La piaga dei bocconi avvelenati

di Riccardo B.

 

Il fenomeno dei bocconi avvelenati è tanto grave e diffuso quanto poco considerato e conosciuto. Si tratta di una pratica crudele con cui si provoca la morte di un animale tramite l’ingestione di un’esca (come una polpetta avvelenata). Benchè i dati noti siano estremamente scarsi, si può stimare che il fenomeno ogni anno coinvolga, da una parte all’altra d’Italia (con alcune regioni di spicco, tra cui Toscana, Umbria e Abruzzo), migliaia di animali selvatici, randagi e domestici. L’animale vittima dell’esca muore di una morte atroce: molti dei veleni usati per preparare le esche agiscono lasciando l’animale completamente lucido tra gli spasmi della sofferenza fino al sopraggiungere della morte.

In Italia, la detenzione e l’abbandono di bocconi avvelenati (comprese esche con metalli, vetri o plastiche) è un reato così come disposto dall’ordinanza del 18 dicembre 2008 [1]; l’avvelenamento di un animale è un reato del codice penale, ovvero uccisione di animali (legge 189/2004), punibile con la reclusione fino a 18 mesi; la distribuzione di sostanze velenose è un reato punibile con la reclusione fino a tre anni e una multa fino a 500 euro (art. 146 del Testo Unico delle Leggi Sanitarie).

Anche se i più sobbalzano quando vengono a conoscenza di simili tragedie, quella dei bocconi avvelenati è in realtà una pratica non molto diversa dalla caccia, dalla pesca o dalla macellazione, dove la vita dell’animale non ha alcun valore nel determinare il suo destino. Dopotutto, la maggior parte delle persone è completamente indifferente all’avvelenamento impietoso e sistematico di topi e ratti (probabilmente nell’ordine di milioni di individui) organizzato dai comuni di tutta Italia, una strage che non desta alcuna riflessione sull’enormità della sofferenza di queste sventurate creature.

Ricordo infine che in commercio vi sono repellenti per cani, gatti, topi, uccelli, insetti e altri animali che mantengono lontano l’animale evitando di ucciderlo, quali dissuasori sonici, strumenti ad ultrasuoni, spruzzatori d’acqua e altri (vedere ad esempio il sito Scaccianimali.it), molto più efficaci e sicuri dell’uso del veleno nonchè del tutto legali.

Motivazioni e vittime

I motivi che spingono all’uso dei bocconi avvelenati sono diversi. Nei centri abitati vengono usati per uccidere cani o gatti randagi, piccioni o altri animali liberi, perchè considerati fastidiosi o pericolosi, oppure per uccidere cani e gatti di proprietà a causa di dissidi tra vicini, vendette personali, intimidazioni criminose o semplice intolleranza per gli animali. Anche la forte concorrenza nella ricerca dei tartufi porta i tartufai ad uccidere il cane dei concorrenti, così come accade tra i cacciatori per rivalità, invidie e vendette.

In molte zone rurali il veleno è invece ancora considerato un normale strumento di controllo delle nascite per cani e gatti. Inoltre, nelle campagne, così come lungo i pascoli, i bocconi avvelenati vengono usati da allevatori e agricoltori per difendere gli animali allevati e le colture dagli animali selvatici, quali volpi, faine o donnole, ma anche cani vaganti e altri animali come lupi, orsi o aquile, sono considerati animali indesiderati.

Tuttavia, la strage principale avviene nel mondo venatorio: i bocconi avvelenati vengono usati per sterminare letteralmente i predatori selvatici in prossimità delle aree di ripopolamento e cattura e nei pressi delle aziende faunistico-venatorie. Nelle aree di ripopolamento e cattura si svolge la riproduzione di lepri o fagiani, che infine vengono catturati e immessi nelle aziende faunistico-venatorie (terreni privati adibiti alla caccia): uccidendo i predatori selvatici si evita pertanto che questi uccidano la selvaggina allevata.

