Nazisti e animalisti

di Riccardo B.

 

Un argomento, se così lo si vuol chiamare, spesso usato dai detrattori dell’animalismo, è quello della zoofilia nazista. Coloro che usano questo argomento dal carattere assiomatico, nel tentativo di screditare il pensiero antispecista e in evidente mancanza di argomenti logici e razionali, accostano il movimento animalista con l’ideologia nazista, con gli esponenti più noti del regime e, in particolare, con la massima figura rappresentativa del movimento nazista: Adolf Hitler.

La conclusione che si intenderebbe far emergere da questo surreale parallelo vorrebbe portare a credere che l’ideologia antispecista rappresenti una minaccia, che sia fondata su sentimenti antiumani, che miri all’estinzione della specie umana e altre amenità simili. Ma basterebbe sfogliare qualche testo di filosofia sui diritti animali (cosa che, evidentemente, i detrattori non hanno mai pensato di fare) per capire che il pensiero antispecista non è limitato ad una preoccupazione dei soli animali non umani, ma contempla una più ampia forma di rispetto verso la vita in generale, compresa la vita umana.

Il pensiero antispecista  diversamente da quanto sostengono nell’ignoranza i suoi detrattori  non intende porre l’uomo al livello dell’animale non umano così come oggi quest’ultimo viene generalmente considerato (ovvero come esseri incompleti e inferiori), ma mira ad elevare l’animale non umano al livello dell’uomo sul piano dei diritti fondamentali: il diritto alla libertà, il diritto alla serenità e il diritto alla vita. Esattamente il contrario di ciò che da sempre hanno fatto e continuano a fare i gruppi oppressivi di ogni epoca storica, ponendo l’uomo al livello dell’animale non umano dis-umanizzandolo per renderne più giustificabile e meno opprimente l’abuso, dal momento che la società umana ritiene gli altri animali privi di valore e dignità. Riconoscere invece un ruolo diverso, più dignitoso, all’animale non umano all’interno della nostra società significherebbe anche privare l’uomo di tali scusanti sociologiche di supporto.

Per lo più, i più accaniti sostenitori di queste mitologiche identificazioni tra animalisti e nazisti sono individui che dello sfruttamento animale ne hanno fatto la propria principale fonte di guadagno o, in altri casi, una insana passione. La farneticante iniziativa del Premio Hitler istituito da FederFauna, da conferire alle «personalità che si sono particolarmente distinte nell’animalismo» [1] (iniziativa orgogliosamente sostenuta da Giulia Corsini [2], membro del consiglio direttivo di Pro-Test Italia, e aspramente criticata sia dal presidente dell’ANPI di Bologna [3], sia da esponenti autorevoli della comunità ebraica italiana [4,5]), è significativamente rappresentativa dell’insistenza con cui la propaganda dei fanatici della crudeltà animale si serva di tali congetture.

Per rispondere a tali vaneggiamenti si potrebbe semplicemente replicare che non ha alcuna importanza se Hitler, come dicono, sia stato vegetariano: Stalin e molti altri dittatori sono stati dei regolari consumatori di carni. E dovremmo forse chiudere tutte le gallerie d’arte per via della passione di Hitler per la pittura? O dovremmo forse vietare che nei teatri venga suonato Wagner per via della passione di molti gerarchi nazisti per il grande compositore tedesco? Tuttavia, una ragionata confutazione basata su fatti ed evidenze storiche è nondimeno necessaria a fronte della frequenza con cui tali argomenti mistificatori vengono proposti e dell’effetto persuasivo che indubitabilmente rivelano nel pubblico._

Hitler era vegetariano [6]

Uno degli argomenti centrali della mitologia zoofila nazista è quello del vegetarianismo di Hitler, la cui intenzione è quella di suggerire un diretto legame con il pensiero antispecista e, in particolare, con il rifiuto del consumo di carni per motivi etici. Bisogna tuttavia osservare che il vegetarianismo non è sempre e solo motivato da motivi etici, e già in epoca nazista una ragione sostenuta e diffusa a difesa del vegetarianismo era quella di natura salutistica.

