Un mare di sofferenza

di Riccardo B.

 

La distanza emotiva che divide l’animale umano dagli altri animali è più che mai evidente nel caso dei pesci. Non infrequentemente, persino chi, spinto da compassione, rifiuta di nutrirsi delle carni degli animali terrestri, continua tuttavia a nutrirsi degli animali marini.

Se per gli altri animali allevati si parla spesso di (ipocrite) norme a tutela del loro benessere, nel caso dei pesci non vi è nessun riguardo per la loro sofferenza. Allo stesso modo, l’uccisione di questi animali non è preceduta da nessuna forma di stordimento, come previsto invece per gli altri animali allevati.

Queste splendide creature sono senza dubbio le più tormentate dall’oppressione della nostra specie: massacrate per la delizia del palato umano, uccise per divertimento con ami in acciaio che ne trapassano le carni, imprigionate a vita negli acquari pubblici in squallide vasche. Chi dice di amarle, le costringe in piccole prigioni di vetro per adornare un salotto.

Questo disprezzo per gli abitanti del mare nasce certamente dall’incapacità degli esseri umani di riconoscere in questi animali i segni dei patimenti: non urlano, non emettono versi di alcun tipo che possiamo codificare come manifestazione di dolore, pertanto crediamo che non vi sia sofferenza. Ma l’urlo, che noi abitanti del mondo in superficie usiamo per richiamare l’attenzione dei nostri simili in caso di pericolo, nel mondo sommerso delle acque, dove ogni suono è ovattato e ogni comunicazione vocale sarebbe impossibile, non avrebbe alcun senso di svilupparsi nelle creature del mare. Gli animali marini hanno sviluppato altre forme di comunicazione diverse dall’espressione vocale, in alcuni casi anche molto sofisticate: ma il fatto che non urlino quando provano sofferenza, non significa che effettivamente non provino sofferenza.

Il dolore nel pesce

Il dolore è un elemento fondamentale nel quadro delle strategie per la sopravvivenza, poiché una condizione di dolore sperimentata da un animale viene associata ad una situazione negativa da non ripetere. Pertanto, la capacità di sperimentare la sensazione del dolore è comune al mondo animale e sarebbe alquanto singolare che gli animali marini ne fossero sprovvisti.

Ricerche sull’anatomia e sulla fisiologia dei pesci dimostrano chiaramente che questi animali sono dotati di un sistema sensoriale nocicettivo, deputato alla rilevazione degli stimoli dolorosi. Gli studiosi hanno individuato aree cerebrali necessarie allo svolgimento dei processi nocicettivi [1], nonché la presenza di neuroni sensoriali atti al rilevamento degli stimoli dolorosi [2,3,4,5]. Lo studio sul sistema nervoso ha indicato un’effettiva funzione nocicettiva [6,7,8] e, come avviene in altri vertebrati, l’informazione nocicettiva viene trasmessa al cervello dalla periferia attraverso il tratto trigemino e il tratto spinotalamico [9].

Anche se alcuni studiosi sostengono che i pesci non provino dolore poiché privi della neocorteccia [10,11] – che negli esseri umani gioca un ruolo chiave nell’esperienza soggettiva del dolore –, è stato suggerito che parti del cervello diverse dalla neocorteccia possono aver sviluppato la capacità di generare stati emozionali, incluso il dolore, nei pesci [12], e alcuni ricercatori hanno effettivamente rilevato nel prosencefalo di alcuni pesci sotto stimolazione dolorosa un’attività elettrica differente da quella registrata in condizioni normali [13], un’evidenza a supporto della percezione nocicettiva nel pesce.

È stato inoltre dimostrato che i pesci, come gli altri animali vertebrati, inclusi gli esseri umani, hanno un sistema molto sviluppato che, in caso di gravi ferite o traumi fisici invalidanti, attenua il dolore tramite il rilascio di sostanze naturali simili agli oppiacei (encefaline ed endorfine), permettendo all’animale di reagire ad un’aggressione o fuggire [14,15,16,17,18,19,20,21,22,23,8]. Proprio la presenza di questo sistema dimostra la capacità dei pesci di provare dolore, poiché in caso contrario non avrebbe ragione di esistere.

