Animale Senz'altro

Conversando di diritti animali con Hitler pt. III: sugli animali

Conversando di diritti animali con Hitler pt. II: sulla caccia »»»

 

Nei due precedenti articoli ho discusso del mito zoofilo hitleriano relativamente alle questioni del vegetarianismo e della caccia, mettendo in luce come il rifiuto di Hitler del consumo di carni e la sua avversione per la pratica venatoria avevano in realtà ben poco a che fare con un genuino sentimento di compassione per gli animali. Resta tuttavia ancora da esaminare l’aspetto centrale professato dai predicatori del mito zoofilo hitleriano, ovvero il suo (presunto) fondamentale sentimento di amore per il mondo animale e in particolare per i cani, persuasivamente giustapposto dai detrattori dell’animalismo al suo altrettanto fondamentale sentimento di odio per il mondo umano e in particolare per gli ebrei. Anche in questo caso la raccolta delle sue conversazioni a tavola ci offre l’occasione per indagare su questo aspetto del leader del terzo Reich.

Nell’opera, in effetti, compare qualche storiella sui cani. Tra queste, la più interessante e particolareggiata è quella di Fuchsl, il piccolo randagio suo compagno durante il servizio militare al fronte negli anni della Prima Guerra Mondiale. Nel rievocare i momenti vissuti con questo cane, tra un aneddoto e l’altro, Hitler ricorda lo stretto legame che lo univa all’animale:

Ero incredibilmente affezionato alla bestia. Nessuno poteva toccarmi senza che Fuchsl diventasse immediatamente furioso. Egli non avrebbe seguito nessuno ad accezione di me. … Condividevo ogni cosa con lui. Quando veniva la sera, lui usava accovacciarsi accanto a me. … Quando ho lasciato il treno ad Harpsheim, all’improvviso mi sono accorto che il cane era sparito. … Ero disperato. [1]

Da queste parole, evidentemente traspare un sincero sentimento di affetto di Hitler per questo suo compagno non umano. Tuttavia, non sembra che questo slancio emotivo sia poi molto diverso dall’affetto che molti di coloro che hanno un cane, con cui riescono ad instaurare un genuino e profondo legame empatico, provano per il proprio amico o la propria amica scodinzolante. Anche la passione con cui Hitler narra delle vicende di Fuchsl è tipica di coloro che vivono con un cane, che spesso si lanciano in avvincenti storielle sul proprio beniamino.

Ma tutto ciò, per chi non è annebbiato da sentimenti di odio per chi ama un animale, non sembra essere un motivo sufficiente per temere che queste persone (compreso il sottoscritto) si trasformino, da un giorno all’altro, in pericolosi criminali assassini. Eppure, nella loro scollegata razionalità, questo è proprio ciò che sostengono i fanatici della crudeltà animale: Hitler amava i cani, per cui provare un sentimento di affetto per un cane (o un qualsiasi altro animale) sarebbe indizio di una minacciosa perversione antiumana.

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Come trattare gli altri e farseli amici (animalisti)

 

Ho già parlato del sentimento di ostilità che spesso viene manifestato da molti animalisti, a volte apertamente e a volte in modi meno riconoscibili, nella comunicazione con l’altro. In questo articolo vorrei invece, per così dire, entrare nel vivo della comunicazione e parlare del processo comunicativo che si instaura a livello personale, tra singoli soggetti, e di quale potrebbe essere un comportamento potenzialmente efficace. Come mio solito, non è mia intenzione fornire linee guida da manuale, ma vorrei solo proporre alcune mie riflessioni da semplice attivista.

Se qualcuno mi chiedesse un parere su come affrontare il dialogo con un non-animalista, il consiglio che sarei tentato di dare è: non affrontare il dialogo. Mi spiego meglio. In generale, l’interazione privata di un attivista con un altro soggetto è sempre una situazione molto delicata, poiché condotta avanzando argomentazioni dalle implicazioni morali coinvolgenti direttamente l’interlocutore e che, per quanto le nostre ragioni possano essere presentate in maniera dimessa e gentile, vengono comunque pur sempre avvertite dall’altro.

Questo è particolarmente vero quando l’oggetto della discussione riguarda consuetudini radicate nell’interlocutore, in particolare il consumo di carni. In questi casi, l’altro potrebbe facilmente sentirsi criticato e offeso: nessuno trova gradevole che le proprie abitudini consolidate, da sempre ritenute legittime e innocenti, si rivelino improvvisamente quali atti profondamente immorali. L’interlocutore potrebbe pertanto rispondere con una reazione di difesa e di conseguente chiusura mentale alle nostre argomentazioni.