Hitler soffriva di disturbi digestivi e di occasionali dolori allo stomaco che lo avevano afflitto fin dall’adolescenza, ma anche di eccessiva flatulenza, una condizione che lo stressava terribilmente ed era fonte di forte imbarazzo. Per questi motivi egli cercò di eliminare le carni dalla sua alimentazione nel tentativo di curarsi, come scrisse in una lettera del 1911, «con una dieta a base di frutta e verdura». Per di più Hitler aveva una grande paura di contrarre il cancro (che aveva provocato la morte della madre) e riteneva che un’alimentazione a base di carni ne potesse favorire l’insorgenza.

Tuttavia, nonostante le sue intenzioni, Hitler non rinunciò mai completamente ai suoi piatti di carne preferiti, specialmente le salsicce bavaresi, i fegatini e la selvaggina farcita e arrostita. Dopotutto, nel quadro di un vegetarianismo salutistico quale era quello del dittatore tedesco, un consumo di carni saltuario o limitato solo ad alcune pietanze non è un evento niente affatto eccezionale. Solo in una scelta vegetariana di natura etica, in cui si riconosce nel pasto di carne non una pietanza, ma il corpo smembrato di un animale, il rifiuto di consumare carni è radicale, senza essere vissuto come una rinuncia ma bensì come un dovere morale. Questo evidentemente non era il caso di Hitler, la cui dieta dovrebbe essere definita più esattamente come semivegetariana.

Secondo lo storico Robert Payne, il mito del rigido vegetarianismo di Hitler fu soprattutto opera del ministro della propaganda della Germania nazista, Joseph Goebbels:

L’ascetismo giocò un ruolo importante nell’immagine che di sè Hitler diffondeva nell’intera Germania. Secondo la leggenda, a cui molti danno credito, Hitler non fumava, non beveva, nè mangiava carne, nè aveva niente a che fare con le donne. Solo la prima cosa era vera. Beveva spesso birra e vino diluito, aveva una speciale passione per le salsicce bavaresi, e aveva un’amante, Eva Braun, che viveva tranquillamente con lui al Berghof. Ebbe anche altre storie discrete. Il suo ascetismo era un’invenzione di Goebbels per esaltare la sua totale dedizione, il suo autocontrollo, la distanza che lo separava dagli altri uomini. Con questa plateale dimostrazione di ascetismo, Hitler poteva rivendicare di essere completamente dedito al servizio del suo popolo.

Hitler sorride ad un neonato

Hitler sorride ad un neonato

In ogni caso, a ulteriore dimostrazione del suo disinteresse per la tragedia zootecnica degli animali, Hitler manifestò scarsa simpatia per la causa vegetariana: quando salì al potere nel 1933 bandì tutte le associazioni vegetariane, ne arrestò i dirigenti e chiuse le principali riviste sull’argomento pubblicate a Francoforte. La principale associazione vegetariana tedesca, la Vegetarier-Bund Deutschlands, fu soppressa durante il regime nazista e rifondata solo nel 1946 [7]. Durante la guerra inoltre Hitler bandì tutte le organizzazioni vegetariane nei territori occupati. Anche il fatto che non vi fu mai alcun tentativo da parte di Hitler di promuovere il vegetarianismo nelle mense pubbliche e militari è abbastanza significativo.

I nazisti amavano gli animali [6]

Un altro mito diffuso dai detrattori dell’animalismo riguarda il supposto superbo amore che il regime nazista, specie nelle sfere più alte del potere, avrebbe provato verso gli animali e in particolare verso i cani, sottintendendo in tal modo come la compassione per gli animali sia segno di degenerazione morale. Sebbene, in ogni caso, un sentimento di “amore per gli animali” non implica l’identificazione di una personalità con ideali animalisti  in quanto l’animalismo è basato sul rispetto per gli animali, un concetto ben diverso da un ambiguo “amore per gli animali” , un’analisi ragionata di questo mito si rivela tuttavia indispensabile.

Spesso si riferisce che Hitler fosse un grande amante della natura e degli animali, un’immagine che, analogamente all’esaltazione del vegetarianismo, deriva direttamente dall’opera di propaganda del regime. Nella Germania di allora l’amore per la natura e la benevolenza verso gli animali sembravano essere le caratteristiche di ogni brava persona e sarebbe stato alquanto strano che simili doti non facessero parte del corredo virtuoso pubblico di Hitler, descritto da Goebbels come un uomo «tanto semplice quanto buono», nonchè «amante dei bambini» [8].

