Perchè sono vegano: una storia comune

di Riccardo B.

 

In queste righe vorrei provare a spiegare cosa mi ha spinto a diventare vegano, a chi vegano non è. Ma cosa significa esattamente essere vegani? Molti credono che essere vegani sia semplicemente una questione di dieta, ma non è così. Essere vegani significa molto di più. Un vegano è una persona che abbraccia una filosofia di vita basata sul rifiuto di ogni forma di sfruttamento degli animali. Questo, nella pratica quotidiana, si traduce nel rifiuto di consumare cibi animali, optando per una dieta vegana, ma comporta anche una serie di altre scelte di consumo diverse, evitando ad esempio l’acquisto di capi in pelliccia, saponi testati su animali, oggetti in avorio e così via. Un vegano evita inoltre la pratica, la partecipazione e il sostegno ad attività che implicano un uso dell’animale o la sua uccisione, quali la sperimentazione sugli animali, caccia e pesca, il circo con animali, lo zoo e altre attività simili.

Essere vegani significa dunque fare una scelta che coinvolge l’intera esistenza personale. Una scelta che nasce da un modo diverso di guardare gli animali. La nostra società, infatti, ci educa, per così dire, a guardare gli animali come esseri incompleti, persuadendoci a considerarli, in un certo qual modo, esseri inferiori. Quando invece si vede nell’animale un individuo completo e finito, un nostro simile, allora, di conseguenza, anche le proprie scelte di vita cambiano. Spiegare come sono diventato vegano quindi significa spiegare come ho cambiato modo di guardare gli animali.

La mia non è una storia eccezionale. Non ci sono racconti di animali violentemente uccisi davanti ai miei occhi o roba del genere. La mia è invece una storia comune. Forse anche banale. Fin da piccolo, a casa, ho sempre avuto qualche gatto intorno, ma crescendo ho sviluppato un’allergia al pelo di gatto. Così, per diversi anni, se si escludono degli sventurati uccelli che mia madre teneva rinchiusi in gabbia, non ho più avuto animali in casa. Sentivo però in me un sempre più forte bisogno di avere una presenza animale vicina. Così, un giorno, mi sono deciso a recarmi al canile. Uscendone, poco dopo, con un cucciolo di qualche mese in braccio.

Non avendo mai avuto cani prima d’allora, l’interazione con questo cucciolo si è rivelata per me un’esperienza nuova e davvero entusiasmante. Non essendo più un ragazzino, ho anche vissuto la conoscenza di questa cagnolina in modo molto profondo. Fino a capire che i cani sono più simili all’essere umano di quanto pensassi, e in grado di provare sentimenti ed emozioni molto complessi. Questo modo di vedere un cane, o un gatto, non è da tutti facilmente comprensibile, ma quelle persone particolarmente sensibili ed empatiche che vivono con questi animali certamente condividono le inesprimibili sensazioni che solo a parole ho cercato di trasmettere.

Qualche mese dopo, girovagando su Internet, sono poi casualmente venuto a sapere dell’esistenza in Italia di una nota azienda, oggi chiusa, che allevava cani per venderli ai laboratori di sperimentazione. Questa cosa mi colpì davvero molto. Inizialmente credevo fosse un problema che riguardasse solo un numero insignificante di cani e si trattasse di una sorta di traffico illecito. Ma mi sbagliavo. Presto scoprii che, ogni anno, milioni di animali vengono sistematicamente sottoposti ad esperimenti di ogni genere nei laboratori di tutto il mondo.

Benchè la questione della sperimentazione sugli animali sia molto controversa, non si può tuttavia ignorare la sofferenza inflitta agli animali in tali esperimenti. Dentro di me, non avrei mai potuto accettare che il mio cane fosse sottoposto a simili sevizie. Giunsi così alla conclusione che anche gli altri animali rinchiusi nei laboratori hanno lo stesso diritto a non subire atrocità. Probabilmente, è stato a questo punto che il mio sguardo sugli animali è radicalmente mutato. Quando si guarda alla sofferenza di un animale, e la si vive dentro si sè, stiamo riconoscendo a noi stessi un senso di aperta empatia senza confine di specie.

