Leggi a protezione dell’animale?

di Riccardo B.

 

Negli ultimi anni si sente sempre più spesso parlare di benessere animale, un termine abusato ma tuttavia poco chiaro e dal significato vago ma rassicurante. E le cosiddette leggi sul benessere animale vengono spesso evocate come garanzia di un trattamento adeguato e rispettoso della natura dell’animale. Ma chi stabilisce tali leggi? Non certo gli animali. Sono sempre gli sfruttatori.

E forse qualcuno rimarrà sorpreso nel sapere che le situazioni esasperate vissute dagli animali sfruttati nei moderni allevamenti zootecnici rappresentano condizioni riconosciute, approvate e stabilite proprio dalle leggi sul benessere animale. Tuttavia, è sufficiente consultare gli stessi testi di legge per constatare l’oggettiva legittimazione di forme di tortura che chiunque riterrebbe inaccettabili se praticate su esseri umani o anche sul proprio cane.

Nel nostro paese la “protezione” degli animali d’allevamento è regolamentata dal decreto legislativo n. 146/2001 [1] e da norme specifiche relative all’allevamento dei vitelli, dei suini e delle galline ovaiole. Il carattere ingannevole e falsamente rassicurante di tali leggi si rileva fin dalla forma con cui sono presentate. Si può infatti notare più volte come tali leggi dapprima stabiliscano la proibizione di una qualche forma di supplizio all’animale, ma nel passo successivo la stessa proibizione si trasforma in deroga, permettendo e approvando l’inflizione del medesimo supplizio poc’anzi condannato. Ad esempio, il decreto legislativo citato, al punto 7 dell’allegato, recita:

Libertà di movimento: la libertà di movimento propria dell’animale […] non deve essere limitata in modo tale da causargli inutili sofferenze o lesioni. Allorchè continuamente o regolarmente legato, incatenato o trattenuto, l’animale deve poter disporre di uno spazio adeguato alle sue esigenze fisiologiche ed etologiche, secondo l’esperienza acquisita e le conoscenze scientifiche.

Dunque possiamo vedere come dapprima si dichiara di assicurare una libertà di movimento che «non deve essere limitata» in modo tale da causare all’animale sofferenze (concetto che indica uno stato di afflizione fisico ma anche psichico). Subito dopo, però, vengono ammesse forme di immobilizzazione anche continuative: una condizione che evidentemente è incompatibile con qualsiasi concetto di libertà di movimento e che senza dubbio causa profonda sofferenza nell’animale. È inoltre arduo capire come un animale «continuamente o regolarmente legato, incatenato o trattenuto» possa «poter disporre di uno spazio adeguato alle sue esigenze etologiche»: questa affermazione è un affronto all’etologia e, prima ancora, al buon senso. Più avanti, al punto 20 dell’allegato, possiamo ancora leggere:

Non devono essere praticati l’allevamento naturale o artificiale o procedimenti di allevamento che provochino o possano provocare agli animali in questione sofferenze o lesioni. Questa disposizione non impedisce il ricorso a taluni procedimenti che possono causare sofferenze o ferite minime o momentanee o richiedere interventi che non causano lesioni durevoli […].

Anche in questo caso, la rassicurazione del garantire agli animali forme o tecniche di allevamento che non creino sofferenze o lesioni viene immediatamente dopo soppressa dalla rassicurazione del garantire agli allevatori forme o tecniche di allevamento che creino sofferenze o lesioni. O, più esattamente, come recita il testo, sofferenze o lesioni «minime o momentanee». Questa specificazione, definita dalla congiunzione disgiuntiva «o», che indica un’alternativa, non è irrilevante, poiché ammette:

1) Sofferenze minime ma non momentanee, dunque anche durevoli. Vivere in una situazione di costante sofferenza, seppur minima, è tuttavia fortemente in contrasto con qualsiasi condizione di benessere. Inoltre, quale scala di valore può stabilire con esattezza quando una sofferenza possa definirsi minima e quando massima? Senza dubbio possiamo distinguere con sufficiente attendibilità forme di sofferenze leggere e forme di sofferenze pesanti. Ma tra le une e le altre intercorre un’ampia gamma di sofferenze gradualmente intermedie che difficilmente possono essere valutate con precisione. Inoltre, una condizione o una pratica che crei sofferenza, come può essere valutata su un individuo di un’altra specie, quando la sofferenza fisica, e ancor di più quella psichica, sono stati che variano, anche in maniera considerevole, da un individuo all’altro anche all’interno della nostra stessa specie? Rimane pertanto il dubbio che, poiché l’animale sfruttato, pur essendo l’unico direttamente coinvolto, non ha voce in capitolo, una forma di sofferenza possa essere considerata dall’allevatore come una sofferenza minima pur non essendolo di fatto, giustificandone dunque una sua dilatazione nel tempo.

