Sperimentazione sugli umani: le ragioni etiche

di Riccardo B.

 

Girando per la Rete ci si può facilmente imbattere in articoli e siti critici verso le posizioni del movimento di liberazione animale. Spesso le argomentazioni proposte sono deliranti e sconclusionate. Tuttavia, in alcuni casi, si possono trovare anche scritti che, al di là della loro pretesa ragionevolezza e credibilità, hanno un valore proprio, anche se diverso dalle intenzioni originarie dell’autore.

Un sito che, in questo senso, ha attirato la mia attenzione, è Scienza e medicina [1], curato dal dottor Mario Campli. Il sito è esemplare nel presentare l’atteggiamento tipico del sostenitore della sperimentazione sugli animali (SA) e di come le sue giustificazioni etiche possano condurre a conclusioni raccapriccianti.

Sin dalla pagina di presentazione [2] il dottor Campli rende chiara la ragion d’essere del sito:

La nostra società è attraversata da una sorta di rigetto verso la Scienza e la cultura scientifica. […] Noi riteniamo che la crisi e i mali della nostra epoca dipendano dalla diffusa e fondamentale ignoranza di cosa sia veramente la Scienza e il pensiero scientifico, di cosa significhi fare ricerca scientifica. Di fronte alla dilagante ondata di irrazionalità, anche sul web, ecco perciò una occasione per leggere qualcosa di ponderato e razionale su argomenti controversi presso l’opinione pubblica.

In particolare il dottor Campli sembra preoccupato di fare chiarezza sul tema delle medicine alternative e, ovviamente, su quello della SA, con una serie di scritti di sua mano.

Nella pagina di presentazione personale [3] conosciamo meglio l’autore: sposato e con tre figli, si è laureato in medicina e chirurgia nel 1984, attualmente lavora nel reparto di chirurgia generale in una casa di cura a Roma, dove ha anche uno studio privato, è inoltre autore di numerosi articoli su riviste scientifiche italiane ed estere.

Insomma, sembra chiaro che il dottor Campli non è certo uno sprovveduto ragazzotto al primo anno di medicina: è un professionista affermato, con una buona conoscenza della medicina e – come lui stesso dichiara – da anni impegnato attivamente a combattere la «diffusa e fondamentale ignoranza di cosa sia veramente la Scienza e il pensiero scientifico» attraverso interventi su vari newsgroup. È dunque certamente interessante esaminare il suo punto di vista etico sulla SA per conoscere e capire i presupposti etici e l’atteggiamento mentale comuni ai fautori della SA.

Nel sito è presente anche un articolo sulle proposte ragioni scientifiche a sostegno della SA, poco interessante per l’intento di questo mio articolo ed evidentemente pretenzioso fin dalle prime righe: «Se è concepibile intavolare un dibattito sulla liceità della ricerca sugli animali dal punto di vista etico, […] è assolutamente fuori luogo discutere l’utilità e la validità della sperimentazione animale dal punto di vista scientifico» [4].

Vorrei invece osservare che è assolutamente fuori luogo sostenere l’utilità e la validità della SA dal punto di vista scientifico se tale pratica non risulti giustificata nelle ragioni etiche: dopotutto, se ci rifiutiamo di sperimentare su esseri umani, lo facciamo solo su presupposti etici, a prescindere da una giustificabilità scientifica di qualsiasi genere.

Per coerenza, dunque, si dovrebbe accettare il principio secondo cui se non fosse possibile giustificare la SA su un piano etico, allora tale pratica dovrebbe essere sempre rifiutata, pur nel caso fosse possibile trarne dei benefici sul piano scientifico. Per tale ragione è dunque importante capire se il dottor Campli riesca effettivamente a fornire una valida giustificazione morale all’uso degli animali in laboratorio.

Il vegano ha chiaramente dei problemi

È interessante notare che, prima ancora di criticare le ragioni degli attivisti antivivisezionisti, il dottor Campli sembra piuttosto preoccupato di criticare gli attivisti stessi: questo è un atteggiamento tipico dei fanatici della SA e in generale dei fanatici dello sfruttamento animale. Ridicolizzare, disprezzare e trasfigurare chi si oppone allo sfruttamento animale sembra essere prioritario rispetto al dimostrare la validità delle proprie convinzioni specistiche. Questo processo di degradazione della controparte ideologica (in psicologia definito squalifica di status [5]) si dimostra necessario come indispensabile premessa alle proprie argomentazioni per persuadere che le idee dell’altro sono prive di qualsiasi valore apprezzabile.