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Hitler (a destra) esibisce orgoglioso Blondi in una posa d’addestramento

A supporto della vocazione zoofila di Hitler spesso si evidenzia come il dittatore avesse una forte passione per i cani, specialmente per i pastori tedeschi. Tuttavia, come osserva Fromm nella sua dettagliata analisi psicologica del dittatore tedesco, il suo rapporto con i cani così come con le donne non era basato sull’amore e il rispetto, ma era dominato da un controllo assoluto [9]. Analogamente, Ian Kershaw scrive che «anche con i suoi cani, così come con ogni essere umano con cui venisse a contatto, le relazioni erano sempre basate sulla subordinazione al suo dominio».

Lo storico tedesco Percy Ernst Schramm ricorda che un sottufficiale che si occupava dei cani di Hitler gli mostrò come questi obbedivano velocemente ai suoi comandi, e a tal proposito riferisce: «Ebbi l’impressione di osservare una macchina, non un cane, e mi domandai se, sottoponendo gli animali a quel tipo di addestramento, Hitler non fosse dominato dall’intenzione di estinguerne la volontà» [10].

La passione di Hitler e di altri capi nazisti per i (propri) cani è stata inoltre analizzata da Max Horkheimer e Theodor Adorno, secondo cui per certe personalità autoritarie l’ “amore per gli animali” è parte del proprio modo di intimidire gli altri: quando vogliono avere vicino animali domestici, scelgono sempre animali dall’aspetto intimidatorio, come alani e leoncini, per avere ulteriore potere attraverso il terrore che questi ispirano.

In generale, anche il pensiero di Hitler non sembra molto coerente con un’etica compassionevole e non-violenta antispecista. Hitler considerava la compassione come una qualità negativa, nutriva una radicale avversione per la filosofia vegetariana non-violenta e si faceva beffe di Gandhi. Egli era assolutamente convinto che il potere determina il diritto e la forza legittima il dominio.

Altre volte si ricorda anche che Heinrich Himmler, figura di spicco del Terzo Reich, fosse anch’egli un grande amante degli animali e un convinto oppositore della caccia. Tuttavia, secondo Fromm, che ha proposto anche una interessante analisi della personalità di Himmler, questi aspetti del suo comportamento erano solo una maschera per nascondere a se stesso e agli altri la sua mancanza di sensibilità e la sua fredda indifferenza:

Per negare la sua crudeltà e freddezza, doveva ostentare per forza gentilezza e interesse. Anche la sua avversione per la caccia, da lui definita sport per vigliacchi, non doveva essere molto profonda, dato che, in una delle sue lettere, propose di facilitare alle SS la caccia di animali grossi come premio per la loro buona condotta. Era amichevole con bambini e animali, ma anche qui mi sia consentito un certo scetticismo, dato che quell’uomo avrebbe fatto praticamente qualsiasi cosa per la carriera. [11]

Hermann Goering, maestro di caccia del Reich, posa con il corpo di un cervo appena ucciso

Un altro personaggio di spicco del partito nazista spesso citato dai detrattori dell’animalismo è Hermann Goering, definito «animalista convinto» [2], addirittura «uno dei più grandi animalisti della storia» [12]. Evidentemente, il fatto che Goering fosse Reichsjägermeister, ovvero maestro di caccia del Reich [13], fondatore della Deutschen Jager Verein (Associazione Tedesca Caccia) [14], e che addirittura avesse in mente di progettare la più grande riserva di caccia al mondo nella foresta di Białowieża [15], è un particolare del tutto irrilevante per i detrattori dell’animalismo.

I fanatici dello sfruttamento animale spesso sostengono anche che la legislazione nazista fu particolarmente attenta alla protezione degli animali. La questione della protezione legislativa degli animali sotto il regime nazista (e di come la retorica mistificatoria dei detrattori dell’animalismo se ne serva) è stata magistralmente analizzata da Elizabeth Hardouin-Fugier nel saggio Luc Ferry ou le rétablissement de l’ordre, ou l’humanisme contre l’égalité (di cui è disponibile una traduzione parziale in rete a cui si rimanda per approfondimenti: La protezione legislativa degli animali sotto il nazismo). 