Una situazione simile potrebbe verificarsi, pur se con minori tensioni, anche discutendo dell’immoralità di alcune pratiche che non coinvolgono direttamente l’interlocutore, come la sperimentazione sugli animali, lo sfruttamento degli animali nei circhi o la detenzione degli animali negli zoo. In questi casi, infatti, pur non muovendo una critica diretta verso l’altro, tuttavia se ne sta mettendo in discussione il radicato principio della superiorità della specie umana, la demolizione del quale è in grado di compromettere l’intera esistenza del più vasto sistema di credenze specistiche, producendo effetti per la psiche devastanti.

Il rapporto faccia-a-faccia (o monitor-a-monitor) con un altro soggetto è, dunque, a mio avviso, una situazione da condurre con la massima cautela, non sempre facile da gestire a causa del coinvolgimento del piano emotivo in entrambi i soggetti e dell’inevitabile influenza che questo ha nella relazione comunicativa. Nell’approccio indiretto o pubblico invece, come nota Katherine Perlo, la situazione è molto diversa e agevolata, perché «quando ci si rivolge ad un gruppo in maniera impersonale, come quando denunciamo certe pratiche sociali criticando opinioni consolidate, permettiamo ai nostri ascoltatori o lettori di riflettere in privato lasciando così intatta la loro autostima» [1]. In questo senso, dunque, attività di comunicazione efficaci cui dedicarsi potrebbero essere la partecipazione a banchetti informativi, manifestazioni e azioni pubbliche varie, la gestione personale di un blog, la partecipazione ad un sito web informativo, ecc.

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Individuare l’ostilità

 

Ho già parlato, in un altro articolo, dell’atteggiamento aggressivo manifestato da molti animalisti nella comunicazione con il pubblico e del sentimento di ostilità che ne è all’origine [» per saperne di più]. A volte, questo sentimento di ostilità è chiaramente evidente, mostrandosi apertamente con aspre critiche e insulti. Ma, in altri casi, risulta meno evidente e più difficile da cogliere nel proprio comportamento.

Molti animalisti, ad esempio, definiscono chi mangia carni come carnivoro. Mentre appellativi come assassino e mangiatore di cadaveri, anch’essi usati nello stesso senso, denotano chiaramente un profondo disprezzo e sono decisamente offensivi, carnivoro appare più equilibrato.

Tuttavia, anche l’uso dell’espressione carnivoro è spesso, anche se non sempre, impiegato dagli animalisti con un chiaro intento spregiativo, poiché il termine richiama un concetto (specista in quanto sprezzante dell’animalità) di “bestia selvaggia”, oppure di “barbaro”, “primitivo”, “uomo delle caverne” (e in questo caso è sprezzante della nostra originaria natura umana libera e a-specista). Anche quando si usa l’espressione carnivoro senza alcuna intenzione provocatoria, chi mangia carni potrebbe comunque coglierne una connotazione negativa e ritenerlo offensivo.

La definizione di carnivoro riferita all’essere umano è inoltre scientificamente inappropriata poiché, sotto l’aspetto zoologico, gli animali carnivori sono quegli animali che per la propria sopravvivenza dipendono necessariamente dalla carne. Parlare di carnivorismo in riferimento all’essere umano è quindi alquanto fuorviante, nonchè controproducente per la causa vegana.

Negli ultimi tempi, poi, in seguito alla pubblicazione di Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche, che ha diffuso il concetto inedito di carnismo, a volte viene usata anche l’espressione carnista, apparentemente più moderata. Ma, come ben spiega la stessa autrice Melanie Joy, bisognerebbe evitare l’uso di questa espressione, «perché le persone non-vegane non sono volutamente carniste e pertanto potrebbero trovare questo termine offensivo» [1], producendo quindi lo stesso effetto del termine carnivoro.

Usare l’espressione consumatore di carni come definizione dell’individuo in riferimento specifico alla questione alimentare, potrebbe essere, a mio parere, più appropriato. Analogamente a quanto si è detto sopra, anche il termine specista, usato per indicare il soggetto condizionato dall’ideologia dello specismo, può suonare offensivo, richiamando un’ovvia analogia con il termine razzista. In questo caso, riferirsi all’altro come non-animalista, o usando la più impersonale espressione soggetto specista, credo possa essere una valida alternativa.

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Conversando di diritti animali con Hitler pt. II: sulla caccia

Conversando di diritti animali con Hitler pt. I: sul vegetarianismo »»»

 

Nel precedente articolo introduttivo sul mito zoofilo hitleriano ho discusso della questione del vegetarianismo di Hitler, servendomi delle sue stesse dichiarazioni lasciate durante le conversazioni tenute a tavola nei suoi quartier generali. Ma un altro aspetto interessante collegato al mito zoofilo hitleriano è quello della altrettanto celebrata avversione del dittatore tedesco per la caccia. Anche in questo caso, la raccolta delle sue conversazioni a tavola ci offre la possibilità di far luce sulle opinioni dell’ideologo nazista riguardo a questa sanguinaria pratica, a partire dalla sua dichiarazione menzionata in chiusura del precedente articolo, che ci collega e ci introduce ad esplorare questo secondo tema:

Non sono un ammiratore del bracconiere, in particolare dal momento che sono vegetariano; ma in esso io vedo il solo elemento di romanticismo nel cosiddetto sport della caccia. [1]

Da questa affermazione dovremmo infatti concludere che, se Hitler era – come dicono sia stato gli appassionati detrattori dell’animalismo – uno strenuo oppositore della caccia, si trattava allora di un oppositore piuttosto originale, dal momento che rintracciava anche un’aura di romanticismo nella truce pratica venatoria, per di più riconducendola alla brutale figura del bracconiere. Questa dichiarazione dovrebbe far sorgere più di qualche dubbio sulla genuinità di Hitler quale fervente oppositore della caccia, sebbene, in effetti, in un’altra conversazione egli dichiari apertamente la sua avversione per questa efferata attività. Il passo è particolarmente illuminante ed è bene citarlo per intero:

Io non vedo nulla di male nella caccia alla selvaggina. Semplicemente, dico che si tratta di uno sport deprimente. Quello che mi piace di più della caccia è il bersaglio e, accanto a questo, il bracconiere. Questo almeno rischia la propria vita in questo sport. L’aborto più insignificante può dichiarare guerra a un cervo. La battaglia tra un fucile a ripetizione e un coniglio – che non ha fatto alcun progresso in tremila anni – è troppo impari. Se il signor tal dei tali dovesse correre più veloce del coniglio, allora di fronte a lui mi toglierei il cappello. [2]

Chiaramente Hitler assume qui una posizione critica verso la caccia. Tuttavia, occorre fare alcune osservazioni. Egli innanzitutto si riferisce agli animali uccisi come «selvaggina», dunque inquadrandoli già in un’ottica specista e connotandoli di un valore puramente utilitaristico ai fini umani: per Hitler, evidentemente, dal momento che l’animale viene inseguito, colpito e ucciso, ha valore solo in quanto «selvaggina», pietanza già destinata alla tavola umana, negando pertanto ogni concettualizzazione dell’individuo animale quale essere senziente con un proprio valore. Egli inoltre considera la caccia come un semplice «sport», definizione che denota una valenza amorale della pratica venatoria e la depriva di ogni richiamo alla violenza implicita.

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Conversando di diritti animali con Hitler pt. I: sul vegetarianismo

 

Nell’insistente campagna d’odio contro gli attivisti per gli animali promossa dai fanatici della crudeltà animale, l’intera impresa verte sulla simbolizzazione dell’animalista quale entità collettiva intrinsecamente subdola, meschina e perniciosa. Un ruolo fondamentale in questa processo spetta, in un impiego di reductio ad Hitlerum da manuale, ad un mitico parallelo tra animalismo e nazismo, estremamente funzionale nei suoi effetti persuasivi per l’assimilazione dell’animalista con il male assoluto.

Secondo questa costruzione mitologica, il regime nazista, specie nelle sfere più alte del potere e a partire da Hitler, era pervaso da un profondo sentimento di amore per gli animali, tanto che vennero emanate leggi a protezione degli animali all’avanguardia e la sperimentazione sugli animali venne abolita e sostituita con la sperimentazione sugli esseri umani. Più di recente, poi, i deliri complottistici di certi fanatici della sperimentazione animale hanno arricchito il parallelo nazisti-animalisti attribuendo al movimento animalista l’inverosimile uso strumentale di una propaganda mistificatoria che si ispirerebbe alle stesse metodiche persuasive messe in atto dal regime nazista.

Un esempio eccellente della disinvoltura con cui viene professata questa ortodossia è rappresentato dall’infelice Premio Hitler, riservato alle «personalità che si sono particolarmente distinte nell’animalismo» [1]: una farneticante iniziativa istituita da FederFauna, orgogliosamente sostenuta da Giulia Corsini [2] (membro del consiglio direttivo di Pro-Test Italia), e aspramente criticata sia dal presidente dell’ANPI di Bologna [3], sia da esponenti autorevoli della comunità ebraica italiana [4,5]. L’insistenza ossessiva mostrata dai detrattori dell’animalismo nell’abuso dell’associazione tra animalismo e nazismo rivela tuttavia come tale retorica nasconda in realtà meri fini persuasivi a fronte di un abissale vuoto argomentativo.

Questo mito è a tal punto suggestivo e diffuso che tuttavia permea anche ambienti culturali estranei allo schiavismo animale, venendo accettato acriticamente – con una superficialità e una pretestuosità argomentative sconcertanti – anche da autori per altri versi molto apprezzabili. Come è nella natura di ogni mito, la ripetitività dello stesso è sufficiente a renderlo dimostrato e dimostrabile, fino a lasciarlo assurgere al rango di dogma: per cui, argomentare razionalmente l’esistenza di un preteso sentimento di amore per gli animali tra i nazisti, si rivela, per il predicatore di turno, del tutto superfluo.

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