Girando tra le pagine di Scienza e medicina emerge abbastanza chiaramente che il dottor Campli non ha una buona opinione degli attivisti per gli animali: ne sembra quasi ossessionato e terrorizzato (afferma di essere giunto ad «un confronto ormai quasi trentennale con le tesi antivivisezioniste»), temendo forse il realizzarsi del cambiamento radicale sociale per il quale gli attivisti si battono e il concretizzarsi di un modo diverso e giusto di considerare gli animali non umani.

Verosimilmente si può supporre che il solo pensiero di una società così concepita, nella quale senza dubbio le sevizie inflitte agli animali all’interno dei laboratori di sperimentazione sarebbero condannate come pratiche illegittime, crei una sorta di sottile angoscia nel dottor Campli che, genuinamente impegnato nella sua battaglia contro la «diffusa e fondamentale ignoranza di cosa sia veramente la Scienza e il pensiero scientifico», può ravvisare in un modello sociale di tal genere il collasso definitivo della scienza biomedica come da lui intesa.

L’immagine bizzarra e poco felice dell’attivista per gli animali che il dottor Campli propone può essere così sintetizzata: l’attivista è un individuo che per «persuadersi della giustezza della propria scelta» è obbligato a fare «un vero e proprio “training autogeno” per convincersi di avere ragione, identificandosi nel “branco” e assegnando automaticamente a chiunque fuori dal proprio gruppo il ruolo di “nemico” da combattere ferocemente. La conseguenza di un tale atteggiamento è che l’animalista impegnato si trasforma in un fondamentalista, il cui credo, pur non essendo una religione dettata da Dio, diventa altrettanto integrale e indiscutibile. […] Il loro motto potrebbe essere «con noi o contro di noi», e quindi chiunque non appoggi le loro scelte estreme diventa un obiettivo da colpire».

Particolarmente eloquente è la citazione, pienamente condivisa dal dottor Campli, di un utente intervenuto su un newsgroup: «Il vegano ha chiaramente dei problemi […]. I vegani sono aggressivi, respingono il “diverso”. Sono come i negri con le collanone dorate, usano la scusa della diversità e del razzismo per sfogare la loro rabbia, finendo con l’essere loro stessi i veri razzisti […]» [6].

Dopo una tale surreale rappresentazione dell’attivista per gli animali, nessuno sarebbe disposto a dare la pur minima credibilità a chiunque sostenga di battersi per i diritti animali. È interessante infine constatare che lo stesso dottor Campli, paradossalmente, afferma: «le persone “buone e caritatevoli” che si battono per un maggior rispetto verso gli animali preferiscono, invece che motivare intelligentemente le loro scelte, attaccare rabbiosamente e personalmente i loro interlocutori» [6]. Evidentemente il dottor Campli pensa ciò ignorando che sono proprio le sue parole a scaturire da violenza, rabbia e paura anche, sintomatici di ogni atteggiamento discriminante verso il “diverso” – diverso nel colore della pelle, nel sesso o, in questo caso, nel modo di pensare.

Sperimentazione sugli animali: le ragioni etiche… dove sono?

Le argomentazioni etiche del dottor Campli per sostenere l’uso degli animali nella ricerca medica sono ben esposte nell’articolo Sperimentazione sugli animali: le ragioni etiche [7]. Qui il dottor Campli parte dal presupposto che la SA sia un metodo scientificamente valido: une tesi non da tutti i ricercatori condivisa e che, personalmente, non condivido del tutto. Tuttavia, in questo articolo accoglierò questo stesso assunto così da evitare fuorvianti accuse di ignoranza e simili e, al contempo, lasciando al dottor Campli la completa libertà di muovere le sue tesi da una posizione favorevole. L’intento di questo mio articolo infatti non è analizzare l’aspetto scientifico della questione, ma indagare sui risvolti etici del percorso proposto dallo stesso dottor Campli. Le sue argomentazioni iniziali svolgono un ruolo centrale nelle sue riflessioni:

Da quando l’uomo ha fatto la sua comparsa sulla faccia della Terra, l’umanità ha sempre fatto un uso strumentale dell’ambiente. È un fatto che rientra nell’ordine naturale delle cose, e che ci accomuna a qualsiasi altra specie vivente: ogni essere vivente ne “sfrutta” altri per sopravvivere, dal lupo che sbrana l’agnello per cibare i suoi piccoli alla salvia che approfitta degli insetti per assicurarsi l’impollinazione. Il semplice fatto di essere vivi significa sempre esserlo a spese di qualcun altro, dal momento che la vita si nutre di altra vita, e non solo in senso letterale.

Il punto di partenza delle riflessioni del dottor Campli verte dunque sulla considerazione che la specie umana, come le altre specie animali e vegetali del pianeta, da sempre abbia fatto un «uso strumentale dell’ambiente» e «sfrutta» le altre specie per il proprio vantaggio. Questa definizione della natura umana appare però piuttosto pretestuosa.

