In coda al supermercato

di Riccardo B.

 

Qualche giorno fa mi trovavo in fila alla cassa di un supermercato. In attesa di avanzare, come spesso mi accade, getto un’occhiata sul piano scorrevole della cassa per curiosare cosa salta fuori dagli altri carrelli: pacchetti di carne, polli cellofanati, buste di latte… e una confezione di uova capovolta, con la dicitura uova da allevamento in gabbia.

Improvvisamente sento qualcosa premere dietro la mia gamba. Con la coda dell’occhio riesco a scorgere a qualche palmo dietro di me un anziano che, affaccendato a guardarsi distrattamente intorno, non sembrava affatto curarsi della sua busta in mano premuta contro la mia gamba. Con disinvoltura cerco di avanzare un poco più avanti, ma inutilmente, perchè poco dopo mi ritrovo nuovamente l’anziano incollato dietro. Ho evitato di avanzare ancora, perchè sarei andato a mia volta a schiacciarmi contro una massaia di mezza età davanti a me, il che mi sembrava piuttosto inopportuno.

Mi sono così trovato intrappolato in questa situazione, con il distratto anziano ad un palmo da me: una situazione che, di lì a poco, ha originato in me una spiacevole sensazione mista tra fastidio, nervosismo e disagio, mitigata solo in parte da un controllo imposto. Data la mia natura generalmente tranquilla e ritenendo con certezza di non avere alcun motivo particolare per provare ostilità verso l’uomo dietro di me in quanto non lo conoscevo affatto, questa insolita sensazione da me provata può sembrare apparentemente sorprendente.

Tuttavia, questa sensazione non è così inconsueta in una situazione simile. Tutti noi abbiamo bisogno di uno spazio personale intorno alla nostra persona, uno spazio nel quale ci sentiamo protetti e che difendiamo dall’invasione altrui. Questo spazio include un’area ben definita intorno al nostro corpo, che può variare da individuo a individuo in base a diversi fattori (società, ambiente, carattere, ecc.) e che è stata divisa dagli studiosi  in quattro zone concentriche ben definite (intima, personale, sociale e pubblica), in ciascuna delle quali ci muoviamo e in ciascuna delle quali decidiamo chi fare accedere o escludere, con un preciso criterio: maggiore è l’intimità con l’altra persona, minore è la distanza con questa persona.

Se qualcuno prova ad invadere una nostra zona a lui/lei non permessa, la nostra risposta comporta dapprima una serie di reazioni fisiologiche (aumento del battito cardiaco, immissione di adrenalina in circolo, contrazione dei muscoli), seguite da modesti segnali del corpo (come muoversi con irrequietezza sulla sedia), poi da segnali di chiusura più evidenti (come distogliere lo sguardo, incrociare le braccia sul petto o piegare le spalle in avanti) e infine, se la situazione persiste, ci allontaniamo dall’altro. Se però ci troviamo in una situazione che non permette di allontanarci, si genera in noi uno stato di stress. Questa necessità di disporre di un nostro spazio privato è così radicata in noi che anche tra la folla sentiamo il bisogno di avere un nostro territorio personale, pur se ridotto. Così, quando la folla è molto intensa e la distanza tra le persone si riduce al minimo, possono sorgere disordini, provocati proprio dall’eccessiva irritabilità dei singoli individui sottoposti ad un elevato stato di stress.

Il bisogno di uno spazio personale è una legge comportamentale valida per l’uomo così come per gli altri animali. Basta osservare la reazione di un cane impaurito che non ci conosce: non appena cerchiamo di avvicinarci, questo subito si sposta più indietro per ristabilire la sua distanza nella quale si sente sicuro perché non raggiungibile, e sotto la quale si sente minacciato. E anche per le galline vale questa legge.

La dicitura tecnica uova da allevamento in gabbia riportata sulla confezione di uova che scorreva a scatti sul piano della cassa, indica gli allevamenti intensivi di galline allevate in batteria, da cui provengono la gran parte delle uova prodotte in Italia. In queste strutture infernali migliaia di galline sono rinchiuse in gruppi da cinque a dieci individui in piccole gabbie reticolate, accatastate una sull’altra in file che si perdono nell’oscurità. Benchè allo stato libero questi pacifici animali vivano in piccoli gruppi nei quali l’ordine gerarchico viene stabilito e mantenuto con qualche beccata, all’interno delle gabbie le galline, fortemente stressate a causa delle condizioni di eccessivo sovraffollamento, arrivano a beccarsi furiosamente l’una con l’altra fino a giungere al cannibalismo.

Ciò non deve affatto sorprendere: immaginatevi di essere sbattuti con violenza dentro una cella sporca, buia e fetida, stretta quanto basta per contenere una decina di persone schiacciate una contro l’altra. Dalle sbarre della cella ciò che vedete al di là sono solo altre infinite file di celle identiche alla vostra. Sentite solo urla disperate e un lamento di frasi senza senso. Non sapete perché siete lì, nè fin quando vi rimarrete. Avete tuttavia acqua sempre a disposizione e ricevete continuamente pasti preconfezionati dal sapore artificiale, che inspiegabilmente per voi divorate in continuazione. Passate così un giorno. Poi una settimana. Iniziano a passare mesi. Ma il tempo non ha più alcun valore per voi: perché siete già diventati pazzi, tanto da staccare a morsi la carne dai vostri compagni di prigionia.

Gli altri animali non sono diversi da noi. Vogliono vivere. E vogliono vivere liberi. Chi compra uova da allevamento in gabbia dovrebbe forse riflettere sull’immensa sofferenza di questi animali. Una realtà che esiste non perchè vi sono allevatori crudeli felici di rinchiudere le galline in simili inferni, ma perchè questo tipo di produzione è l’unico che permetta di soddisfare l’elevata richiesta di uova dei consumatori ad un prezzo vantaggioso. Anche chi consuma uova provenienti da allevamenti biologici, benchè sia certamente da apprezzare nelle intenzioni, sta comunque sostenendo l’uccisione violenta di questi animali, poichè un uovo, da qualunque allevamento provenga, comporta sempre l’uccisione di una gallina al termine del suo breve “ciclo produttivo”. E chi vorrà riflettere su questo, potrà capire cosa spinge persone compassionevoli in tutto il mondo ad abbracciare il veganismo.

Riccardo B.

 

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Ultima modifica: 13 gennaio 2014

 

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