Come nota l’autrice, è facile dimostrare che il regime di Hitler si impadronì della questione della tutela legislativa degli animali così come dell’insieme delle istituzioni civili, intellettuali e culturali tedesche, al fine di presentarsi come un fautore del progresso illuminato della nazione. Una lettura lucida delle leggi promulgate dal regime nazista in fatto di protezione degli animali evidenzia invece l’introduzione del criterio – allora inedito – dell’utilità della sofferenza inflitta agli animali: utilità considerata ovviamente ai fini degli interessi umani. «Lungi dall’essere eliminato dai nazisti» – scrive la Hardouin-Fugier – «l’antropocentrismo trae un riconoscimento ufficiale dalla legge [di protezione degli animali]: ormai è l’utilità dell’uomo che supera ogni altra considerazione.»

Hitler accarezza una bambina

Hitler accarezza una bambina

D’altra parte, bisogna osservare che il regime nazista non dimostrò mai un impegno volto a diffondere presso il proprio esercito un comportamento di compassione per gli animali, nonostante la vita militare fosse rigidamente controllata sotto ogni altro aspetto. Come è già stato osservato, non vi fu mai anche alcun tentativo di promuovere il vegetarianismo nelle mense militari: al contrario, il regime nazista riforniva il proprio personale militare con generose quantità di carni. Esemplificativo è il caso dell’enorme macello di Dresda, dove l’uccisione e la macellazione a ciclo continuo rifornivano le forze armate tedesche e le SS di abbondanti approvvigionamenti di carni servendosi degli animali spediti dai territori orientali conquistati: nella sola zona russa di Kursh i tedeschi prelevarono ben 280.000 bovini, 250.000 suini e 420.000 ovini che furono inviati a Dresda.

D’altronde, il consumo di pietanze a base di carni era considerato dai soldati uno dei piaceri più importanti nella loro quotidianità militare, come si evince dalle manifestazioni di soddisfazione che si ritrovano in diari e lettere del personale dei campi di sterminio. Ad esempio, Karl Kretschmer, capo del Sonderkommando A4,  in una lettera inviata alla moglie scrive, con entusiasmo: «Quando inizia l’inverno, abbiamo diritto a un’oca subito e a un’altra quando qualcuno se ne va in licenza. Ce ne sono più di duecento che starnazzano qua attorno, e altrettante mucche, vitelli, maiali, galline e tacchini. Viviamo come principi. Oggi, domenica, abbiamo mangiato oca arrosto. Stasera mangeremo piccione». E Eduard Wirths, medico capo ad Auschwitz, in una lettera alla moglie parla di un pranzo speciale per capi di sezione, con mezza anatra selvatica ciascuno [16].

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Uomini delle SS nel tempo libero durante la campagna di Russia (fonte: Getty Images)

Il completo disinteresse per la sofferenza animale si rifletteva e concretizzava anche all’interno delle strutture di eliminazione naziste. Sebbene lo scopo principale dei campi di sterminio tedeschi fosse l’eliminazione degli esseri umani, tali campi operavano in un più ampio contesto sociale di sfruttamento e uccisione degli animali non umani. Auschwitz possedeva un proprio macello e un proprio negozio di macelleria. Nella vasta area del complesso concentrazionario di Auschwitz, nei sottocampi di Harmense I, Harmense II e Babitz, furono inoltre istituite grandi aziende agricole in cui si praticava l’allevamento di polli, conigli, pesci e altri animali [17]. Sobibor e Treblinka disponevano entrambi di una stalla per bovini, un porcile e un pollaio, e a Treblinka era presente addirittura uno zoo. Per allietare le giornate del personale venivano organizzati anche spettacoli con animali: nel suo diario, un medico delle SS assegnato ad Auschwitz si rallegra per l’esibizione di «cani ballerini» e di «due galletti che cantavano a comando».

Il regime nazista non solo non promosse mai nessuna forma di rispetto per gli animali presso le truppe militari, ma per di più non condannò nè tentò mai di reprimere comportamenti di crudeltà su animali praticati dal proprio personale militare. Nonostante molti detrattori dell’animalismo insistino nel presentare i nazisti come grandi amanti dei cani, in realtà ai nazisti non piacevano tutti i cani, ma solo i loro cani. Come spiega Boria Sax, «un cane “ebreo” poteva essere preso a fucilate, ma un cane “tedesco” era trattato con tutti i riguardi». Quando i tedeschi invasero l’Austria uccisero tutti i cani che trovarono nelle case degli ebrei in quanto “cani ebrei”, e per la stessa ragione uccisero i cani incontrati nel ghetto di Varsavia. Non sempre era comunque necessario che i cani fossero “ebrei” perché venissero uccisi: durante l’occupazione di Rotterdam, se un cane abbaiava ad una pattuglia tedesca l’ufficiale in servizio lo uccideva immediatamente e ne arrestava il proprietario.