2) Sofferenze momentanee ma non minime, dunque anche estreme. Anche questa condizione è in evidente contrasto con il benessere dell’individuo. Non è chiaro inoltre quale periodo di tempo si possa ritenere “momentaneo”: tre secondi? Un’ora? Una giornata? O ancora oltre? Evidentemente il confinamento in assoluta immobilità delle scrofe gravide per diversi mesi è un caso ammesso da questa deroga come sofferenza grave ma “momentanea”.

La deroga ammette anche «interventi che non causano lesioni durevoli»: in altre parole, sono ammesse anche lesioni a danno dell’animale, purchè non permanenti. Tuttavia, nello stesso decreto, al punto 19 dell’allegato, si rendono consentite:

Mutilazioni e altre pratiche: […] la cauterizzazione dell’abbozzo corneale è ammessa al di sotto delle tre settimane di vita. Il taglio del becco deve essere effettuato nei primi giorni di vita con il solo uso di apparecchiature che riducano al minimo le sofferenze degli animali. La castrazione è consentita per mantenere la qualità dei prodotti e le pratiche tradizionali di produzione a condizione che tali operazioni siano effettuate prima del raggiungimento della maturità sessuale da personale qualificato, riducendo al minimo ogni sofferenza per gli animali.

La cauterizzazione dell’abbozzo corneale è la procedura usata sui giovani vitelli per bruciare le radici delle corna, solitamente con l’impiego di un ferro rovente: si tratta di una “sofferenza estrema ma momentanea”, che però produce una lesione permanente. Il taglio del becco e la castrazione sono anch’essi ammessi, «a condizione che tali operazioni siano effettuate […] riducendo al minimo ogni sofferenza per gli animali»: una formula mistificante che però non garantisce, ovviamente, che le sofferenze degli animali siano minime. Il taglio del becco viene effettuato nelle galline ovaiole il giorno dopo la nascita con una lama rovente a ghigliottina. Il becco è un organo ricco di terminazioni nervose e questa procedura è così dolorosa che alcuni pulcini muoiono per lo shock: si tratta di una “sofferenza estrema ma momentanea”, che però produce una lesione permanente. La castrazione invece è praticata sia nei bovini che nei suini, normalmente senza anestesia: si tratta di una “sofferenza estrema ma momentanea”, che però produce una lesione permanente.

In questo passo emerge anche con chiarezza quale sia la considerazione del benessere animale all’interno delle leggi: una sofferenza notevolmente intensa come l’estirpazione dei testicoli è giustificata «per mantenere la qualità dei prodotti e le pratiche tradizionali di produzione». L’animale, all’interno dell’allevamento, perde il suo valore di essere senziente e diventa un oggetto, un prodotto seriale, valutato in base alla qualità e lavorato con pratiche tradizionali di produzione.

In una nota aggiornativa del 2005 per il benessere negli allevamenti di suini [2] viene tuttavia sancito il divieto di ogni tipo di mutilazione su questi animali. Si legge infatti che

Sono vietate tutte le mutilazioni (operazioni che determinano la perdita di una parte sensibile del corpo o un’alterazione della struttura ossea), fatta eccezione di quelle effettuate per fini terapeutici, diagnostici o di identificazione.

Ma, non sorprendentemente, subito dopo leggiamo:

Tuttavia sono consentite:
a. La riduzione degli incisivi entro i primi 7 giorni di vita (che lasci una superficie liscia), mediante levigatura (preferibilmente) o troncatura e la riduzione delle zanne dei verri se necessaria per motivi di sicurezza.
b. Il mozzamento (taglio) di una parte della coda entro i primi 7 giorni di vita.
c. La castrazione dei suinetti maschi, destinati all’ingrasso, con metodi diversi dalla lacerazione dei tessuti, entro i primi 7 giorni di vita.
[…] Qualora la castrazione o il mozzamento della coda debbano essere praticati dopo il settimo giorno di vita del soggetto, devono essere eseguiti da un medico veterinario previo impiego di anestetici e la somministrazione prolungata di analgesici.