L’azione di analgesici nel ridurre la risposta nocicettiva in un organismo rappresenta un’altra evidenza della possibilità di sperimentare dolore. Pesci rossi stimolati con scariche elettriche mostrano un nuoto agitato, ma la soglia per questa risposta aumenta se viene iniettata morfina [24]. Altri studi sono giunti a risultati simili [25,3,26]. Analogamente, antagonisti oppioidi riducono l’effetto degli analgesici [23] o la capacità naturale del pesce di reagire al dolore [27].

L’analisi comportamentale offre ulteriore sostegno all’ipotesi che i pesci posseggano sensibilità dolorifica. In un animale la sperimentazione di uno stimolo doloroso è accompagnata da una risposta di riflesso con una reazione di ritrazione dallo stimolo e, in pesci sottoposti a stimoli meccanici e termici nocivi, i ricercatori hanno osservato risposte di riflesso simili a quelle che si registrano nei mammiferi [4,5,8].

Un riflesso potrebbe però rappresentare solo una reazione fisiologica non accompagnata da una effettiva percezione del dolore.  Un’alterazione del normale comportamento rappresenta invece un segnale più attendibile per la valutazione di uno stato di sofferenza. Uno studio del Roslin Institute di Edimburgo del 2003 [3,26] ha valutato la risposta comportamentale di trote arcobaleno a cui erano stati iniettati sulle labbra acido acetico e veleno d’api. Per circa tre ore i pesci hanno mostrato un aumento della frequenza di respirazione e hanno rifiutato i pasti, inoltre i ricercatori hanno descritto comportamenti anomali quali sfregamento delle labbra sul fondo della vasca e contro il vetro (giudicati un tentativo di alleviare il dolore) e dondolio continuo (similmente a quanto si può osservare in animali fortemente stressati, come quelli usati nei circhi). La Royal Society (la principale associazione scientifica inglese) che ha pubblicato gli esiti della ricerca, ha riferito che queste risposte sono «assimilabili a quelle osservabili nei mammiferi più evoluti» e ha concluso affermando che «secondo i ricercatori, quanto riportato indica che i pesci possono avvertire il dolore» [28].

In un altro esperimento del 2009, pesci rossi con applicate piastrine termoconduttive sono stati sottoposti a temperature crescenti fino a scatenare una risposta di fuga, ed è stato osservato che, dopo la prova, i pesci che prima dell’esperimento avevano ricevuto iniezioni di morfina si comportavano normalmente, mentre gli altri agivano con comportamenti difensivi, indicando diffidenza [29]. Uno dei ricercatori ha concluso che «questo indica che i pesci percepiscono coscientemente la situazione del test come dolore e passano a comportamenti indicativi di essersi trovati in una esperienza avversa» [30].

Se, come si pensa, il dolore si è evoluto come un meccanismo protettivo per evitare lesioni, tale sensazione deve essere pertanto in grado di generare anche una risposta di evitamento negli individui che sono effettivamente in grado di percepire il dolore. Studi su pesci rossi hanno in effetti mostrato che questi animali sono in grado di imparare ad evitare stimoli nocivi come scariche elettriche [31,32], mentre in studi su altre specie, inclusi la comune carpa e il luccio, è stato osservato l’apprendimento nell’evitare l’amo nelle prove con canna da pesca [33,34,35,36].

La paura nel pesce

La paura svolge una funzione fondamentale per la sopravvivenza, attivando una reazione di allarme che permette agli animali di riconoscere minacce ambientali potenzialmente pericolose e reagire conseguentemente. Nei pesci sono state osservate diverse risposte comportamentali di fronte a stimoli potenzialmente pericolosi, quali reazioni di fuga con rapidi scatti [37,38,39] o con movimento irregolare [40,41] e immobilizzazione e affondamento in acqua [42,43], comportamenti inequivocabilmente identificabili con una condizione di paura.