Il 15 febbraio 1942 venne inoltre approvata un’ordinanza che proibiva agli ebrei di possedere animali domestici, obbligando di fatto molti cittadini ebrei ad abbandonare i propri cani e gatti condannandoli al vagabondaggio. Victor Klemperer, un ebreo vissuto in Germania in epoca nazista, testimonia inoltre di come venne privato del diritto di versare una quota di sostegno per i gatti alla società per la protezione degli animali, poichè nella società «non c’era posto per le creature “perdute per la specie”, che vivevano con gli ebrei», e aggiunge:

In seguito, del resto, i nostri animali domestici, gatti, cani e perfino canarini, ci sono stati tolti e uccisi. Non si trattò di casi isolati, di sporadiche crudeltà, ma di interventi ufficiali e sistematici. È una delle crudeltà di cui nessun processo di Norimberga ha mai reso conto. [8]

Tuttavia, anche con i propri cani, il personale militare tedesco non sempre mostrava una grande premura: i cani ausiliari venivano addestrati ad aggredire i prigionieri usando fruste di cuoio (le stesse che poi venivano usate sui detenuti); inoltre, riferisce ancora Sax, «per estirpare ogni elemento di debolezza e gentilezza, ad alcuni membri delle SS fu imposto di allevare un pastore tedesco per dodici settimane e poi di strangolare il cucciolo sotto la supervisione di un ufficiale».

Oltre al già citato Goering, inoltre, la passione per la caccia era molto diffusa presso gli uomini del regime, e sparare agli animali nell’esercizio della pratica venatoria era un passatempo assai popolare tra i membri delle squadre operative e il personale dei campi di sterminio. In una lettera indirizzata alla famiglia a proposito di una battuta di caccia appena conclusa, Eduard Wirths racconta a sua moglie di aver sparato a sei anatre e di averne tenuta una per lei: «Tu, mia adorata, la riceverai domani» [16]. Nella raccolta delle conversazioni a tavola di Hitler si riferisce un episodio in cui lo stesso dittatore tedesco si intrattiene a discutere con un ufficiale del partito, suo ospite, da poco tornato da una partita di caccia [18]. È anche noto che Horst Schumann, medico nazista che condusse sperimentazioni sugli internati nel famigerato Block 10 del campo di Auschwitz, dopo la guerra riuscì a vivere nell’anonimato in Germania fino a quando la richiesta di una licenza per un fucile da caccia condusse alla sua identificazione [19].

Anche l’allevamento di animali era una passione diffusa presso alcuni esponenti del regime e uomini impiegati nei campi di sterminio. Himmler aveva studiato agraria e aveva esperienza nell’allevamento di polli, esperienza che favorì la sua ossessione per l’eugenetica e il miglioramento della razza umana. Jean Weiss, un ex-detenuto ebreo, racconta che Josef Kler, addetto alle iniezioni letali di fenolo ad Auschwitz, «aveva molta fretta, faceva le iniezioni a due prigionieri per volta perchè voleva tornare dai suoi conigli [che allevava per hobby]» [20]. Rudolf Hoss, comandante ad Auschwitz, aveva anch’egli una formazione agraria e, nella sua autobiografia, racconta come gli ambiziosi progetti di Himmler lo esaltavano: «Auschwitz sarebbe dovuto diventare il centro di ricerca agraria per i territori orientali. Si aprivano opportunità fino ad allora per noi sconosciute. … Ogni tipo di allevamento di bestiame da realizzare».

I nazisti erano contro la sperimentazione animale

Partendo dal presupposto precedente, ovvero che i nazisti “amavano gli animali”, i più ostinati fanatici della sperimentazione sugli animali sostengono che, in virtù di questa insana compassione di natura animalista, i medici delle SS si rifiutarono di sperimentare sugli animali non umani preferendo usare, per i loro esperimenti, soggetti umani, suggerendo così in tal modo una pericolosa perversione antiumana implicita nel pensiero antispecista.