L’uomo delle origini viveva prevalentemente di raccolta e, solo successivamente, iniziò a dedicarsi ad un’attività di caccia sistematica. Possiamo davvero assimilare questo primordiale stile di vita ad un «uso strumentale dell’ambiente»? O, in altre parole, possiamo definire questo primordiale stile di vita come uno stile di vita in cui l’ambiente «ha funzione, esclusiva o prevalente, di strumento, che è usato come strumento» [8]? Inoltre, possiamo davvero affermare che l’uomo sfruttava altri esseri viventi? In definitiva: cogliere una mela da un albero significa fare un uso strumentale della pianta? Uccidere un animale durante una battuta di caccia significa sfruttarlo?

Molti autori oggi concordano nel ritenere che solo con l’inizio dell’agricoltura, risalente a circa 10.000 anni fa (un’epoca piuttosto recente considerando che l’origine dell’Homo sapiens risale a circa 200.000 anni fa), l’uomo abbia iniziato a dedicarsi metodicamente ad un’attività propriamente strumentale dell’ambiente naturale, modificandone profondamente l’aspetto e usandolo come mezzo produttivo per il proprio vantaggio. Nello stesso periodo si sviluppa anche l’allevamento, una pratica basata sullo sfruttamento – in senso letterale – degli animali, in cui l’uomo ne controllava ogni processo fondamentale della vita – dalla nascita, alla riproduzione, fino alla morte [9].

Dunque, in un’ottica riveduta e corretta, si potrebbe affermare, più verosimilmente, che solo con l’avvio dell’agricoltura e dell’allevamento l’uomo ha iniziato a fare un uso strumentale dell’ambiente e a sfruttare le altre specie. Dopotutto, il presente stesso che viviamo testimonia la ferocia con cui l’essere umano sta distruggendo il pianeta e infierendo sulle altre creature terrestri. Tuttavia, il perdurare da lungo tempo di una pratica non ne fornisce conseguentemente una sua legittimità morale. Semplicemente, si constata un’evidenza, non la sua giustificazione etica.

Il dottor Campli pare inoltre dimenticare che la violenza non esiste solo a livello interspecifico ma anche intraspecifico. Sebbene anche in questo caso sia fuorviante ritenere l’essere umano un animale votato per natura alla distruttività [10], anche la violenza intraumana, nelle sue forme più essenziali, ha origini primordiali, e almeno a partire dalle prime città-stato dell’antichità l’uomo si è costantemente impegnato in guerre sanguinarie, genocidi, stragi in massa e violenze di ogni genere sui suoi conspecifici. Ma questa evidenza rende la violenza intraumana praticata oggi più accettabile? Evidentemente no.

Questo perchè l’essere umano è dotato di una facoltà centrale particolarmente sviluppata rispetto agli altri animali: non l’intelligenza, come il dottor Campli sembra credere [11], poichè tutti gli animali sono dotati di sofisticate capacità intellettive, ma la riflessione morale sulle proprie azioni. L’uomo civilizzato reputa la violenza intraumana riprovevole poichè ritiene che sia inaccettabile per il suo senso etico, una risoluzione che rimarrebbe invariata anche se venisse dimostrato un carattere di naturalità di tale violenza. Coerentemente, pertanto, anche una supposta naturalità della violenza interspecifica dell’essere umano non sarebbe sufficiente a renderla conseguentemente accettabile.

Questa apologia della presunta naturalità della violenza umana interspecifica viene meglio definita da quanto il dottor Campli scrive subito dopo:

[In natura] riescono a sopravvivere e a riprodursi quelli che si adattano meglio all’ambiente, i più forti che riescono a sopraffare i più deboli […]. Non esiste una argomentazione che non faccia riferimento a questa legge per giustificare l’esistenza in vita di qualsiasi pianta o animale, uomo compreso. In natura nessun predatore “rispetta” le specie che preda; la forza bruta, o l’astuzia e l’inganno sono mezzi leciti per assicurare il successo biologico di una specie, e non c’è modo di temperare questa realtà con la mediazione della cultura o dei sentimenti.

Ed è in questo passo che con sincera spontaneità emerge chiara la vera e unica ragione che permette all’essere umano di sfruttare il restante mondo animale. Non un dubbio concetto di naturalità della violenza come il dottor Campli pretende di sostenere. È solo grazie alla legge del più forte, all’uso della forza bruta, dell’astuzia e dell’inganno, che l’uomo può permettersi di abusare delle altre creature terrestri. Così come esemplificato «nelle più estreme teorie razziste: nel principio che la forza è la base del diritto» [12]. A questa necessaria premessa segue dunque una concitata celebrazione del dominio dispotico e assoluto dell’essere umano:

Grazie all’intelligenza, selezionata dall’evoluzione naturale come strumento per un migliore adattamento all’ambiente e per la sopravvivenza degli uomini, ci siamo affermati in un processo naturale come specie dominante su scala planetaria, ci siamo scrollati di dosso molti nemici, e abbiamo portato la nostra lotta per la sopravvivenza ad un livello molto più elevato del semplice “uccidere per sfamarsi”: le nostre risorse di vita restano sempre, però, gli animali, le piante, e il nostro ecosistema.