In molte specie di pesci, inoltre, è stato osservato anche il rilascio di sostanze chimiche di allarme quando l’animale viene ferito. Queste sostanze agiscono come segnali di avvertimento per i conspecifici, che mostrano risposte comportamentali di paura associabili all’uscita di un predatore [44], quali movimenti rapidi sul fondo dell’acquario o nuotate improvvise verso nascondigli per poi rimanervi a lungo [45,46,47,42].

In uno studio del 1987 svolto all’Università di Utrecht venne osservato che in un pesce preso all’amo la condizione di paura è maggiore della condizione di dolore sperimentata dall’animale. I ricercatori notarono che carpe prese all’amo, fintanto che il filo veniva lasciato lento, mostravano solo segni di sofferenza. Quando invece il filo veniva teso, i pesci mostravano un comportamento definito spitgas, ovvero espellevano la miscela gassosa contenuta nella vescica natatoria (necessaria per regolare la profondità di immersione) e, quando il filo veniva nuovamente allentato, il pesce tendeva a cadere verso il fondo della vasca in quanto aveva espulso la maggior parte della miscela gassosa. I ricercatori successivamente osservarono che in vasche con l’aggiunta di feromoni (i mediatori chimici d’allarme emessi dalle carpe) i pesci reagivano nuovamente con lo spitgas, finendo poi ancora una volta sul fondo: dimostrazione che rese evidente come la reazione delle carpe all’amo teso era dovuta non al dolore provato, ma ad uno stato di paura.

In un’altra prova all’interno dello stesso studio, i ricercatori usarono stimoli elettrici per produrre stimoli dolorosi più precisi, e solo dopo alcuni minuti di esposizione le carpe cominciavano ad espellere il gas fino ad affondare. Valutando questo comportamento, i ricercatori osservarono che il ritardo intercorso tra lo stimolo doloroso e la risposta di spitgas indicava una serie di processi biochimici e fisiologici in atto associati alla paura. John Verheijen, responsabile della ricerca, concluse che «il dolore che deriva dall’essere agganciato all’amo contribuisce alla sofferenza del pesce meno della condizione di paura in cui il soggetto viene a trovarsi» [48].

Studi sull’apprendimento all’evitamento nei pesci hanno dimostrato non solo che una consistente gamma di comportamenti sono prodotti in risposta a stimoli di paura, ma anche che il comportamento osservato non è semplicemente una risposta di riflesso ma indica l’esistenza di un processo cognitivo che permette di sperimentare paura [39,49].

Conclusioni

L’insieme di queste conoscenze sui risultati ottenuti nei pesci rappresenta una chiara evidenza scientifica della capacità di questi animali di sperimentare dolore e paura. Già nel 1979, nel Medway Report – una relazione scientifica su caccia e pesca finanziata dalla RSPCA (Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals) – veniva affermato che:

se alcuni [vertebrati] provano dolore, questo suggerisce che tutti i vertebrati (inclusi i pesci), attraverso la mediazione di processi neurofarmacologici simili, possano provare sensazioni simili a un dolore più o meno intenso in risposta a stimoli nocivi. [50]

L’organo ufficiale consultivo del Ministero dell’agricoltura inglese, in un report del 1996 sulle condizioni dei pesci d’allevamento, osservò che i pesci rimossi dall’acqua «mostrano una risposta di massima emergenza». Questa reazione – veniva dichiarato – include:

cambiamenti nella frequenza cardiaca, aumento della produzione di adrenalina, noradrenalina e cortisolo e vigorose contrazioni muscolari. [Queste variazioni] spesso indicano paura nei pesci […]. L’evidenza che il temine dolore è applicabile ai pesci proviene da studi anatomici, fisiologici e comportamentali, i cui risultati sono molto simili a quelli degli studi compiuti su uccelli e mammiferi. Il fatto che i pesci siano animali a sangue freddo non significa che essi non possiedano un sistema nervoso che permetta di provare dolore e, anzi, un tale sistema è importante per preservare la vita e massimizzare l’idoneità biologica degli individui. I recettori, i circuiti neuronali e le sostanze specializzate nella trasmissione presenti nel sistema nocicettivo dei pesci sono estremamente simili a quelli presenti nei mammiferi. [51]