In realtà, i medici nazisti decisero di usare esseri umani proprio perché profondamente persuasi del metodo sperimentale, fondato sull’uso meccanicistico della vita organica. Per cui, non appena ne ebbero la possibilità e la disponibilità, la loro coscienza obnubilata non oppose alcuna obiezione all’abuso medico-scientifico su quegli esseri umani considerati sub-umani: il dogma della sperimentazione sugli animali, inculcato, allora come oggi, durante gli studi universitari, presentò agli sperimentatori dell’epoca come del tutto naturale passare dalla sperimentazione sugli animali non umani alla sperimentazione sugli animali umani.

Si noti infatti che la sperimentazione sugli esseri umani non era praticata solo dai medici che lavoravano per il regime e presunti “amanti degli animali”, ma venne accettata e condotta anche al di fuori dell’apparato nazista.

La IG Farben, la più grande compagnia chimica tedesca dell’epoca – che aveva tra le società costitutive anche la Bayer – condusse molti esperimenti medici su esseri umani. I terribili esperimenti effettuati dai medici della IG Farben, insieme a molti altri crimini commessi dalla compagnia tedesca al servizio del partito nazista, furono rivelati dopo la fine della guerra durante i processi di Norimberga, nel processo noto come processo alla IG Farben.

Da passaggi di lettere appartenenti agli atti del processo, indirizzate dalla IG Farben alla direzione del campo di Auschwitz, si legge:

Per esperimenti con un nuovo sonnifero Vi saremmo grati se ci poteste fornire un certo numero di donne … Troviamo esagerato il prezzo di 200 marchi per donna. Vi proponiamo un prezzo massimo di 170 marchi. Ce ne servono circa 150. … Le 150 donne sono arrivate. Sebbene il loro stato di salute sia alquanto precario, abbiamo deciso di considerarlo sufficiente. Vi terremo informati in merito ai nostri esperimenti. … Gli esperimenti sono stati compiuti. Tutte le partecipanti sono decedute. Tra breve vi scriveremo in merito a una nuova fornitura. [21]

La IG Farben inoltre si rivolgeva spesso agli stessi medici di stanza ad Auschwitz per sperimentare sugli internati ebrei l’efficacia e la tolleranza di diversi farmaci non ancora in commercio. A volte, per somministrare alcuni farmaci, i medici iniettavano negli internati dosi di siero o di sangue infetti (di tifo, tubercolosi, difterite, ecc.) [22].

In ogni caso, la sperimentazione umana praticata nella Germania nazista non implicò l’abbandono degli esperimenti sugli animali non umani. Esistono molte prove che documentano come gli stessi medici nazisti conducessero esperimenti sia su animali che su esseri umani. Basti ricordare che Carl Clauberg, uno dei più importanti medici nazisti, impegnato in ricerche per la sterilizzazione di massa di esseri umani, in una lettera a Himmler scrisse di aver dimostrato la possibilità di sterilizzazione senza interventi chirurgici sulla base di esperimenti su animali, sollecitando per «procedere ai primi esperimenti su esseri umani». Nella stessa lettera, Clauberg raccomanda anche la realizzazione di un laboratorio per esperimenti su animali all’interno di Auschwitz per portare avanti complesse ricerche [23].

Tuttavia ciò non sembra scoraggiare i detrattori dell’animalismo dal diffondere la menzogna secondo cui il regime nazista, una volta salito al potere, emanò una legge con cui vennero vietati tutti gli esperimenti sugli animali: un altro mito che è stato anch’esso analizzato dalla Hardouin-Fugier nel saggio sopra citato, a cui nuovamente si rimanda per approfondimenti: La protezione legislativa degli animali sotto il nazismo.

Conclusioni

Nella foga di trovare surreali nessi tra nazisti e animalisti, accade che a questi impavidi salvatori dell’umanità sfugga quello che può scrivere proprio una rivista a loro dedicata. In un articolo apparso sul sito della rivista Diana  una pubblicazione specializzata sulla caccia  si parla non di Hitler, bensì di Benito Mussolini, il cui nome riecheggia ancora oggi cupo nella storia dell’Italia. Nell’articolo si rievoca la copertina di un numero uscito all’epoca,

mussolinidedicata a Benito Mussolini e alla frase da lui pronunciata davanti a settecento cacciatori provenienti da Bari per rendergli omaggio, preludio dell’altra, ben più numerosa … adunata che si terrà nel 1932 e [che] vedrà ben 15.000 cacciatori invadere Piazza Venezia … Il fascismo non poteva lasciarsi scappare l’occasione di prendere sotto la propria ala una attività come quella venatoria che vedeva portare avanti da chi la praticava sia un sano esercizio fisico … sia la preparazione all’uso delle armi, propedeutica ad un impiego militare già tristemente nei programmi. Intanto il Duce, dichiarandosi anch’esso appassionato dell’ars venandi [ovvero della caccia] ha soppiantato come primo cacciatore d’Italia la figura del Re nell’iconografia nazionale … [24]