Ma anche qui l’ovvia constatazione della supremazia tirannica della specie umana non fornisce una risposta soddisfacente alla fondamentale domanda se, effettivamente, noi esseri umani abbiamo il diritto di esercitare tale supremazia sul resto del pianeta in generale e, nello specifico, sul resto del popolo animale.

In definitiva, il dottor Campli si limita all’esposizione di fatti oggettivi ed evidenti senza preoccuparsi di definirne una giustificazione morale, ma tuttavia ritenendoli moralmente giustificabili per il fatto stesso che si realizzano e deducendone una interpretazione in chiave naturale. Un tale atteggiamento è assai pericoloso poichè può condurre all’approvazione di qualsiasi atrocità semplicemente osservandone la realizzazione e riconducendo tale realizzazione ad una presunta origine naturale. Così potremmo, ad esempio, ritenere legittimo l’Olocausto in quanto oggettivo evento verificatosi nella storia umana e giustificandolo come un normale processo naturale basato sulla legge del più forte e su un’antica violenza intraspecifica.

Dopo tale capzioso proemio il dottor Campli può dunque concludere affermando con disinvoltura che:

[Non si può] mettere in dubbio la liceità dello sfruttamento degli animali, delle piante e delle altre risorse naturali per i nostri interessi poichè da questo punto di vista etico “usare” per i nostri scopi la natura è giustificato tanto per noi quanto per le altre specie. [NdR: Il corsivo è mio.]

Ma visti i presupposti teorici, questa affermazione non ha alcun senso moralmente valido, nonostante egli tenti di dargli una parvenza di credibilità e giustificazione etica. Tuttavia, questo epilogo è indispensabile come preambolo per un’accettazione incondizionata della SA. Il dottor Campli scrive infatti subito dopo:

Se dunque si condivide il punto di vista che sia lecito sfruttare con intelligenza e senso di responsabilità piante, animali e le altre risorse naturali per mangiare, per vestirsi, per difendersi, ecc., è altrettanto lecito sfruttare piante e animali per aumentare la conoscenza scientifica, e per riuscire a trovare mezzi migliori per curare i nostri simili e gli stessi animali e piante.

Questo è l’atteggiamento tipico di tutti i fanatici della SA classici. Essi non sono in grado di presentare una coerente giustificazione etica all’uso degli animali nella ricerca e, consapevoli (consciamente o inconsciamente) di ciò, il loro fiume di parole non è diretto a controbattere le argomentazioni antispecistiche, bensì è rivolto a persuadere il pubblico, cercando una loro facile approvazione.

Nella nostra società, come è evidente, la maggior parte delle persone trova normale e lecito lo sfruttamento e l’uccisione degli animali non umani per soddisfare gli interessi umani, anche i più futili, quale l’appagamento del palato. Ed è naturalmente facile indurre queste stesse persone a ritenere accettabile, per parallelo, anche il supplizio e l’uccisione di un animale per usi scientifici. È un modo per ottenere un arrendevole consenso abile ma anche subdolo, poichè si avvale del senso di colpa sollecitato nell’ascoltatore: «Uccidi animali solo per gustare le sue carni e vorresti forse opporti al loro onorevole uso per la giusta e necessaria ricerca medica?». A dimostrazione di ciò, per sottolineare l’importanza della SA, il dottor Campli aggiunge:

L’impiego degli animali nella ricerca scientifica non è altro che uno dei mezzi che la nostra specie ha a disposizione per assicurare la sopravvivenza degli individui. È un fatto evidente a chiunque che grazie al progresso delle conoscenze mediche si è verificato nel corso degli ultimi 150 anni un sostanziale miglioramento della qualità e della quantità della vita umana: la ricerca biomedica, perciò, è un mezzo diretto di sopravvivenza, né più né meno che l’uccisione della gazzella da parte del leone africano.

Tuttavia in questo passo è contenuta una sottile quanto accorta mistificazione argomentativa. Se si vuole considerare la ricerca biomedica «un mezzo diretto di sopravvivenza», questa non può però certo essere considerata un mezzo diretto di sopravvivenza primario (necessario) come lo è, citando il suggestivo esempio del dottor Campli, l’uccisione della gazzella da parte del leone: il nutrimento è infatti una necessità biologica fondamentale di ogni essere vivente e una delle condizioni primarie per la sopravvivenza di una specie.