L’EFSA (European Food Safety Authority) in un dossier scientifico del 2009 sulle capacità mentali dei pesci, analogamente conclude che:

l’insieme dell’evidenza indica che alcune specie di pesci possiedono la capacità di provare dolore, [inoltre le] risposte dei pesci, di alcune specie e in determinate situazioni, suggeriscono che essi sono in grado di provare paura. [9]

Agli occhi e al cuore dell’uomo e della donna sensibili non è difficile rintracciare i segni della sofferenza in un pesce: preso all’amo, l’animale si contorce freneticamente, lotta nel tentativo di scappare, e, così facendo, dimostra di avere la volontà di sopravvivere. Finanche un bambino ancora non educato al dogma specistico umano è in grado di cogliere la sofferenza di un pesce. Tuttavia, l’uomo moderno ha bisogno di sottoporre queste creature alla sevizia razionale e premeditata all’interno dei laboratori di sperimentazione per poter ri-scoprire, in maniera tanto brutale, ciò che dall’alto della sua superbia non riesce più a scorgere.

Queste meravigliose creature, appartenenti ad un mondo magico e così lontano dal nostro, regolato da altre leggi fisiche, da altri ritmi, da tempi enormemente dilatati, dovrebbero essere lasciate lontane dalla mano feroce e insanguinata dell’essere umano. Invece, abbiamo intossicato il loro mondo fin sotto i fondali. Per soddisfare il nostro palato, stiamo distruggendo la vita marina ad un ritmo tale da negare a queste creature persino il tempo necessario alla riprocreazione. Svuotato il mare, continueremo a sterminarle nelle moderne “fabbriche del pesce” in veloce espansione. Quando l’uomo inizierà a sentire le loro urla di disperazione e i loro cupi lamenti dalle profondità del mare?

Riccardo B.

 

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Ultima modifica: 9 gennaio 2014