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Iosif Stalin durante una battuta di caccia

Allo stesso modo, gli appassionati divulgatori del mito della zoofilia nazista sembrano stranamente ignorare che anche il dittatore russo Iosif Stalin, noto per le tragiche cosiddette “grandi purghe” e altri crimini umani di massa, si dedicava abitualmente alla caccia. E non sarebbe difficile trovare altri esempi simili nella storia sanguinaria dell’uomo. Dopotutto, ciò non stupisce più di tanto: come l’indagine clinico-criminologica moderna dimostra chiaramente, la crudeltà sugli animali è strettamente collegata alla crudeltà sugli esseri umani.

D’altra parte, tentare di accostare il movimento animalista all’ideologia nazista, oltre che dimostrare un vuoto argomentativo incolmabile, evidenzia anche uno scarso acume. Come scrisse Tom Regan già nel 1983 nel suo celebre saggio I diritti animali:

Essere «per gli animali» non significa essere «contro l’umanità». Esigere che gli altri trattino giustamente gli animali significa chiedere per essi nè più nè meno di quel che si chiede per qualsiasi essere umano: che siano trattati con giustizia. Il movimento per i diritti degli animali non solo non si oppone al movimento per i diritti umani, ma ne fa parte. Cercare di liquidarlo come antiumano significa fare della vuota retorica. [25]

Riccardo B.

 

Per una trattazione del pensiero di Hitler riguardo al vegetarianismo, la caccia, gli animali e l’antropocentrismo, si veda la serie di articoli Conversando di diritti animali con Hitler.

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Ultima modifica: 20 aprile 2015

Note:
1. FederFauna, ”Premio Hitler” per animalisti, il 24 a Bologna la conferenza stampa di presentazione.
2. FederFauna, Giulia Corsini: Premio Hitler – Come ridurre un periodo storico a tabù.
3. ANPI Bologna, Comunicato stampa sul premio Adolf Hitler.
4. La Repubblica, Federfauna celebra il premio Hitler contro gli animalisti. Pavoncello: Va impedito.
5. Globalist: Premio Hitler, la rabbia degli ex deportati: è uno sfregio alla memoria.
6. Dove non diversamente specificato, tutto il materiale di questo paragrafo è tratto da: Charles Patterson, Un’eterna Treblinka, Editori Riuniti, 2003.
7. International Vegetarian Union, Adolf Hitler (1889-1945).
8. Elizabeth Hardouin-Fugier, La protezione legislativa degli animali sotto il nazismo.
9. Erich Fromm, Anatomia della distruttività umana, Arnoldo Mondadori Editore, 1978, p. 508: «i suoi unici amici erano il cane e la donna, che non amava nè rispettava, ma che controllava completamente».
10. Fromm, Anatomia della distruttività umana, cit., pp. 525-526.
11. Fromm, Anatomia della distruttività umana, cit., p. 399.
12. A Favore della Sperimentazione Animale, post del 12 gennaio 2014 – 16:51.
13. Germania International, Hermann Göring.
14. Germania International, Hunting and Shooting in Germany.
15. Deutsche Welle, A look back: Bialowieza National Park.
16. Robert Jay Lifton, I medici nazisti, Rizzoli, 2002, p. 524.
17. Frediano Sessi, Auschwitz 1940-1945, Rizzoli, 1999, tabella IV/II, p. 284.
18. Hitler’s Table Talk 1941-1944, conversazione n. 56.
19. Lifton, I medici nazisti, cit., p. 371.
20. Lifton, I medici nazisti, cit., p. 341.
21. Hans Ruesch, Imperatrice nuda, Civis, 2005, pp. 275-276 [» edizione on-line].
22. Sessi, Auschwitz 1940-1945, cit., p. 274.
23. Lifton, I medici nazisti, cit., p. 359.
24. Diana, Diana n. 14.
25. Tom Regan, I diritti animali, Garzanti Editore, 1990, p. 20.

 

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