Lo stesso non può certo dirsi della ricerca biomedica. Questa è un’attività piuttosto recente nella storia dell’essere umano e non ha giocato alcun ruolo di rilievo nel corso della sua evoluzione. Non risulta pertanto indispensabile ai fini della sopravvivenza della nostra specie nè di alcuna altra specie vivente: a dimostrazione di ciò, sul nostro pianeta vi sono ancora specie animali conservatesi per milioni di anni senza alcun contributo da parte della ricerca biomedica (veterinaria).

La ricerca biomedica può dunque essere considerata al limite solo un mezzo diretto di sopravvivenza secondario (utile ma non necessario). Pertanto, la pratica di questa attività, seppur sicuramente importante, non essendo necessaria alla sopravvivenza della nostra specie non può giustificare in alcun modo l’uso coercitivo e l’uccisione di esseri senzienti appartenenti ad altre specie. Questo non significa che la ricerca biomedica debba essere impedita, ma solo che debba essere esercitata senza l’uso coercitivo e l’uccisione di senzienti non umani, pur se questo dovesse limitare anche considerevolmente le conoscenze che vi si possano trarre e pur se questo dovesse comportare l’impossibilità di salvare un gran numero di vite umane. È semplicemente una questione di coerenza etica.

In verità, in questo passo, l’impiego degli animali non umani nella ricerca biomedica viene giustificato dal dottor Campli solo su presupposti  specistici postulando una scala morale di valori in cui gli interessi dell’essere umano sono posti all’apice e, al di sotto di questi, sono collocati gli interessi dell’intero restante popolo animale: solo con un simile assunto si può infatti ritenere lecito l’uso dell’animale non umano nella ricerca biomedica in quanto mezzo diretto di sopravvivenza secondario. Un assunto che, tuttavia, per poter essere accettato deve però prima essere dimostrato. Ciò che il dottor Campli non ha fatto. Nè ha tentato di fare, poichè tale assunto evidentemente riveste ai suoi occhi la forma di dogma, come appare evidente dal passo seguente:

Durante la nostra esistenza, noi tutti agiamo in base a delle scale di valori, ed è pacifico che per chiunque le priorità più importanti sono quelle relative a noi stessi, come individui e come specie. Questo non significa che gli animali non abbiano diritto ad una loro dignità […], ma la medicina pone al primo posto nella sua scala di priorità la lotta alla sofferenza dell’uomo, e solo dopo la lotta alla sofferenza degli animali. […] Anche l’ultimo degli uomini, il più miserevole, […] è comunque un membro della società umana, e vale più di qualunque cane, più di qualunque gatto, più di qualunque topo che la ricerca può aver sacrificato per ottenere il farmaco da somministrare a quel poveretto.

Qui il dottor Campli non fa altro che rendere finalmente manifesto il proprio pregiudizio specistico, così ciecamente radicato in lui tanto da non ravvisare alcuna necessità di una necessaria e ulteriore argomentazione: poichè l’essere umano (e conseguentemente qualsiasi attività umana, quale anche la medicina) erge gli interessi della propria specie, anche i più futili, al di sopra degli interessi anche fondamentali delle altre specie animali, tale comportamento è naturalmente lecito e giusto e certamente può giustificare anche l’inflizione di qualsiasi pena ad un animale rinchiuso in un laboratorio in vista di potenziali benefici a vantaggio dell’essere umano.

Certo egli presenta asserzioni convincenti e condivisibili per il lettore medio [13], che si vede presentare, da una parte, l’animalista esaltato, e dall’altra l’uomo di medicina compassionevole che si sacrifica per i suoi simili umani [14]. Tuttavia, anche qui manca una necessaria e argomentata risposta. Prima di poter considerare lecito e giusto un comportamento specista, dobbiamo infatti domandarci in base a quale ragione etica si può ritenere lecito e giusto un comportamento specista: un passaggio cognitivo che il dottor Campli ha semplicemente ignorato.

La sperimentazione sugli umani: lecita, necessaria e doverosa

Il passo seguente è fondamentale:

Quando si fa della ricerca biomedica, e ci si trova a fronteggiare lo sfruttamento o la sofferenza degli animali impiegati negli esperimenti, bisogna sempre ricordare che a fronte di quello sfruttamento c’è tutto il dolore di uomini malati che quella ricerca permetterà di risparmiare. […] [Per] chi è favorevole all’impiego degli animali nella ricerca […] i valori etici fanno riferimento da un punto di vista utilitaristico ad un bene superiore: per cui è eticamente corretto il sacrificio di un singolo per il vantaggio dei molti. Ove, naturalmente, il vantaggio dei molti sia significativamente superiore al sacrificio del singolo. Gli scienziati valutano che i benefici apportati dalla ricerca animale siano di gran lunga superiori al sacrificio degli animali.