Di lì a poco, questo nuovo modo di guardare gli animali, mi pose di fronte ad altre questioni. In particolare, mi sorprendevo stupito quando, dopo aver accarezzato il mio cane, mi sedessi a tavola per mangiare un altro animale  – o meglio, quel che di esso ne rimaneva.

Presto mi resi conto che questo diverso trattamento che riservavo a due animali, diversi solo nella specie di appartenenza, non era in alcun modo giustificabile. Mi resi conto che tra l’animale che vedevo steso sul divano leccandosi nella sua quiete e l’animale ucciso per la mia cena, non vi era alcuna differenza. L’unica differenza era dentro di me. Nel mio modo di considerarli diversamente. Ero io che non riuscivo a cogliere quanto questi animali fossero in realtà simili. Entrambi capaci di provare sentimenti ed emozioni molto sottili. Entrambi capaci di soffrire. Ed entrambi con lo stesso desiderio di vivere, e di vivere nella serenità. Nel giro di qualche mese decisi così di non mangiare più alcun tipo di carne.

Tuttavia, ancor prima di mettere in atto questa decisione, sentivo già dentro di me che era ugualmente sbagliato continuare a consumare latte e uova. In verità, non sapevo ancora bene quale fosse la vita di mucche e galline negli allevamenti – una vita, scoprii più tardi, ben poco felice. Non sapevo ancora del tragico destino dei vitelli di scarto uccisi a sei mesi di vita e dei pulcini maschi uccisi alla nascita. Non sapevo ancora che le stesse mucche e galline, dopo qualche anno di intenso sfruttamento, finissero anch’esse al macello. Non sapevo niente di tutto questo. Ma mi bastava sapere che per la mia tazza di latte e il mio uovo nel piatto c’erano animali che vivevano segregati dentro qualche capannone.

Animali che nessuno poteva davvero assicurarmi che venissero trattati “bene”. Certo, potevo ignorare questo fatto e dirmi che probabilmente gli animali vivevano decentemente, che ci sono leggi per il benessere animale a garanzia di un trattamento rispettoso, che acquistare uova da galline d’allevamento biologico avrebbe assicurato agli animali una vita serena, e darmi altre spiegazioni più o meno convincenti, ma… ma presto mi sarei reso conto che sarebbero state solo vuote giustificazioni per un mio capriccio di gola. L’unico modo che avevo per sentirmi libero da questi pensieri era smettere di sfruttare questi animali. Smettere di consumare il loro latte e le loro uova. È così che ho deciso di diventare vegano. Continuando poi, nel tempo, a modificare il mio pensiero e altre abitudini e scelte di vita.

Essere vegani non è un sacrificio, ma un intimo dovere che nasce da un nuovo senso di giustizia. Spesso forniamo a noi stessi molte giustificazioni per impedirci di muovere un primo passo verso un nuovo modo di guardare gli animali. Ci sentiamo più rasserenati nel continuare a credere che, dopotutto, non c’è niente di male nel far nascere, ingrassare e uccidere un maiale solo perchè possiamo gustarne le carni. Eppure, queste giustificazioni spesso testimoniano una tendenza opposta nel nostro profondo. Perchè dentro di noi sappiamo che la violenza rimane violenza anche oltre i confini di specie. E che la vittima non soffre di meno solo perchè appartiene ad una specie diversa dalla nostra.

Quando ci forniamo giustificazioni per perpetuare in noi un’immagine dell’animale quale essere incompleto, la cui condizione naturale è la sottomissione al potere dell’essere umano, credo che, forse, dovremmo cogliere l’occasione per riflettere più intimamente sulla condizione degli animali sfruttati dall’uomo, sul nostro senso di giustizia, e su quale sia il nostro rispetto per gli animali. Io credo che un sincero rispetto per gli animali, che provenga dal cuore e non solo dalle parole, non può non condurci verso un nuovo modo di guardare gli animali. Imponendoci l’obbligo morale di diventare vegani. Perché per diventare vegani non occorrono storie eccezionali.

Riccardo B.

 

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Ultima modifica: 6 marzo 2014

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