Le vittime di questa strage nel mondo venatorio sono volpi, rapaci, corvidi, cani e gatti vaganti e altri animali. Questa realtà è documentata dalla casistica che registra un incremento di questi episodi criminali nel periodo che segue la chiusura della caccia, che coincide con la stagione riproduttiva e con la “preparazione del terreno” (intesa come eliminazione della fauna selvatica) in attesa delle nuove immissioni degli animali cacciabili.

Tutto ciò non deve stupire più di tanto, perchè fino alla fine degli anni Settanta nel mondo venatorio e agricolo l’uso di tagliole, trappole e veleni contro la fauna definita “nociva” era regolamentato dalle leggi, come pure erano in vendita manuali che descrivevano i tipi di sostanze venefiche e le loro modalità d’uso, con tanto di dettagliati consigli sul confezionamento, sulla disposizione strategica del boccone, ecc.

La pratica dei bocconi avvelenati in ambiente extraurbano ha inoltre gravi conseguenze sulla fauna generale locale, poichè il veleno rimane molto a lungo nei tessuti delle vittime, entrando così nella catena alimentare e stravolgendo l’equilibrio naturale, finendo per uccidere anche lupi, aquile e altri predatori che hanno proprio il ruolo di controllare il numero di quegli animali ritenuti “nocivi”. I veleni si disperdono anche nel suolo e nelle falde acquifere (la stricnina persiste in natura per diversi anni), provocando altre vittime.

Tipi di esche e veleni usati

Le esche usate possono assumere diverse forme, in relazione alla situazione specifica in cui si intende agire e al tipo di animale che si intende uccidere. Il boccone avvelenato classico è quello nella forma di una polpetta di carne arrotolata. Tuttavia, vengono usati anche altri cibi invitanti per l’animale, come pezzi di carne, prosciutto, salsiccia, formaggio, uova o pesce.

Ma l’esca può assumere anche forme meno sospette, come colli di pollo o palline da tennis. Nelle campagne e nei boschi vengono usate carcasse di animali (come vitelli) imbottite di veleno per attirare i predatori selvatici, o addirittura animali vivi, come fagiani o polli legati per le zampe e fissati in punti strategici, ai quali viene posizionato un involucro di sostanza tossica nella pelle del collo, poi richiusa con filo da cucito. Quest’ultimo espediente viene usato perchè un predatore, davanti ad un semplice boccone avvelenato, può mostrare diffidenza, mentre di fronte ad un animale vivo attacca subito al collo.

Anche i veleni scelti per imbottire i bocconi sono diversi. Spesso vengono usati prodotti chimici facilmente reperibili in commercio, come pesticidi, diserbanti, topicidi o anche semplici liquidi antigelo. In altri casi si usano prodotti di non facile reperimento, quali cianuro e stricnina, veleni molto potenti e dall’effetto devastante, la cui libera vendita è vietata dalla legge ma di cui esiste un vero e proprio mercato clandestino. Oltre alle sostanze velenose, per imbottire i bocconi vengono usati anche materiali di diverso tipo, come frammenti di vetro, spilli o spugne fritte.

Cosa fare se si rinviene un boccone sospetto

Se si rinviene un boccone sospetto occorre procedere nel modo seguente:
1) non annusare mai l’esca, poichè potrebbe contenere sostanze volatili altamente tossiche (come il cianuro);
2) avvertire gli organi di polizia;
3) prelevare con cautela l’esca facendo attenzione a non toccarla con le mani (usare guanti in lattice o sacchetti in plastica) e chiuderla in un contenitore a tenuta stagna, per consegnarla poi al servizio veterinario Asl del comune o agli organi di polizia accorsi;
4) accertarsi che nella zona non vi siano altri bocconi avvelenati.

Sintomi di avvelenamento

La velocità di azione del veleno e i sintomi variano a seconda del tipo di veleno, mentre la gravità dei sintomi, oltre che dal tipo di veleno, è determinata dalla dose assunta e dal peso dell’animale.