La pratica più diffusa per la riduzione degli incisivi è la troncatura, operazione più rapida ma che può causare la frantumazione dei denti e gravi infezioni. In questa parte viene anche reso evidente come operazioni estremamente dolorose, quali l’amputazione della coda e l’estirpazione dei testicoli, possano essere eseguite da personale non qualificato e senza anestesia, obbligatoria solo dopo il settimo giorno di vita dell’animale (ma normalmente questa operazione viene eseguita nei primissimi giorni successivi alla nascita). Una legge sul benessere animale, pertanto, ritiene superfluo l’uso di anestetici in casi di tale rilievo.

Quanto detto fin qui dovrebbe essere sufficiente a chiarire come le leggi sul benessere che regolano il trattamento degli animali allevati a fini alimentari siano del tutto prive di qualsiasi anche elementare valutazione etologica. E se i principi dell’etologia sono presi in considerazione, vengono stravolti e deformati fino ad assumere la forma di una perversa giustificazione di qualsiasi abuso possa essere compiuto all’interno di un allevamento. Il passo seguente, tratto da una nota aggiornativa del 2006 per il benessere negli allevamenti di vitelli [3], è esemplificativo:

Studi sul comportamento hanno dimostrato che, in natura, per i primi due mesi di vita i vitelli trascorrono il tempo isolati dal resto della mandria, mentre successivamente hanno la necessità di stabilire rapporti con i propri consimili. Per tale motivo il legislatore comunitario ha consentito l’allevamento in box singolo sino alle otto settimane di vita […].

In verità, come ci suggerisce anche il nostro buon senso, ciò che avviene in natura è ben diverso. Benchè nei primissimi mesi il piccolo vitello senta meno la necessità di interagire con gli altri individui del gruppo, ha tuttavia un intenso bisogno (fisico ed emotivo) della compagnia e protezione della madre – come d’altronde avviene in tutti i mammiferi, essere umano compreso.

Negli allevamenti, invece, entro 48 ore dalla nascita, il vitello viene brutalmente allontanato dalla madre – per evitare che consumi il prezioso latte destinato al mercato – e quindi rinchiuso per ben due lunghi mesi (ovvero per un terzo della propria esistenza prima di finire al mattatoio) in un box di legno individuale e legato con una catena: questo trattamento crudele, secondo le leggi sul benessere animale, è una pratica consentita poiché rispecchierebbe correttamente il comportamento naturale dei piccoli vitelli.

Quelle viste fin qui sono solo alcune delle leggi che dovrebbero tutelare gli animali allevati per il consumo alimentare e garantire loro il massimo benessere all’interno delle strutture in cui sono detenuti. Sono le leggi che gli allevatori sbandierano sotto l’etichetta evocativa di leggi sul benessere animale. Sono le leggi che permettono al consumatore di portare a tavola senza angosce i prodotti dello sfruttamento animale, prodotti gravidi di infinita sofferenza, nella convinzione che una legge (approvata da studiosi, legislatori, “onesti” allevatori e, sovente, ad ancor maggiore garanzia, anche da associazioni animaliste) possa garantire una vita felice all’animale sfruttato. Eppure, queste leggi ammettono sofferenze indicibili, amputazioni, castrazioni, isolamento totale e altre innumerevoli brutalità. E non evitano la morte di queste creature in un lurido macello.

Ciò che forse dovremmo allora domandarci è: queste leggi garantiscono davvero una protezione all’animale? Oppure sono leggi atte solo a garantire la protezione della nostra coscienza umana nel cibarci di animali vissuti nel terrore e ai quali abbiamo strappato via la vita per sempre?

Riccardo B.

 

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Ultima modifica: 10 gennaio 2014

Note:
1. Attuazione della direttiva 98/58/CE relativa alla protezione degli animali negli allevamenti.
2. Ministero della Salute, Procedure per il controllo del benessere animale negli allevamenti di suini.
3. Ministero della Salute,Nota esplicativa sulle procedure per il controllo del benessere animale negli allevamenti di vitelli.

 

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