Note
1. Sneddon, Evolution of nociception in vertebrates: comparative analysis of lower vertebrates.
2. Sneddon, Anatomical and electrophysiological analysis of the trigeminal nerve in a teleost fish, Oncorhynchusmykiss.
3. Sneddon et al., Do fishes have nociceptors? Evidence for the evolution of a vertebrate sensory system.
4. Martin and Wickelgren, Sensory cells in the spinal cord of the sea lamprey.
5. Matthews and Wickelgren, Trigeminal sensory neurons of the sea lamprey.
6. Becerra et al., Structure of the tail fin in teleosts.
7. Turnbull et al., Gross, histological and scanning electron microscopic appearance of dorsal fin rot in farmed Atlantic salmon, Salmo salar L., parr.
8. Norwegian School of Veterinary Science, Nociception and Pain in Teleost Fish.
9. European Food Safety Authority, General approach to fish welfare and to the concept of sentience in fish.
10. Fisheries Society of the British Isles, Fish welfare. Briefing Paper 2.
11. Rose, The Neurobehavioral nature of fishes and the question of awareness and pain.
12. Huntingford et al., Current issues in fish welfare.
13. Dunlop and Laming, Mechanoreceptive and nociceptive responses in the central nervous system of goldfish (Carassius auratus) and trout (Oncorhynchus mykiss).
14. Dores and Joss, Immunological evidence for multiple forms of alpha-melanotrophin in the pars intermedia of the australian lungfish, Neoceratodus forsteri.
15. Dores et al., Detection of met – encephalin and leu – encephalin in the posterior pituitary of the holostean fish Amia calva.
16. Dores and Gorbman, Detection of Met-enkephalin and Leu-enkephalin in the brain of the hagfish, Eptatretus stouti, and the lamprey, Petromyzon marinus.
17. McDonald and Dores, Detection of Met-enkephalin in the CNS of the teleosts, Anguilla rostrata and Oncorhynchus kisutch.
18. Stevens, Opioid research in amphibians: an alternative pain model yielding insights on the evolution of opioid receptors.
19. Denzer and Laudien, Stress induced biosynthesis of a 31 kd-glycoprotein in goldfish brain.
20. Finger, Fish that taste with their feet: spinal sensory pathways in the sea robin, Prionotus carolinus.
21. Schulman et al., Enkephalin immunoreactivity in Golgi cells and mossy fibers of mammalian, avian, amphibian and teleost cerebellum.
22. Vecino et al., Distribution of enkephalin-like immunoreactivity in the central nervous system of the rainbow trout: an immunocytochemical study.
23. Simantov et al., Opioid peptide enkephalin: immunohistochemical mapping in rat central nervous system.
24. Jansen and Greene, Morphine metabolism and morphine tolerance in goldfish.
25. Chervova, Pain Sensitivity and Behavior of Fishes.
26. Sneddon and Braithwaite, Gentle M.J., Novel object test: Examining nociception and fear in the rainbow trout.
27. Ehrensing et al., Similar antagonism of morphine analgesia by MIF-1 and naloxone in Carassius auratus.
28. La Repubblica, Anche i pesci provano dolore ora la scienza può dimostrarlo.
29. Nordgreen et al., Thermonociception in fish: Effects of two different doses of morphine on thermal threshold and post-test behaviour in goldfish (Carassius auratus).
30. Purdue University, Fish may actually feel pain and react to it much like humans.
31. Portavella et al., The effects of telencephalic pallial lesions on spatial, temporal, and emotional learning in goldfish.
32. Portavella et al., Lesions of the medial pallium, but not of the lateral pallium, disrupt spaced-trial avoidance learning in goldfish (Carassius auratus).
33. Overmier and Hollis, The teleostean telencephalon in learning.
34. Overmier and Hollis, Fish in the think tank: learning, memory and integrated behaviour.
35. Beukema, Angling experiments with carp (Cyprinus carpio L.) II. Decreased catchability through one trial learning.
36. Beukema, Acquired hook avoidance in the pike Esox lucius L. fished with artificial and natural baits.
37. Domenici and Blake, The kinematics and performance of fish fast-start swimming.
38. Chandroo et al., Can fish suffer?: perspectives on sentience, pain, fear and stress.
39. Yue et al., Investigating fear in domestic rainbow trout, Oncorhynchus mykiss, using an avoidance learning task.
40. Cantalupo et al., Lateralization of predator-evasion response in a teleost fish (Girardinus falcatus).
41. Bisazza et al., Lateralization of detour behaviour in poeciliid fish: The effect of species, gender and sexual motivation.
42. Berejikian et al., Chemical alarm signals and complex hatchery rearing habitats affect antipredator behavior and survival of chinook salmon (Oncorhynchus tshawytscha) juveniles.
43. Berejikian et al., Innate and enhanced predator recognition in hatchery-reared chinook salmon.
44. Hamdani et al., Alarm reaction in the crucian carp is mediated by the medial bundle of the medial olfactory tract.
45. Smith, Alarm signals in fishes.
46. Lebedeva and Golovkina, Natural chemical signals in fish–their significance and some properties.
47. Brown and Smith, Conspecific skin extract elicits anti-predator behaviour in juvenile rainbow trout (Oncorhynchus mykiss).
48. New Scientist, Fear of fishing.
49. Yue et al., Investigating Fear in Rainbow Trout (Oncorhynchus mykiss) Using the Conditioned-Suppression Paradigm.
50. Medway et. al., Report of the Panel of Enquiry Into Shooting and Angling, pag. 10, paragraph 57.
51. Farm Animal Welfare Council, Report on the Welfare of Farmed Fish.

 

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