelleria e famiglie serene raccolte intorno alla calda tavola apparecchiata, la pomposa voce narrante che accompagna ogni scena, il tutto avvolto da cori angelici e soavi.

L’immagine degli animali allevati presentata riflette quella che ancora oggi più convince l’opinione pubblica e meglio tranquillizza le coscienze dei consumatori carnei: animali felici e scorrazzanti tra verdi distese di erba e fattorie riscaldate dal sole. Sarebbe errato a questo punto pensare che nel 1950 negli Stati Uniti non venisse praticato già l’allevamento intensivo: certo, a quell’epoca la strage degli animali allevati per il consumo alimentare era poca cosa rispetto all’odierno massacro perpetuato senza sosta nella moderna industria zootecnica, tuttavia bisogna ricordare che proprio negli anni Cinquanta si è verificata una crescita improvvisa dell’allevamento intensivo.

Un altro elemento caratterizzante la propaganda dell’industria della carne presente nel documentario è la rimozione radicale dell’uccisione dell’animale. Il filmato infatti illustra l’intero processo di produzione della carne ma, non incidentalmente, vengono omesse le scene della macellazione: gli animali, dopo essere stati mostrati su verdi prati e intorno a bucoliche fattorie, si trasformano magicamente in carne, salsicce e prosciutti pronti per essere lavorati con passione all’interno degli impianti di macellazione, fino ad arrivare al bancone della macelleria e da qui al forno della famiglia, per coronare infine, dignitosamente, il piatto sulla tavola. E questo processo mistificato è esattamente ciò che l’industria della carne è riuscita così egregiamente a forgiare nella mente del consumatore: l’atto sanguinario e violento dello scannamento dell’animale non esiste, non si avvera nella mente del banchettatore di carni. L’animale idealizzato trascorre la sua vita felice e spensierato, perde poi la propria identità e separatamente troviamo al suo posto un prodotto da mangiare a tavola: l’animale diventa, come lo ha definito la Adams, un “referente assente”.

Il genere di propaganda magistralmente esibito in questo documentario, in breve tempo è riuscito a fare del cittadino medio occidentale il più grande consumatore di carni di tutti i tempi, proponendo quantità smisurate di carni come pasti indispensabili per essere “sani e forti” (si veda al minuto 3:48 l’incredibile porzione carnea servita nel piatto) e creando il mito delle necessarie “proteine nobili” della carne (qui ricostruito efficacemente al minuto 2:10 con un breve filmato animato rappresentante le proteine della carne come i “mattoni della vita”), collaterale all’avvelenamento organico delle diete iperproteiche oggi diffusissime. A conferma del notevole lavoro di propaganda compiuto dall’industria della carne si può facilmente constatare come, nonostante sia passato più di mezzo secolo e nonostante l’evidenza scientifica odierna a sostegno dell’adeguatezza della dieta vegana, moltissime persone ancora oggi sono ancorate agli stessi (pre)concetti presentati in questo filmato: nel XXI secolo ancora basta semplicemente affermare di essere un vegano per sentirsi richiamare, perfino dal più avido divoratore di hamburger, sull’importanza di una dieta sana ed equilibrata – dove, ovviamente, non possono mancare le indispensabili proteine animali.

Coerentemente alla preminente concezione specista sviluppata per tutto il filmato, in approssimarsi della chiusura viene proposta una lunga carrellata su prodotti e manufatti (minuto 22:00) cui possiamo disporre grazie all’esistenza “benevola” dell’industria della carne, che fornisce all’industria del pellame e ad altre le materie prime indispensabili per produrre ogni sorta di merce mercificante la vita non umana: scarpe, borse, cinte, palloni da basket, guantoni da baseball, pennelli, saponette, ecc. Questo dovrebbe far riflettere quei vegetariani etici che usualmente acquistano prodotti in pelle o in altre parti animali sull’importanza che questo vasto mercato riveste per il sostentamento dell’industria della carne.

Al termine della visione del documentario, ciò che più dovrebbe colpire lo spettatore – ma che improbabilmente si realizzerà – è la banalizzazione radicale del processo di sfruttamento dell’animale, la destrutturazione sistematica di un essere senziente in semplici prodotti di consumo, la lavorazione meccanizzata delle sue parti all’interno dei centri di preparazione delle carni. La scena di chiusura, con il macellaio che, con disinvolta serenità, taglia ciò che era l’arto di un maiale in quattro parti (minuto 23:25), spiegando all’allegra ragazza come sia possibile ottenere da uno stinco quattro generosi pasti, è particolarmente significativa.

Riccardo B.

 

Se hai trovato questo articolo interessante, puoi ripubblicarlo sul tuo blog o su qualsiasi altro sito. Si chiede solamente la citazione dell’autore (Riccardo B.) e un link all’articolo stesso (in quanto gli articoli possono essere soggetti a modifiche e aggiornamenti). Per maggiori informazioni vai » qui.

Ultima modifica: 16 gennaio 2014

 

Annunci