I veleni neurotropi iniziano a fare effetto dopo mezz’ora ed entro le due ore e i sintomi allarmanti che possono presentarsi (tutti o alcuni) sono: salivazione eccessiva, respiro difficoltoso, tremori muscolari, vomito, diarrea, incapacità di mantenere l’equilibrio, irrigidimento degli arti, crisi convulsive. Con questi veleni, data la rapidità con cui agiscono, è difficile riuscire a salvare l’animale, e le probabilità di successo dipendono solo dalla tempestività con cui si interviene.

I veleni emorragici (come il veleno per topi) iniziano invece a manifestare effetti dopo un paio di giorni, ma solitamente solo dopo quattro o cinque giorni i sintomi si mostrano con evidenza: debolezza, perdita dell’appetito, respirazione difficoltosa, perdita di sangue dal naso o dalla bocca, tosse; il vomito non è mai presente. Si tratta di sintomi con esordio lento e subdolo, e a volte, quando se ne capisce la natura, le condizioni dell’animale sono ormai troppo gravi.

Cosa fare in caso di avvelenamento

Se l’animale ha ingerito qualcosa di sospetto bisogna cercare di farlo vomitare subito. Anche quando l’animale presenta sintomi da intossicazione rapida (da veleni neurotropi) intervenire subito provocando il vomito in molti casi può salvare la vita all’animale. Per indurre il vomito possono essere usati farmaci emetici. In assenza di farmaci specifici, vi sono diversi modi per procurare il vomito:
– somministrazione orale di chiara d’uovo montata a neve unita ad acqua calda molto salata;
– somministrazione orale di acqua e sale: prendere un bicchiere d’acqua e aggiungere sale fino in quantità progressive mescolando, fino a quando sul fondo del bicchiere rimane sale non disciolto;
– somministrazione orale di acqua ossigenata nella dose di circa 1 ml per ogni kg di peso dell’animale.
In ogni caso, non somministrare mai latte, e non tentare di far vomitare l’animale mettendogli le dita in gola, perchè, oltre che essere un sistema poco efficace, l’animale potrebbe mordervi involontariamente, in particolare se ha tremori e contrazioni.

Per somministrare la soluzione ad un cane bisogna usare una siringa (senza ago), sollevare da un lato il labbro superiore dell’animale e appoggiare il beccuccio della siringa appena dietro i denti canini, dove in tutti i cani è presente uno spazio libero da denti. Nel caso di un gatto, invece, basta inserire il beccuccio della siringa forzatamente su un lato della bocca. Sia con un cane che con un gatto non bisogna occuparsi di tenere aperta la bocca, si deve invece mantenere la testa del soggetto leggermente sollevata. A questo punto premere lo stantuffo della siringa: la somministrazione dovrà avvenire con rapidità ma lasciando all’animale il tempo di deglutire, per evitare che una parte della soluzione raggiunga la trachea provocando tosse. Se con la prima dose non si riesce a provocare il vomito, si può ripetere una seconda somministrazione dopo 10-15 minuti.

Sia nel caso che si riesca a far vomitare l’animale, sia nel caso che non vi si riesca anche con il secondo tentativo, l’animale va portato subito in una clinica specializzata, mettendosi prima in contatto telefonico con il centro veterinario in modo da allertare il medico affinchè si renda immediatamente disponibile al momento dell’arrivo dell’animale. Negli orari di chiusura degli ambulatori e nei giorni festivi è in funzione, in molte città, un servizio di guardia medica presso le Asl veterinarie disponibile 24 ore su 24.

Nel caso invece nell’animale compaiano sintomi da intossicazione a tardo effetto (da veleni emorragici) è inutile tentare di provocare il vomito, ma occorre recarsi immediatamente in una clinica specializzata, sempre telefonando prima al centro veterinario per avvisare il medico.

In generale, cercare di mantenere il soggetto tranquillo ed evitare qualsiasi inutile stimolo sonoro o visivo che possa scatenare una crisi convulsiva.