Tralasciando che, ancora una volta, non viene fornita alcuna giustificazione etica alle proprie convinzioni, è interessante invece considerare i risvolti paradossali cui si giunge con tali argomentazioni. Il dottor Campli, come egli stesso afferma, ha una visione strettamente utilitaristica della vita: «è eticamente corretto il sacrificio di un singolo per il vantaggio dei molti». Questa risoluzione etica è chiaramente ingiusta poichè riduce il valore di un individuo alla sua utilità per gli interessi di altri individui e può giustificare un danno anche consistente compiuto su un individuo nella prospettiva di evitare danni anche trascurabili ad un numero maggiore di individui. L’individuo invece ha un valore autonomo, logicamente indipendente dalla sua utilità per altri.

Ma poniamo di condividere questo e gli altri assunti fin qui esposti dal dottor Campli, per cui la SA può essere ritenuta giustificabile in quanto:

1) è eticamente corretto il sacrificio di un singolo per il vantaggio dei molti;
2) le priorità più importanti sono quelle relative a noi stessi, come individui e come specie;
3) i benefici apportati dalla ricerca animale sono di gran lunga superiori al sacrificio degli animali impiegati.

Stabiliti questi tre postulati, dobbiamo ritenere lecito, anzi necessario e doveroso, che la ricerca biomedica integri la sperimentazione sugli animali non umani con la sperimentazione sugli esseri umani. E il dottor Campli non potrà che essere entusiasticamente d’accordo con questa risoluzione.

L’animale usato nella ricerca biomedica viene considerato dagli sperimentatori un “modello sperimentale” della specie umana e, come tale, naturalmente soggetto alla produzione di errori. Da ciò ne consegue che il modello ideale per le ricerche sull’essere umano può essere rappresentato solo dall’essere umano stesso. Tale modello permetterebbe di condurre ricerche con risultati significativamente superiori e qualunque sperimentatore su animali onesto può avallare questa considerazione. Da un punto di vista strettamente scientifico, pertanto, è indubbio che una ricerca altamente produttiva debba integrare la sperimentazione sugli animali non umani con la sperimentazione sugli esseri umani.

Qualcuno potrebbe però obiettare che la nostra condotta morale ci impedisca di sperimentare su esseri umani. Tuttavia, secondo i presupposti indicati dal dottor Campli, anche da un punto di vista etico la sperimentazione umana non solo risulterebbe lecita, ma addirittura necessaria e doverosa. Un criterio ideale per la scelta dei soggetti sperimentali umani potrebbe essere quello di usare la minoranza sociale rappresentata dai soggetti marginali (diseredati, carcerati, malati di mente e simili). Con un simile orientamento, e considerando che la sperimentazione su esseri umani è considerevolmente più produttiva rispetto alla sperimentazione sui soli animali non umani, le ricerche in laboratorio dovrebbero essere condotte anche su esseri umani, poichè:

1) è eticamente corretto il sacrificio di un singolo per il vantaggio dei molti: il sacrificio di una minoranza di soggetti umani è lecito nella prospettiva di contribuire ad alleviare le sofferenze o ad evitare la morte di un numero maggiore di esseri umani;
2) le priorità più importanti sono quelle relative a noi stessi, come individui e come specie: sia i singoli individui della moltitudine di coloro non appartenenti alla minoranza sociale dei soggetti marginali, sia la specie umana nel complesso, trarrebbero vantaggi superiori da una ricerca biomedica integrata con la sperimentazione sugli umani;
3) i benefici apportati dalla ricerca integrata con la sperimentazione umana sono di gran lunga superiori al sacrificio dei soggetti umani impiegati.

Chi ritiene indegna una simile conclusione su tali presupposti, dovrebbe egualmente rifiutare la liceità della SA. Chi invece voglia servirsi di tali presupposti per giustificare la SA rifiutando che gli stessi possano applicarsi per giustificare la sperimentazione umana, allora sta ragionando su evidenti pregiudizi di specie. Dopotutto, anche la «sete di conoscenza», così cara al dottor Campli [15], può essere meglio soddisfatta sperimentando su esseri umani. C’è bisogno di spiegare perchè maggiore conoscenza si traduce in migliori cure?

Conclusioni

Come si conclude questo scritto del dottor Campli? Dopo averci presentato la sua proposta “moderata e umana” – ma sapientemente mistificante – sull’uso degli animali in laboratorio [16], eccolo inveire istericamente contro gli attivisti per gli animali con accuse di ipocrisia, utopismo, sentimentalismo, fanatismo, stupidità, senza far mancare ordinarie divagazioni sulla sofferenza dei vegetali. Ed è qui che si rivelano le reali spinte motivazionali del dottor Campli. Le sue argomentazioni non sono ispirate da principi etici (o presunti tali): è solo l’accanimento contro gli attivisti per gli animali il vero movente di ogni parola del suo articolo. Natura, scienza, morale: sono solo un pretesto come un altro per criticare una scelta compassionevole e rispettosa della vita.