Cosa fare dopo un caso di avvelenamento

Se si rinviene il corpo di un animale (domestico, randagio o selvatico) morto per sospetto avvelenamento bisogna portarlo dal proprio veterinario di fiducia oppure occorre avvertire il servizio veterinario Asl. In ogni caso non effettuare mai il seppellimento del corpo senza essersi prima accertati della causa di morte: il corpo seppellito di un animale avvelenato potrebbe fungere da esca e causare la morte di altri animali.

Se si è stati testimoni di un caso di avvelenamento di un animale è inoltre molto importante esporre una denuncia, anche se contro ignoti. Il problema dei bocconi avvelenati infatti fatica ad emergere e ad essere considerato nella giusta misura dalle varie istituzioni sociali proprio perchè, pur essendo un fenomeno molto diffuso e con un alto numero di vittime, i casi spesso non vengono segnalati. La denuncia e le informazioni fornite dai cittadini, inoltre, agevolano le autorità nella ricerca dei colpevoli e permettono di individuare le aree più a rischio. La denuncia deve contenere le prove dell’avvelenamento (allegando tutti i documenti veterinari) e può essere consegnata a qualsiasi organo di polizia. Il modello per la denuncia può essere scaricato direttamente dal sito del Ministero della Salute » qui.

Si ricorda inoltre che secondo la nuova normativa [1], i veterinari, in caso di sospetto avvelenamento, hanno l’obbligo di inoltrare una comunicazione a Sindaco e Asl e, in caso di decesso dell’animale, devono inviare il corpo e ogni altro campione utile all’istituto zooprofilattico, che ha l’obbligo di provvedere all’autopsia e alle analisi. In caso di avvelenamento confermato l’istituto zooprofilattico deve darne comunicazione anche all’autorità giudiziaria. I sindaci, anche in caso di sospetto avvelenamento, devono effettuare bonifiche e segnalare l’area interessata con opportuna cartellonistica.

Come difendere i propri animali

Sia in città che durante le passeggiate in campagna o nei boschi è sempre necessario tenere sotto controllo il proprio animale, facendo attenzione, per quanto possibile, che non ingerisca nulla che possa trovare in giro. Le zone maggiormente a rischio sono i terreni in prossimità delle aree di ripopolamento e cattura e nei pressi delle aziende faunistico-venatorie (in particolare nel periodo primaverile), i boschi frequentati per la raccolta di tartufi, i confini delle coltivazioni e le zone di pascolo, in città invece le zone più colpite sono i giardini pubblici e le aree frequentate da colonie feline. È buona norma inoltre portarsi sempre dietro l’occorrente nel caso si presentasse la necessità di far vomitare il cane.

L’ideale sarebbe educare il proprio cane a non raccogliere cibo da terra, anche se non è facile riuscirvi. Rivolgersi ad un addestratore di cani potrebbe in questo caso rivelarsi utile. In alternativa è più semplice ricorrere alla museruola, abituando l’animale al suo uso quanto prima se è ancora cucciolo, mentre per un cane adulto bisogna avere un po’ più di pazienza. Per abituare il cane alla museruola bisogna ricorrere ad una particolare tecnica che rende l’addestramento più semplice per noi e meno traumatico per il cane (maggiori info » qui). Evitate museruole troppo chiuse ma preferite modelli che lasciano maggiore libertà.

Riccardo B.

 

Se hai trovato questo articolo interessante, puoi ripubblicarlo sul tuo blog o su qualsiasi altro sito. Si chiede solamente la citazione dell’autore (Riccardo B.) e un link all’articolo stesso (in quanto gli articoli possono essere soggetti a modifiche e aggiornamenti). Per maggiori informazioni vai » qui.

Ultima modifica: 10 gennaio 2014

Note:
1. Norme sul divieto di utilizzo e di detenzione di esche o di bocconi avvelenati.

 

Salva

Annunci