Per il dottor Campli, come per tutti i fanatici della SA, è intollerabile che il suo credo totalitario e viscerale nella SA venga disapprovato e ostacolato da dei “fanatici esaltati” che intendono difendere la vita di creature innocenti freddamente tormentate. E anche se per tutto l’articolo egli tenta di dare una parvenza di credibilità alle sue (pseudo)argomentazioni, nell’ultima parte emerge aperta e incontrollata tutta la sua ostilità verso gli attivisti per gli animali e i loro principi etici. Ciò che invece manca in questo scritto, dopo fiumi di parole, è proprio un’argomentazione logica e accettabile su presupposti etici: ciò che, dopotutto,  ci si aspetterebbe proprio di trovare in un articolo che fin dal titolo pretende di dimostrare le «ragioni etiche» della SA.

Invece vi si leggono solo pseudogiustificazioni derivate per contorte vie dalla constatazione di una realtà parziale e mitizzata, che nella sua violenza sul mondo animale non umano mostra al dottor Campli una implicita liceità di tale violenza. Tale interpretazione della realtà è una chiara testimonianza di una forma mentis ristretta e chiusa, che non riesce a vedere ciò che può esistere al di là del proprio muro mentale. Il dottor Campli è così assorto nelle sue convinzioni sulla legittimità della SA e dello sfruttamento illecito del mondo animale non umano da parte della specie umana da non riuscire nemmeno a concepire l’esistenza di un diverso modo di vedere, di un diverso modo di considerare gli animali – con rispetto e dignità –, da negare persino a se stesso qualunque tentativo di infrangere le proprie rassicuranti certezze specistiche.

L’intero scritto è infatti profondamente permeato da un dominante pregiudizio di specie. Un pregiudizio che lo stesso dottor Campli ha voluto concentrare nelle ultime righe, affermando concisamente: «per quanto riguarda chi scrive, il valore della sofferenza umana è maggiore di quello della sofferenza animale». E perchè mai?

Riccardo B.

 

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Ultima modifica: 12 gennaio 2014

Note:
1. URL: http://www.sci-med.it
2. Scienza e medicina, Contenuti [http://www.sci-med.it/data/contenuti.html].
3. Scienza e medicina, Mario Campli [http://www.sci-med.it/data/me/index.html].
4. Scienza e medicina, Sperimentazione sugli animali: le ragioni scientifiche [http://www.sci-med.it/data/articoli/Vivisezione_Scienza.html].
5. Nella comunicazione dialogica con la squalifica di status si fa scivolare l’attenzione dal contenuto del messaggio all’emittente stesso e al suo status inadeguato.
6. Scienza e medicina, Sperimentazione sugli animali: il dialogo impossibile tra ricercatori ed animalisti [http://www.sci-med.it/data/articoli/Vivisezione.html].
7. URL: http://www.sci-med.it/data/articoli/Vivisezione_Etica.html
8. Treccani.it: Strumentale.
9. Su questo tema si rimanda alla lettura di Jim Mason, Un mondo sbagliato.
10. Su questo tema si rimanda alla lettura di Erich Fromm, Anatomia della distruttività umana.
11. «Ciascun essere vivente ha saputo avvantaggiarsi dei mezzi messi a sua disposizione dalla Natura: la tigre usa le zanne e gli artigli, il cammello usa le gobbe e l’apparato renale, i fiori usano colori sgargianti e forme appariscenti, l’uomo usa la sua intelligenza, una caratteristica, questa, evolutasi naturalmente come qualsiasi altro strumento di sopravvivenza ed adattamento all’ambiente […].»
12. Isaac Bashevis Singer, Nemici. Una storia d’amore: «Nel loro comportamento verso le altre creature, tutti gli uomini sono nazisti. La mediocrità compiaciuta di sé con la quale l’uomo tratta le altre specie è esemplificata nelle più estreme teorie razziste, nel principio che la forza è la base del diritto».
13. Ciò risulta evidente in particolare quando afferma che: «Durante la nostra esistenza, noi tutti agiamo in base a delle scale di valori, ed è pacifico che per chiunque le priorità più importanti sono quelle relative a noi stessi, come individui e come specie». Questa asserzione mostra apertamente l’intenzione persuasiva rivolta solo al lettore medio, con cui si condividono gli stessi principi specistici: difatti, un antispecista non condividerebbe che, come specie, «le priorità più importanti sono quelle relative a noi stessi». Egli inoltre, affermando che tale principio è da tutti condiviso («per chiunque le priorità più importanti…»), fa anche uso di una asserzione falsa, non tenendo conto della comunità antispecista che, seppur in minoranza, non condivide questo assunto. Probabilmente egli ritiene gli antispecisti delle non-persone, quindi individui privi di qualsiasi tipo di considerazione nella natura della loro etica. In ogni caso, pur non volendo considerare la critica antispecista, l’affermazione secondo cui, come specie, «le priorità più importanti sono quelle relative a noi stessi», è anche poco verosimile, essendo riconducibile al cosiddetto specismo naturale, concetto molto controverso che identifica una presunta e naturale propensione verso il simile della propria specie e rivalità verso individui di altre specie.
14. Il dottor Campli scrive infatti: «Gli animalisti affermano che giustificare la sofferenza animale per combattere la sofferenza umana è sbagliato: chi si batte contro l’impiego degli animali nella ricerca biomedica mette perciò le sofferenze degli uomini e quelle degli animali sullo stesso piano, e valuta uomini e animali degni del medesimo rispetto e della medesima attenzione. Per chi invece è votato “istituzionalmente” alla difesa dei deboli e dei sofferenti (degli uomini deboli e sofferenti), anche l’ultimo degli uomini, il più miserevole, incapace di intendere e di volere, è comunque un membro della società umana, e vale più di qualunque cane, più di qualunque gatto, più di qualunque topo che la ricerca può aver sacrificato per ottenere il farmaco da somministrare a quel poveretto. Grazie alla sua intelligenza l’uomo si è sottratto ai meccanismi di selezione biologica, e ha elevato al rango di valori la solidarietà, la pietà, la compassione. Valori che gli animalisti vorrebbero estesi alle altre specie prima che ai propri simili». L’ultima affermazione è inoltre molto significativa: gli animalisti, secondo il dottor Campli,  vorrebbero estendere i valori della solidarietà, della pietà e della compassione alle altre specie prima che ai propri simili. Senza dubbio nel movimento animalista vi è una minoranza di fanatici che verosimilmente condivide entusiasticamente questa idea (un’idea, tra l’altro, di natura chiaramente specistica). Tuttavia, proprio in quanto questo gruppo rappresenta solo una minoranza di estremisti all’interno del più vasto movimento animalista, sarebbe errato, oltre che sciocco, voler considerare le sue idee come rappresentative dell’intero movimento. Il movimento di liberazione animale, lungi dal voler perpetuare una concezione gerarchica del mondo vivente o istituire inedite concezioni gerarchiche, mira semplicemente ad estendere agli animali non umani i diritti fondamentali oggi riconosciuti solo agli esseri umani. È quindi alquanto singolare che il dottor Campli, nonostante il suo «confronto ormai quasi trentennale con le tesi antivivisezioniste», non sia a conoscenza di quali siano i reali obiettivi del movimento animalista, ritenendone rappresentative le idee eccentriche di una minoranza di individui stravaganti. Sorge quindi naturale domandarsi se la sua affermazione nasca da una profonda ignoranza delle istanze del movimento animalista oppure, più semplicemente, da consapevole disonestà nel tentativo di guadagnarsi l’approvazione del lettore dipingendo gli attivisti per gli animali come individui fanatici.
15. «La sete di conoscenza è una caratteristica tipica dell’Uomo, e la Scienza è la più elevata ed elaborata forma di curiosità intellettuale della nostra specie, oltre che il principale motore dell’evoluzione materiale della nostra civiltà. Quello che differenzia l’efficacia delle cure di uno sciamano e quelle di un medico è esattamente la conoscenza di cui quest’ultimo dispone. C’è bisogno di spiegare perchè maggiore conoscenza si traduce in migliori cure?»
16. Il dottor Campli scrive infatti: «È sicuramente ingiusto infliggere sofferenza gratuita alle altre specie, quindi la sperimentazione animale è praticabile solo se ci si aspetta di ottenere dei risultati utili, e non per scopi futili, ed è necessario adoperarsi al massimo per ridurre o al limite abolire le sofferenze inutili». Ovviamente, il dottor Campli definisce una sofferenza “inutile” in senso specista, nello specifico identificando una sofferenza inflitta ad un senziente non umano che non conduca alla produzione di vantaggi di tipo conoscitivo/scientifico/terapeutico di qualche genere. E quale sperimentatore mai sarebbe così sciocco da affermare di star infliggendo sofferenze “inutili” agli animali in uno studio del tutto futile? Anche la ricerca più insignificante che implichi gravissime sofferenze agli animali verrà sempre presentata come uno studio autorevole e di grande valore per la conoscenza medica, il progresso scientifico e la salute umana.

 

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